Ringrazio innanzitutto un’amica che mi ha segnalato su Facebook alcune fonti e ha così suscitato la mia curiosità sulla questione.

Non dirò niente di nuovo, non sono una giornalista d’inchiesta e questo è solo un minuscolo blog privato, si tratta semplicemente di mettere insieme informazioni pubblicamente accessibili su internet.

Tutti sanno che Marco Travaglio, vicedirettore de Il Fatto quotidiano, si è schierato, direttamente e indirettamente, con il Movimento 5 Stelle, tant’è vero che è l’idolo dei grillini – i miei amici che hanno votato per loro non fanno che postare video di Travaglio. Magari non ha mai detto apertamente “io voto per Grillo” (ah, no, scusate, l’ha detto), ma è ovvio che se attacchi tutti, ma proprio tutti, tranne il M5S (che di lati oscuri ne ha tanti, a cominciare dalla sbandierata “democrazia digitale“) non stai facendo informazione libera, come a lui piace ribadire a ogni piè sospinto, stai facendo una scelta politica, oltre che informativa. Come faceva tempo addietro con l’Idv, prima che Di Pietro diventasse indifendibile.

Per carità, posso non stimarlo – e la pietra tombale sulla mia stima l’ha messa lui stesso, quando ha scritto “cari cerebrolesi, nessuno vi obbliga a leggermi“, riferendosi a chi lo criticava, come se “cerebroleso” fosse un’offesa; tanto valeva scrivere direttamente “mongoloide” -, ma sono scelte. Del resto, io non credo che sia praticamente perseguibile l’adagio secondo il quale i giornalisti dovrebbero essere completamente indipendenti da relazioni politiche: l’importante è che queste relazioni siano trasparenti, in modo che chi legge si possa fare una sua opinione sapendo che sta comunque leggendo un’informazione parziale. Proprio per questo continuo ad aprire anche il Fatto, perché di giornali (online) ne leggo una media di 5-6 al giorno.

Detto questo, non mi piace affatto la spocchia e l’ipocrisia con cui Travaglio sbandiera la sua indipendenza. Travaglio lavora per il Fatto quotidiano, che ha degli azionisti e dei proprietari, proprio come la Repubblica. Purtroppo sul sito della testata ho trovato solo il comunicato dell’Editoriale il Fatto s.p.a., ma niente dati sulle quote, quindi devo affidarmi a Wikipedia, sperando che le informazioni siano corrette. Riporto di seguito uno screenshot.

Screenshot del 24/03/2013

Screenshot del 24/03/2013

In base, quindi, alla pagina di Wikipedia, il 16,26% delle azioni del Fatto è detenuto da Chiarelettere, casa editrice del Gruppo Gems nata nel 2007 che, oltre a pubblicare Travaglio, Gomez, Grillo e Casaleggio, riportava, in data 23/5/2012 (il video linkato è molto interessante, nonostante le ipotesi complottiste massoniche), nei credits la Casaleggio Associati, che ora ha opportunamente rimosso. Il blog d’informazione Cado in piedi, sempre di Chiarelettere, alla pagina “Chi siamo”, indica, invece, ancora nei credits la Casaleggio Associati.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Il Fatto quotidiano, dal canto suo, assegna i credits a Marco Canestrari, il quale, vai a vedere, è stato dipendente della Casaleggio Associati dal 2007 al 2010, continuando poi a collaborare con l’azienda da libero professionista fino a ottobre 2011, nonché organizzatore del secondo V-Day e della raccolta firme per i quesiti referendari. Quindi non solo era interno al movimento di Grillo, ma ne era tra i promotori. Canestrari, 30 anni, ha lavorato anche per i siti di Di Pietro e dell’Italia dei valori.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Anche Daniele Martinelli, attuale consulente alla comunicazione del gruppo M5S alla Camera, oltre a essere stato candidato alle regionali del 2010 con l’Idv e aver collaborato con loro e con i Radicali, ha lavorato sia per Casaleggio, che per il Fatto, non so in quale ordine.

Senza contare Jacopo Fo, altro collaboratore del Fatto.

Cinzia Monteverdi, attuale amministratore delegato e azionista al 16,26% del Fatto, è anche presidente di Zerostudio’s, che produce Servizio pubblico, l’unico programma che ha sempre dato ampio spazio ai monologhi, rigorosamente registrati e senza contraddittorio, di Beppe Grillo.

E poi c’è quel 4,88% di azioni di Travaglio, che ha dichiarato pubblicamente di aver votato per il M5S, oltre che per Di Pietro (che, come già si diceva, prima che diventasse pubblicamente indifendibile, il giornalista non aveva mai attaccato). Contando Travaglio e Chiarelettere, fa circa il 21% di favorevoli a Grillo e Casaleggio, insomma (ipotizzando che gli altri azionisti siano estranei a questa logica): per una società che prevede l’impossibilità di avere un azionista di controllo per statuto, non è male.

Ovviamente il Fatto nega qualsiasi accusa di parzialità, ma certo la famosa intervista molto compiacente (un po’ alla Vespa, diciamolo) di Travaglio a Grillo, due pagine, non era un’ottima dimostrazione di questa tesi (qui la versione digitale). E infatti, andando avanti, ne abbiamo seguito l’evoluzione.

Tutto questo è legittimo, intendiamoci, ma non è legittimo attaccare continuamente gli altri giornali perché appoggiano quella o l’altra forza politica quando a casa propria si fa lo stesso. Si chiede l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali, che per società quotate in borsa ci può anche stare (per tutti, secondo me, no), ma poi renderemo trasparenti i finanziamenti privati? Perché il Fatto dice di sostenersi solo grazie al contributo dei lettori e alla pubblicità – che poi ti credo che i blogger che vi contribuiscono non vengono pagati… -, ma personalmente sarei molto curiosa di sapere se riceve anche qualche appoggio dalla Casaleggio Associati o da società ad essa collegate. Non necessariamente in soldi, ma, che ne so, in strategie di promozione e comunicazione, per esempio. Intanto, come si è visto, le mere relazioni umane tra il Fatto e la Casaleggio Associati ci sono, eccome.

Ecco, un giornalista d’inchiesta non potrebbe occuparsene, al fine di fugare ogni dubbio?

Mi sono finora astenuta dal commentare il risultato delle elezioni politiche in Italia perché sono settimane che faccio indigestione di articoli e analisi e giorni che litigo con gli amici ex “di sinistra” che hanno votato il M5S. Ecco, elettore grillino fanatico, dico a te: su questo blog puoi essere arrivato solo per caso, quindi, ti prego, smetti di leggere, così tu eviterai di incazzarti con una la cui opinione non conta una mazza e io non dovrò perdere tempo a risponderti facendomi venire l’ulcera. Anzi, sappi che i commenti sono soggetti alla mia approvazione: il blog è mio e me lo gestisco io. Almeno io non ho la pretesa di parlare a nome di nessuno.

In sostanza sono d’accordo con l’analisi dei Wu Ming, che “tifano rivolta” nel Movimento 5 Stelle. Sebbene, a differenza loro, io un bel po’ di responsabilità la darei anche agli elettori – un po’ come Leonardo Tondelli, nonostante sarei davvero interessata a capire il perché di un voto – che sembrano dimenticare i punti programmatici più controversi (referendum propositivo senza quorum, abolizione dei finanziamenti pubblici a partiti e giornali, democrazia diretta, solo per dirne alcuni), per non citare poi i toni, a favore di riforme sulle quali qualsiasi “base” (di sinistra) convergerebbe (investimenti nella scuola e nell’università pubbliche, reddito minimo, riduzione degli stipendi dei parlamentari, leggi anticorruzione, sul conflitto di interessi, elettorale). Il problema è che poi non è che ti fanno scegliere se attuare alcuni punti invece di altri, perché tu il voto gliel’hai già dato. Evidentemente pensavano che Grillo su alcune cose scherzasse: ops, faceva sul serio!

Non sto dicendo che da questa situazione non potrebbe uscirne qualcosa di positivo: magari la sinistra si riappropriasse – e portasse avanti seriamente – battaglie che ignora da anni! E se questo deve essere fatto al prezzo di mandare finalmente in pensione la classe dirigente di PD e Sel (ma sopravviverebbe all’uscita di scena di Vendola?) e chiarirsi le idee sul proprio ruolo in politica e in società, sarei la prima a metterci la firma.

Il punto è che non riesco a credere che quel 25% di elettorato abbia fatto attivamente qualcosa negli anni perché non si arrivasse a questo punto. Certo, alcuni di loro saranno sicuramente reduci da movimenti di vario tipo e da battaglie civili, ma tutti gli altri, la maggioranza, il restante 24%? E il motivo per cui non ci credo è che i miei amici che hanno votato il M5S sono tutte persone che si lamentano da anni della situazione ma hanno rarissimamente messo il naso fuori da casa per partecipare a qualcosa, da una raccolta firme a un campo di volontariato, una manifestazione, fino ad arrivare a tenere un semplice blog in cui potevano fare controinformazione. No, la maggioranza di voi non ha fatto nulla, se non farsi condurre dalla rabbia di chi si è sostituito al vostro pensiero e dal falso mito dell’attivismo digitale, come se discutere su un blog fosse uguale anche solo a servire ai tavoli delle feste dell’Unità (sì, faccio questo paragone proprio perché lo odiate tanto), allora perché accusate “la sinistra” di non avervi rappresentato? Questo non per sollevare dalle proprie responsabilità un’intera classe politica miope adagiata sugli allori (quali allori, poi?), ma voi c’eravate a cercare di togliere loro la sedia da sotto al culo? O vi siete svegliati tutti a febbraio 2013, perché tanto sono tutti uguali ed è più facile accettare la pappa pronta da chi dice che fa tutto schifo, promettendovi in cambio mari e monti che sapete benissimo essere falsi? In che cosa esattamente queste promesse sono diverse da quelle fatte da Berlusconi? (A meno che non stiate davvero aspettando di avere la maggioranza in Parlamento e Senato per realizzare tutto il programma, in quel caso mi associo a chi dice che avete, in sostanza, propositi totalitari.)

Sono stata iscritta al Partito Democratico per circa un anno e mezzo, e basta cliccare sul relativo tag di questo blog per capire quanto fossi critica. Il problema è che l’unica voce critica là dentro ero io, non so se perché si trattava di un circolo romagnolo fuori tempo o se è, invece, una tendenza generale. Me ne sono andata perché ero sola, ma almeno io ci sono stata per parlarne. Da allora, profondamente schifata, ho giurato a me stessa che mai più nella vita avrei votato per loro se non avessero prima cacciato i vari impresentabili: D’Alema in primis, il grande genio politico che per ambizione personale ha affossato la sinistra dal momento in cui ci ha messo piede, poi Veltroni, Bindi, Letta e tutti gli altri a seguire. Mi facevano e mi fanno tuttora venire la pelle d’oca ogni volta che aprono bocca.

Ma gli stronzi ci sono ovunque, soprattutto ai vertici, come la vita insegna, e il vero problema era semmai il pensiero unico, il fatto che non si volesse ascoltare il dissenso, anzi, che si emarginasse il dissenso, il politicamente corretto che doveva attenersi agli angusti limiti dei dettami della dirigenza, il verticismo, la cooptazione per garantirsi la fedeltà. In questo, è vero, il PD è tuttora un partito comunista, anzi, stalinista. Ma in che cosa esattamente il M5S rompe questo schema? La democrazia digitale? Mah, nonostante le potenzialità del mezzo, non mi pare che alle “parlamentarie” abbia partecipato tutta questa massa critica (di certo non il 25% degli elettori), né viene dato gran credito a chi chiede di dare una fiducia, anche esterna, a un governo per realizzare almeno una parte di quelle proposte. Tutto o niente è il modo di ragionare dei bambini, o almeno di chi si impunta pensando che il mondo ruoti attorno a sé. O è la democrazia stessa che è diventata un problema secondario? Magari in nome di alcuni obiettivi da raggiungere – che, almeno per me, per quanto importanti, non hanno il suo stesso peso – siete disposti a cedere la vostra capacità critica, la possibilità di ragionare con la vostra testa? Perché se non è pensiero unico questo, che cosa lo è?

Non ho idea di come andrà la storia: nella migliore ipotesi possibile, si attueranno delle riforme con il sostegno esterno di senatori del M5S, nella peggiore si avrà un altro governo “tecnico” che porterà avanti le politiche recessive di quello Monti.

Ex compagni che avete votato il M5S, volete spiegarmi (civilmente e gentilmente) il perché? E vi siete resi conto della natura di questo soggetto politico o, tutto sommato, non la considerate una questione importante?

[No troll grillini, grazie.]

Sorella di chi?

13 febbraio 2011

Sono tornata dalla manifestazione “Se non ora, quando?” in anticipo rispetto ai tempi: la mia intolleranza mi impediva di ascoltare oltre donne che parlavano per mezz’ora ciascuna di banalità chiamandomi “sorella”. Mi sono sorbita perfino il coro delle mondine (sic!).

Specifico: non a Roma né a Milano, purtroppo, ma in una cittadina (passatemi la definizione) che conta come residenti meno di 120.000 abitanti. Più gli studenti universitari fuori sede, dato che ospita uno dei più importanti e prestigiosi poli universitari dislocati d’Italia. Di universitari in piazza pochi, pochissimi, e in totale eravamo forse un migliaio. Mi hanno detto che per questa città sono tanti – ma non ci ha degnati di attenzione nemmeno una volante, o un agente, nulla. Potevano essere in borghese, certo, ma figuriamoci, chi dovevano tenere a bada? Le signore in pelliccia con carlino di serie al guinzaglio? Quei quattro sfigati (o forse molto fortunati, lì per difendere il posto) che raccoglievano con un banchetto i 10 milioni di firme per il Pd?

Dal microfono (il palco o qualcosa che vi somigliasse non era stato allestito) ho sentito dire verso l’inizio che le donne che non c’erano era perché non avevano capito un bel niente. Che fine analisi di alta politica. Io non ci avrei mai messo piede a quella manifestazione se non fosse stato per l’appello degli ombrelli rossi, promosso dal Comitato per i diritti delle prostitute e da Femminismo a Sud. Presenti con l’ombrello rosso: io.

Carrellata delle donne che hanno parlato: età dai 45 anni in su, tutte del Pd, molte delle quali con colore e messa in piega fatti per l’occasione (più l’espressione spiritata di chi pensa di realizzare qualcosa di grande, ma per quella non c’è rimedio), molte delle quali ben piazzate in ruoli di potere a livello locale, molte delle quali appartenenti alla buona borghesia. Nessuna di loro che sapesse che cosa siano, in ordine sparso: precariato, solidarietà tra donne anche e soprattutto sul lavoro (sennò di che solidarietà parliamo, per sapere?), impossibilità di progettare un futuro di qualsiasi genere, forte nausea per le stronzate.

Sul sito di La Repubblica, in primo piano, l’urlo delle donne di Roma. Caspita, una roba da aver paura.

Mi sentirò parte di manifestazioni del genere solo quando vi presenzierà qualcuno pronto a rischiarci almeno qualcosa. In Egitto Mubarak è stato cacciato perché c’era gente che si è presa le botte e altra che è stata ammazzata per quello in cui credeva. E noi che cosa siamo disposti a fare? Nulla, perché abbiamo ancora l’illusione di avere il culo parato: i genitori che danno una mano, qualcuno forse una casa o una macchina di proprietà, un parente o un amico che contano. Ma sta crollando e non ce ne siamo ancora resi conto. Ecco, d’ora in poi ci sono solo per dare una mano a spingere, dopo si vedrà.

Per anni hanno detto che il conflitto generazionale non esiste più, superato, fuori moda, roba da Sessantotto: ma io con la gente presente oggi che cos’ho in comune? Il loro interesse è contrario al mio, così come le speranze, le aspettative, le prospettive, i punti di vista, tutto. Mi capita spesso di sentirmi fuori luogo, ma in questo caso mi è sembrato proprio di essere da un’altra parte, di vedere qualcosa di diverso rispetto a ciò che guardano gli altri.

Qualche giorno fa ho ascoltato l’intervista di Beppe Grillo ad Anno Zero (10/2/2011): a parte la sua malsana fissazione per gli architetti, la sua tendenza alla semplificazione e i suoi modi da santone, che cosa dice di non vero, di sbagliato, di stupido nella sostanza? “O fate una rivoluzione o ve ne andate da questo Paese, non avete scampo”. La rivoluzione gli italiani non l’hanno mai fatta, spero di essere almeno tra quelli che se ne vanno.

Una nota positiva oggi c’era: la presenza di tanti uomini. Mi sono sentita molto più sorella loro.