Riprendo la grave questione della trattativa Mondadori, della proposta dei precari e del ruolo di Ichino, perché è stato pubblicato un comunicato stampa dei suddetti precari di risposta alla dichiarazione del giuslavorista al Corriere.

Ebbene, la situazione è esattamente quella che si poteva estrapolare dalle parole di Ichino: i 50 mondadoriani denunciano l’illegale condizione di precarietà contrattuale in cui versano i lavoratori dell’azienda da anni e il fatto che, approfittando della Riforma Fornero, questa abbia deciso di “precarizzare ulteriormente i lavoratori delle redazioni, imponendo loro di aprire la partita Iva o di prestare il proprio lavoro attraverso l’intermediazione di un’agenzia interinale”. Per cercare di sanare questa situazione, i 50 mandano alla dirigenza una lettera con una bozza di proposta, per stilare la quale si rivolgono a Pietro Ichino, ovvero, nelle loro parole, “per proporre all’azienda una soluzione alternativa all’esternalizzazione selvaggia, che preveda la trasformazione delle collaborazioni autonome in rapporti di lavoro subordinato, anche rinunciando ad alcune delle prerogative di questi rapporti, e rispettando la necessità di evitare aumenti di costo e di rigidità per l’azienda“.

In questa luce, le questioni sono tre:

1. La rappresentanza. I firmatari sono 50, nell’intero Gruppo Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (fonte: comunicato stampa di Slc Cgil). Chi non ha firmato ha fatto la fine della zavorra? Sono stati informati della trattativa e hanno rifiutato di firmare? O erano troppo “esterni” per essere presi in considerazione? Sì, perché coloro che stanno proponendo tale inquadramento sono le stesse persone che fino a ieri lavoravano internamente all’azienda, svolgendo mansioni in tutto e per tutto simili a quelle di un dipendente, ma con contratto a progetto. Quindi 50 persone che avrebbero avuto il pieno diritto di fare causa all’azienda per utilizzo illegale di contratto a progetto: attenzione, non è un giudizio, è un fatto, va preso per ciò che è.

2. La scelta di rivolgersi a Ichino. I 50 precari in questione si sono rivolti a Ichino consapevoli del fatto che costui sia il paladino della flexsecurity, tanto da aver dichiarato nel loro comunicato di aver messo sul tavolo delle trattative la loro rinuncia ad alcune prerogative. Quindi l’ingenuità da parte loro è fuori questione. O non tutti ne erano consapevoli e per disperazione si sarebbero rivolti a chiunque? E l’ignoranza è giustificata? Ex colleghi, siete persone con master e dottorati, non potete farvi guidare solo da buona fede, disperazione e colleghi arrivisti che, magari manipolandovi (tutto da capire, infatti, chi abbia proposto proprio Ichino come “consulente”), vi porterebbero ovunque. No, l’ignoranza in questo caso non si giustifica, mi spiace.

3. L’opportunità di preferire un contratto monco a una partita Iva. Ed è sicuramente il punto più delicato. Premetto che non ho mai lavorato con partita Iva, al massimo con contratti di prestazione occasionale (ancora più inconsistenti, volendo). Il problema è duplice, di ordine personale e collettivo. Ho avuto un tempo determinato per due anni e mezzo con una casa editrice che ogni giorno mi faceva scontare il mio contratto (in barba al Ccnl Grafici Editoriali, al quale esso si ascriveva) come fosse una grazia emanata direttamente dall’empireo. Risultato: molta salute persa (e non è un modo di dire), tanto da pensare seriamente di intentare una causa per mobbing. Alla fine, nonostante il mio contratto si sarebbe trasformato quasi certamente in un indeterminato, con tutte le tutele del caso, ho scelto di licenziarmi e chiudere con l’editoria – non perché lo volessi, ma perché in editoria se non ti ritrovi (per fatica, dove si intende un sacco di lavoro gratuito, o sorte) nei giri giusti non lavori, a voglia a mandare curricula. Vale la pena lavorare, e vivere, così? Schiavizzati, privati di prospettive e di speranze, soggetti al capriccio del padrone di turno, che generalmente non viene scelto per merito ma perché più “aziendalista” degli altri, più pronto a fottervi senza farsi scrupoli? Come i colleghi che vi hanno guidato su questa strada, i vostri capetti di domani, statene certi. Mi direte: ma almeno così si hanno delle minime tutele. No, non è vero, si ha un costante ricatto che è impossibile ignorare, visto che in azienda dovrete andarci ogni giorno. Ne vale la pena?

Questione collettiva. E qui permettetemi di essere guidata da un’idea, cosa ben diversa dall’ideologia. Sull’onda della rabbia, e cogliendo lo spunto di un amico, ho paragonato Segrate a Pomigliano: alcuni si sono risentiti del paragone, ma a me continua a sembrare perfettamente calzante. Non si possono cancellare sessant’anni di diritti raggiunti tramite azioni collettive, sindacali, per un interesse personale, o più propriamente, per leccare da terra le briciole cadute dal tavolo della dirigenza pensando che sia nel proprio interesse farlo. E se non capite da soli come stanno le cose, è il caso che qualcuno vi metta di fronte alle vostre responsabilità, visto che poi le conseguenze non saranno solo vostre.

Citando un’amica: “Neanche a me piace l’idea di una guerra tra precari. Ma in questo caso si tratta davvero di un’altra partita: qualsiasi critica al modello Ichino sarà del tutto impotente perché Mondadori potrà sempre tirare fuori l’asso nella manica del ‘sono stati i precari a chiederlo’. Ecco perché è fondamentale che siano altri precari a protestare, magari insieme ai lavoratori dipendenti illuminati, se esistono. Ed è importante che siano i precari Mondadori a iniziare la protesta.”

Precari Mondadori che non sono d’accordo con una simile trattativa, se ci siete, battete un colpo. E fatelo al più presto, prima che tale modello venga applicato a tutti. Perché non è difficile immaginare che Mondadori non si farà sfuggire l’occasione di rispondere, sempre se non l’ha già fatto, trattando al ribasso da una posizione di forza in cui alcuni precari stessi l’hanno messa.

E state attenti, perché c’è già chi inizia ad appropriarsi del vostro silenzio, facendolo passare al mondo per consenso.

Non riuscirò mai a capire come uno stronzo che lancia delle molotov contro dei dipendenti intrappolati in una banca possa sognare di definirsi “anarchico”. In cosa lo sarebbe? In cosa un anarchico sarebbe uguale a un terrorista? E i terroristi non hanno sempre fatto il gioco dei governi, di qualunque colore essi fossero? Ieri il Parlamento greco ha comunque approvato il piano austerità, con 172 voti favorevoli e 121 contrari su 296 presenti – e aggiungerei finalmente e per fortuna, nonostante l’appoggio avrebbe dovuto essere più ampio, vista la situazione.

Sono d’accordo sul fatto che chi fa un danno debba anche pagarlo, come sono perfettamente d’accordo sul fatto che, comunque vada, non dovrebbero pagarlo i più deboli.

Però non siamo ipocriti: i dipendenti statali greci non sono la fascia di popolazione più debole! Hanno uno stipendio non alto, certo, però hanno un posto sicuro e i soldi in tasca a fine mese, sempre. Io questi privilegi, per esempio, non ce li ho, come tutti o quasi i miei coetanei greci, sempre costretti a pagare in prima persona per qualsiasi crisi. Non amo la guerra tra poveri, anzi!, ma le cose vanno guardate da una prospettiva più ampia, non dalla finestra di casa propria, che spesso ha pure una certa età e poche chance di ammodernare le politiche pubbliche.

Senza contare poi l’ipertrofismo del settore pubblico in Grecia – al quale la Nea Dimokratia aveva detto che avrebbe posto rimedio, almeno introducendo una valutazione di merito, invece ha portato il Paese alla bancarotta – e i livelli di corruzione quasi senza eguali in Europa: per ottenere una concessione edilizia, in tempi anche più lunghi del normale, bisogna pagare una tangente per ciascuno, dall’ultimo portiere al primo dirigente, per non dire oltre. E mi sembra chiaro che i dipendenti pubblici siano interessati molto da vicino da questa condizione, se non altro per il fatto che tutti lo sanno, parecchi lo praticano e in pochi battono ciglio. E ovviamente i sindacati con loro, a difendere l’ultimo baluardo di influenza. Diritti dei precari non pervenuti, come in Italia.

Non faccio il solito pistolotto contro gli statali, innanzitutto perché non sono Brunetta e non sono monomaniaca, poi perché sarebbe anche piuttosto stupido, dato che mia madre faceva l’insegnante e che io stessa ho sempre creduto nel pubblico, dalla scuola alla sanità e via dicendo.

Detto questo, però, mio padre è un libero professionista e praticamente non lavora più da un anno, o al massimo lavoricchia. Migliaia di persone, dipendenti e non, nel privato hanno perso il lavoro, e molte di più lo perderanno, per i futuri contraccolpi della crisi.  Nella realistica impossibilità di far pagare i colpevoli nell’immediato, chi ha subito meno degli altri le conseguenze della crisi? Sarà anche tremendo, ma gli statali.

Ci vuole responsabilità: da parte dei sindacati, che devono piantarla di raccontare favole ai propri iscritti, dell’estrema sinistra, che specula sulla vita delle persone pur di raccattare qualche voto tra gli incazzati (oppure vive completamente fuori dal mondo, e non so quale delle due sia peggio), della destra, incapace a suo tempo di arginare i prevedibili sviluppi e gravemente complice di questa situazione. Non ho mai pensato, non penso e non penserò mai che questi criminali incappucciati siano parte della gente che manifesta e ha il pieno diritto di farlo, ma davanti a una situazione così grave non si può continuare a lungo ad attizzare il fuoco. In sostanza, vabbè e mò che volemo fà?

Rimangono solo due domande: perché la spazzatura autoproclamatasi “anarchica” (chissà se hanno mai sentito parlare di Proudhon o Bakunin) fa danni da tempo immemore in Grecia, e in particolare ad Atene, e non si riesce a fermare? A chi conviene tenerla in vita? E la seconda, valida anche per l’Italia: come un fa un Paese con quei livelli di corruzione ad approntare e rendere operativo un serio piano a lungo termine per il risanamento pubblico?