Che gli esami AD e AST per l’accesso alle carriere nelle istituzioni europee fossero molto difficili lo sappiamo tutti. Difficili. Truccati è un’altra storia. Ed è di di questa storia che qui si racconta.

Dopo la selezione per correttori di bozze italiani, l’EPSO (l’Ufficio europeo di selezione del personale) dà nuovamente prova dell’enorme scollamento tra la maschera del politicamente corretto e la realtà delle logiche verticistiche e immeritocratiche che affliggono le istituzioni europee. Del resto non ci si può attendere che una classe dirigente mediocre, se non dannosa, scelga di competere con chi un briciolo di intelligenza ce l’ha, o sarebbe come ammettere una scheggia impazzita in una cristalleria.

Passo la prima fase di selezione di un concorso per redattori in lingua italiana – un test imbecille che non valuta un bel niente, ma serve solo a tagliare le gambe al maggior numero di persone possibile – e, dopo ben un anno di attesa, ricevo i risultati dello screening del curriculum da parte dei cosiddetti “esperti”: per non essere ammessa mi mancano nove punti, nove. Poi vado a vedere nel dettaglio e osservo che hanno “smangiucchiato” punteggio un po’ qui un po’ lì, a caso, diciamocelo, e non hanno nemmeno avuto la furbizia di farlo dove potevano – mi hanno sottratto punti sulle lingue e i titoli. Un po’ come leggere i risultati dei concorsi per ricercatore in Italia, quando (sempre) sai che il risultato è già deciso. Solo che qui siamo nel cuore (marcio) d’Europa, da dove ci dicono che i corrotti siamo noi, e non hanno nemmeno la decenza di stilare una classifica con le (presunte) qualifiche detenute da ciascuno.

Venerdì ne parlavo con un funzionario che lavora nel mio stesso ufficio – ricordo che io sono solo la dipendente di una compagnia privata che lavora per la Commissione – il quale, forse perché molto prossimo alla pensione, mi ha detto senza peli sulla lingua che gli esami AD e AST non si passano, perché si intende che uno prima deve aver fatto anni di gavetta nelle istituzioni come agente contrattuale (i cosiddetti CAST). Ho provato a dirgli “ah, sa, io sto ancora aspettando i risultati di un CAST per traduttori italiani…” ma lui mi ha risposto: “No, no, ma nemmeno quelli si passano, troppo qualificati, devi fare domanda di CAST per funzioni più basse, tipo l’usciere”. E io che ho passato trent’anni a studiare.

Del resto una mia amica, arrivata miracolosamente in selezione finale di un concorso AD, mi ha detto che gli unici outsider in quel caso erano lei e altre tre-quattro persone – ovviamente nessuno di loro è stato preso -, mentre gli altri erano tutti già impiegati a tempo in agenzie e istituzioni varie. Ma allora perché fare un concorso pubblico? Ecco, quando l’ipocrisia uccide.

Fare ricorso? L’ho fatto, come l’altra volta, del resto. E come l’altra volta non servirà a nulla: se gli organi che devono vigilare sono gli stessi di quelli che selezionano a che cosa serve?

E dire che fino a non molto tempo fa nell’Europa ci credevo pure.

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La riflessione di questo post può essere sintetizzata in quattro domande: la responsabilità del fatto che la governance faccia così schifo (mi limito all’Europa perché quella conosco) è da attribuire alla selezione della classe dirigente? E se sì, esiste una selezione migliore? E se ancora sì, perché non la si mette in atto: è una precisa volontà politica o richiederebbe una competenza maggiore da parte di chi delega ai “selezionatori” la facoltà di selezionare? E, alla fine dei conti, che cosa sono le “risorse umane” se non la gestione standardizzata di un esercito standardizzato di selezionati in virtù della loro standardizzazione?

Il tutto nasce da un dialogo con mio marito sulle modalità di selezione nei concorsi europei e sulla classifica annuale delle università stilata dal Times Higher Education. Chi vince un concorso europeo magari non diventerà membro del Parlamento, ma può pur sempre arrivare a dirigere un’intera unità o una direzione generale della Commissione, rispondendo direttamente al commissario di riferimento; quindi in sostanza ha una funzione di indirizzo politico, sebbene non generale ma particolare. La preselezione a cui questa persona deve sottoporsi è standardizzata (varia solo nel caso degli avvocati, credo): tre esercizi di ragionamento verbale, numerico e astratto, più eventualmente un “situational judgement test” e/o altri esercizi di velocità di ragionamento. Quindi che uno vada a fare il redattore o l’economista deve sottoporsi allo stesso test preselettivo. Cosa che, paradossalmente, favorisce sempre e comunque l’economista anche se si tratta di passare un test per redattori… Nessuna domanda di cultura generale o, almeno, di conoscenza delle istituzioni europee e del loro funzionamento: mi dicono che una volta c’erano ed era peggio, ma ne dubito e non vedo come uno che ha un impiego così importante non sia tenuto a sapere nemmeno che cosa sia l’Europa. Complimenti al team di espertoni del European Personnel Selection Office, dunque.

Inoltre, nonostante possa sembrare una posizione snob, non capisco perché non venga valutato anche il tipo di istituto di formazione che ha fornito l’educazione universitaria! Perché conta un test numerico e non, per esempio, l’istituto di conseguimento del titolo per vincere un concorso per redattori? Per due ordini di motivi, credo: fare dei test standardizzati è una procedura semplice, poco dispendiosa e che ha perfino una patina di “scientificità”, mentre per fare selezioni “serie” sarebbe necessario almeno uno specialista della materia per ogni figura ricercata (sennò, per esempio, come faccio a sapere quali sono i titoli di studio che, al di là del “titolo”, appunto, sono più validi rispetto ad altri in un dato campo?). Inoltre, alzare il livello, facendo entrare nel sistema qualche individuo non omologato, forse provocherebbe reazioni a catena poco controllabili: verrebbe fuori, per esempio, che 34.000 dipendenti, con stipendi peraltro altissimi (ma di cui loro si lamentano…), più schiere di esterni e interinali che lavorano solo per la Commissione, sono un vero abominio, considerati anche i risultati che raggiungono. E a quel punto, forse, nascerebbe una spinta esterna (l’opinione pubblica di Habermas, se questa ancora esiste) verso la razionalizzazione, che converrebbe magari ai singoli cittadini, ma non certo a chi ha interesse che le cose si mantengano come sono.

E così questa è la selezione della “classe dirigente” europea: se già ora non siamo in buone mani, considerando i parametri di accesso non credo che la situazione possa migliorare, anzi.

Per quanto riguarda le università, le classifiche e i parametri di valutazione, non sarò certo io a dire che quelli del Times Higher Education “non capiscono proprio nulla”, come riassume il Prof. Aparo la posizione di chi è contrario (posizione da cui comunque non sarei toccata, non essendo nell’accademia), però mi pare inutile scivolare nell’esterofilia e nella piaggeria solo perché si scrive del supplemento più importante al mondo di higher education. In Italia ci sono dei centri di eccellenza – pochi, purtroppo: per esempio, chi sarà a portare su quell’Università di Bologna, prima tra le italiane, se non Scienze internazionali e diplomatiche e la Scuola per interpreti e traduttori, entrambe a Forlì? Eppure entrambe rischiano di chiudere per mancanza di fondi, rimanendo anonime anche perché in queste classifiche si considerano sempre gli atenei, mai le facoltà, con tutto ciò che ne consegue.

I criteri di chi redige queste classifiche sono puramente quantitativi e pressoché insindacabili, come apparirebbe evidente a qualunque laureato in materie umanistiche che si interessi un minimo alla questione. In sostanza, il fattore che rende vincenti è sempre la standardizzazione, una sorta di “misurabilità matematica”. Ciò che maggiormente balza all’occhio, tra questi criteri, è la mancanza di valutazione della qualità dell’apprendimento nel tempo, che non consiste nel dare un voto al corso di un professore (che magari piace per motivi che con la materia c’entrano poco o nulla), ma nel considerare, per esempio, l’assorbimento di alcuni concetti fondamentali per la disciplina, possibilmente in senso diacronico. Si potrebbe semplificare in modo estremo parlando di apprendimento di un programma/percorso formativo: il crollo verticale del prestigio di una Facoltà come Scienze della comunicazione, per esempio, è facilmente rilevabile considerando solo il fatto che dieci anni fa non era possibile trovare un laureato che non avesse una conoscenza seppur minima della semiotica, della storia del cinema o di McLuhan; oggi mi pare la regola. Non per colpa degli studenti, intendiamoci, è solo per dire che un criterio del genere dovrebbe trovare ampio spazio nella valutazione di un corso di laurea, altro che quantità di ricerca prodotta! Altrimenti La Sapienza rischia di passare al primo posto… Ma che ricerca produce, e questa ricerca fa avanzare la conoscenza della materia o è solo mangime per i polli in batteria dell’ingranaggio accademico? Inoltre questi benedetti criteri andrebbero sottoposti a verifica e migliorati qualitativamente ogni anno, almeno per cercare di rendere quanto più vicina alla realtà possibile la fotografia che si mostra: in fondo si tratta di un’indagine di stampo sociale, mica di astrazione matematica!

Non so se è questa incapacità generalizzata di utilizzare criteri qualitativi nella valutazione che produce questa scoraggiante standardizzazione – lo si può chiamare anche istupidimento? -, con tutti gli enormi danni socioeconomici che ne conseguono, o se a un certo punto, complice l’aumento della popolazione e l’incapacità (quella, da qualche parte, c’è sempre) a governare il cambiamento, sia subentrata una spinta ben precisa al livellamento verso il basso, al “reclutamento”, è il caso di dirlo, di persone che avessero un’impronta di un certo tipo, “economico”, per la precisione, forse anche con meno propensione al ragionamento astratto, perché si facessero meno domande.

So, però, che si tratta di una tendenza inquietante, destinata a ridurre in polvere ogni forma di dissenso e “diversità”. La matematica è nata come disciplina filosofica e ora si candida a schiacciasassi del mondo?