Il responsabile dei grafici, sotto i trent’anni, portato in palmo di mano dal direttore della divisione editoria per qualche oscuro motivo (azzardo: forse perché il fascistissimo padre di costui è coordinatore locale del Pdl? no, che dico, non c’entra di sicuro!), parla con cotanto direttore e con Figlia del Capo Supremo, essere dall’acume proverbiale. Il brillante-responsabile-dei-grafici-enfant-prodige si premura di specificare:

[Si parla di assumere nuovi grafici e impaginatori] “Una ragazza non può fare il grafico, le donne sono buone solo per fare le commesse”.

Figlia (*) non batte ciglio, la discussione prosegue liscia come l’olio.

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(*) Del resto, una delle frasi famose di costei, all’annuncio della gravidanza di una sua dipendente, è: “Da te non me l’aspettavo”.

[Qui la prima e la seconda puntata.]

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Se ancora vi fosse rimasto qualche dubbio sul fatto che l’editoria non si trovi nelle Isole Fortunate e che le sue sponde non siano abitate dai beati ma dai babbuini, ecco altri tre aneddoti sul maschilismo editoriale italiano D.O.C.

E-mail con curriculum allegato (la terza, forse, ma dopo questo episodio sventolo bandiera bianca) all’indirizzo personale di un cosiddetto “editore di cultura” che, per vicissitudini che non sto a spiegare, si ricorda di me e, quindi, pur dicendomi sempre di no, mi risponde. Sottolineo: “editore di cultura”, “curriculum allegato” e “si ricorda di me”. La sua risposta inizia con un “Gentile Signora”.

Chiamo un autore, che collabora da tempo con la casa editrice. “Buongiorno, chiamo dalla redazione di Fuffa Editore, l’architetto Fantocci?” “Ah, buongiorno… [silenzio] Come posso chiamarla: signorina? No, forse signora!” (Certo, babbuino, come la portiera del tuo condominio. In fondo lavoro solo nella redazione di una casa editrice, vuoi che sia laureata?)

E-mail di un architetto, professore al Politecnico e direttore di collana, indirizzata a me, all’editoriale (il nostro emulo di Carroll) e al babbuino precedente (perché ovviamente in editoria sono tutti amici degli amici): (specifico che lo conosco appena) “Scusate tutti, ma qui o faccio la valigia o… e come single mi tocca pure stirare!”

Lascio a voi la scelta della specie di ciascun esemplare.

Questo insignificante aneddoto è dedicato a chi vuole lavorare in editoria perché crede che entrando in casa editrice si ritroverà in un luogo magico dove i lavoratori, adepti dell’umanesimo integrale, disquisiscono di filosofia sorseggiando nettare per realizzare appieno le proprie potenzialità.

Nel nostro ufficio fa sempre molto caldo, anche a gennaio. (Forse perché il Male ha bisogno di un’incubatrice, ma questo è un altro discorso.) Siamo tutte donne, perché secondo la caporedattrice (Vecchia Cinica Malvagia Arpia) gli uomini non sono altrettanto bravi in questo lavoro. Secondo me è per non creare distrazioni, ma è solo l’opinione di una profana maligna.

Purtroppo si passa dal nostro ufficio per entrare in una delle sale riunione più gettonate dell’azienda; “purtroppo” perché, dato appunto il caldo, spesso la porta rimane aperta e arrivano alle nostre orecchie le idee geniali che vengono concepite e plasmate in quel luogo. È questo che mi ha resa così fiduciosa sui futuri sviluppi dell’editoria italiana.

Come spesso accade, un giorno passa il responsabile dell’ufficio librerie, stavolta lamentandosi insistentemente con noi per il caldo – ma è quel lamento del tipo “sono un sacco simpatico e mi rivolgo a un gruppo di donne che non possono che ammirarmi”. Al terzo passaggio e dunque alla terza lamentela, aggiunge ad alta voce, brillante: “Guardate che vi lascio la mia camicia da lavare”. Risatina compiaciuta delle mie colleghe. Stavolta (per fortuna) i miei filtri si sono inceppati e ho fatto una faccia inequivocabilmente schifata. Spero che l’abbia vista bene e si sia sentito la merda che è. Ed è già tanto che non abbia aggiunto “perché non te la cacci in gola?” (versione ripulita).

Forse è inutile specificare che il tizio avrà sì e no la terza media e che le mie colleghe sono tutte laureate. Una ha pure un dottorato in legge: può servire, in effetti, se poi devi ridurti il cervello in pappa. La collega in questione è pure andata, molto convinta, alla manifestazione “Se non ora, quando?”. Che poi non ci si stupisca se ho qualche problema a sentirmi solidale con le donne.

Ah, come sono fortunata a lavorare in editoria, che bell’ambiente!