Ho appena saputo della morte di un amico, Giorgio Antonelli. Una persona di discrezione e dignità rarissime, che ai colleghi aveva detto che si sarebbe ritirato per un po’ solo per fare degli accertamenti medici. Scrisse, scherzando: “Se sopravvivo agli esami ci sentiamo subito dopo”.

Ho capito che la situazione era grave quando ha smesso di rispondere a mail e messaggi, lui che scriveva anche solo per augurare buona settimana, buon weekend, o per dire che il sole splendeva perfino a Milano. Lo ricordo sempre sorridente, il suo entusiasmo era un grande dono.

L’ultima volta che l’ho sentito è stato per dirgli di stare attento, perché non tutti capivano lui e il suo modo di lavorare per l’Editoria, è il caso di dirlo – l’Editoria con la “E” maiuscola, quella che produce cultura. E lui, con la sua solita infinita innocenza, che un po’ mi inteneriva un po’ mi faceva arrabbiare, mi rassicurava come se alla fine dovesse essere il bene a trionfare, come se tutte le qualità di un essere umano fossero comunque destinate a emergere, come in un sipario che viene tirato via con semplicità, o una verità che si svela per natura. La luce che Giorgio emanava riusciva a bucare qualsiasi grettezza e ipocrisia.

Rimpiango di non avergli detto che tutti lo stimavano come e più di me, rimpiango di non avergli parlato con la delicatezza con cui si dovrebbe parlare a un bambino.

Flare, la “sua” rivista, era la diretta espressione della sua anima, come lo erano lo splendido e sconfinato archivio di documenti e foto sulla luce, i suoi libri, le citazioni raffinate e profonde, i modi da gentiluomo d’altri tempi, i suoi “che bello sentire la tua voce di lunedì mattina!”. Mi aveva detto che si sarebbe dedicato a un nuovo libro, che ne sentiva il bisogno.

Lo avrei chiamato stasera, adesso, per fargli gli auguri di buon compleanno. Non ha potuto aspettare.

Disse una volta di Illuminotecnica, che compiva 50 anni: “Un compleanno non deve dare luogo a un epitaffio”, il suo festeggiamento deve essere disinvolto, leggero.

Voglio scusarmi, perché le mie parole non sono in grado di rendergli alcuna giustizia. E per chiudere come farebbe lui, citando Woody Allen, condivido molto questa mia idea. Ma amaramente.