Leggo la bella riflessione di Vittorio Zambardino su Newspass, ovvero, come spiega Massimo Russo, un nuovo “sistema di pagamento integrato con la ricerca che consentirà agli utenti di acquistare con un solo click e agli editori di utilizzare un’infrastruttura unica per web, mobile e tablet per monetizzare i propri contenuti” – sistema già in fase di testing. In sostanza, si comprano gli articoli che interessano, non l’intera testata, come avviene nel “metodo Apple” (iPad).

Zambardino ne fa, giustamente, una questione di qualità dei contenuti: più concorrenza tra testate, che non potranno più fare affidamento sul prestigio del nome, ma dovranno ricorrere a penne valide, con il risultato di una completa autogestione dei contenuti da parte dell’utente. (E alla faccia di chi mi dice che “il testo scomparirà”, cit.) La nascita della testata ideale, insomma. A pagamento, certo, ma il lavoro è giusto pagarlo: se tutti gli altri sì, perché un editore no? Tralascio anche la questione della privacy, che esiste, ma in questo caso non è quella che mi interessa maggiormente.

Qualche settimana fa ho assistito a una conferenza di Umberto Eco sulla memoria, tenutasi all’Università di San Marino – conferenza di cui scriverò, se riuscirò ad abbandonare per qualche ora la mia droga, i nuovi Peanuts di Baldini Castoldi, e la mia terrificante pigrizia. Come per la maggior parte delle riflessioni del buon Umberto (chiedo scusa alla mia lettrice per la deriva sentimentale, ma provo ormai un certo affetto per lui), anche questa penetra lentamente e si sedimenta con il tempo, per cambiare inesorabilmente il (mio) modo di interpretare il mondo. Tra le osservazioni emerse dal convegno più pertinenti ai fini della presente discussione:

1. nessun esperto di una materia riesce ormai a tenersi aggiornato su tutte le innovazioni e scoperte nel suo campo, a causa dell’immensa moltiplicazione delle conoscenze;

2. internet dà l’illusione di “possedere” la conoscenza, ma non offre strumenti adatti alla sua “selezione” (e da qui il bellissimo paragone con Funes el memorioso di Borges).

Da queste premesse, e tornando a Newspass, mi chiedo: quale declinazione della “qualità” prenderà il sopravvento in questa evoluzione? Che cosa andrà a costituire la qualità di un articolo, tanto da fargli guadagnare l’agognato gettone? Il livello di approfondimento è misurabile, o sarà lo scoop a prevalere?

Le inchieste sono praticamente scomparse da quasi tutte le pubblicazioni quotidiane e periodiche italiane, analogiche e digitali, quindi il mio timore è che al “brand testata” andrà semplicemente a sostituirsi il “brand giornalista”. A quel punto l’informazione assumerà in toto la forma dell’opinione, e non ci sarà modo di verificarla, perché le notizie, in quanto approfondimenti, inchieste, a chi potranno interessare? Non si è maggiormente disposti a comprare da una pubblicazione generalista un pezzo di intrattenimento? Per esempio: difficilmente darei soldi a La Repubblica per un articolo informativo sulla produzione libraria se tanto sono abbonata a Il Giornale della libreria, mentre lo leggerei senza dubbio avendo tutto il quotidiano sotto mano. D’altro canto, comprerei con molta probabilità un editoriale, oppure, per dire, anche un pezzo sulla produzione libraria ma a firma di Bartezzaghi, Aspesi, etc. Firme, appunto. Ma opinioni. E le notizie? Si andrà verso la progressiva specializzazione di ogni testata, o queste si dissolveranno per lasciare posto all’Autore?

Potrebbe prefigurarsi uno scenario in cui l’informazione risulterà un insieme di micro opinioni radicalizzate?

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