Un piano B

22 novembre 2011

Nel mio scendere e salir per l’altrui scale, mi accorgo ogni tanto di avere quasi trentatré anni e di aver cambiato circa venti lavori, riconducibili più o meno a sette-otto macrosettori differenti, senza vere prospettive di mettere radici da qualche parte – sì, l’editoria: mi piacerebbe, ma non mi pare che lei mi voglia più di tanto tra le scatole.

Così, tanto per allargare il campo, oggi sono andata a informarmi su un dottorato. L’idea, in realtà, non è nuova: in Italia, nel corso degli anni, ho partecipato a cinque concorsi di ammissione, concorsi che hanno puntualmente vinto altri, generalmente quelli che li dovevano vincere, per un motivo o per un altro. Ma non è questo il punto.

Mi chiedo che cosa io abbia intenzione di fare. Ciò che è nei miei sogni più o meno lo so: vorrei continuare a lavorare come traduttrice e redattrice e nel frattempo fare un dottorato, studiando ciò che amo (fiabe e illustrazioni). Respirare nell’università per usare il fiato in editoria e viceversa, come diceva un mio professore. Magari anche scrivere, a saperlo fare – ma se il resto è un sogno, questa è proprio una pia illusione. Il problema, però, è che non ho un piano B. È ridicolo ed è stupido, ma non ce l’ho. E questo mi paralizza, perché mi conosco e so che vivrò ogni altra cosa come una sconfitta.

Non riesco a togliermi dalla mente:

quella che fu l’ossessione della mia prima giovinezza: proprio come un albero, infatti, immaginavo la vita che mi si apriva davanti. Lo chiamavo, a quell’epoca, l’albero delle possibilità. Solo per un tempo brevissimo ci è dato di vedere così la nostra vita. Ben presto essa ci appare come una strada segnata una volta per tutte, come un tunnel da cui non possiamo più uscire. Eppure, la vecchia immagine dell’albero ci rimane dentro sotto forma di un’insopprimibile nostalgia [M. Kundera, L’identità].

A volte mi sento come Jimmy Rabbitte di The Commitments, che rispondeva alle domande di un’intervista immaginaria sulla presunta fama del gruppo (poi sfasciatosi rovinosamente) persino mentre pisciava in un bagno pubblico. Ecco, mi sembra che la mia mente funzioni esattamente così, concentrata su cose che non avverranno mai. Come un’adolescente, come se vivessi un’esistenza parallela che poco si cura della realtà dei fatti e dello scorrere del tempo, tutta incentrata com’è sulle possibilità. Mi sento come La donna del tenente francese, con la differenza che se scelgo il finale sbagliato sono fottuta, perché l’alternativa nella realtà non esiste.

Vedo i miei amici che hanno figli e da un lato penso che sarebbe bello, dall’altro che sarei inadeguata – e soprattutto, egoisticamente, che una scelta del genere manderebbe tutte le mie possibilità in soffitta. Perché mi comporto come se finora non ne avessi fatte, di scelte? E forse è proprio il mio ego smisurato, che sgomita brontolando alla continua ricerca di riconoscimento, a soffocare le possibilità, per inettitudine a viverle.

Itaca mi ha dato il bel viaggio, che cos’altro mi aspetto?

Annunci

Diario pre-migratorio

7 settembre 2011

Le domande più ricorrenti che mi vengono rivolte in questi giorni: “Allora? Come stai?”, “Contenta di partire?”, “Non ti dispiace andartene?”, “Pronta per la nuova vita?”.

Non lo so, la risposta, anche un po’ infastidita, è: non lo so. Al momento semplicemente credo di non riuscire ancora a realizzare che a giorni – finalmente – me ne vado, lontano da qui.

Ho l’impressione di aver passato gli ultimi due anni e mezzo in letargo, o in apnea, come se al mio posto avessero messo un automa in grado (più o meno) solo di sopportare l’incomprensibile, aspettare che si riaccendesse una luce e nel frattempo bramare intensamente l’arrivo del fine settimana, di ogni singolo giorno in cui non sarei dovuta andare al lavoro, non avrei dovuto incontrare la realtà. A guardarli adesso, questi anni, mi sembra che per la maggior parte del tempo fosse buio. Andarsene è come avviarsi con lentezza verso il disgelo, uscire da una casa piena di giocattoli rotti.

Non sono contenta di partire, sono felice, a dispetto di tutti coloro che vorrebbero intravedere dietro le mie (non) risposte un po’ di rimpianti. Ma sono sopravvissuta grazie alla rabbia e la rabbia mi ha scavato dentro un pozzo che ora inizia a svuotarsi. Silenzi e attese mi hanno confinata in me stessa lasciandomi poche vie di fuga, poca possibilità di immaginare la speranza, o addirittura la libertà.

I miei attimi di bellezza, di vita, erano nell’incontro con autori che ho amato, nella traduzione, la forma di lettura più intensa che io conosca. Il resto non ero io.

Di che cosa ho paura allora? Dell’esilio volontario da una comunanza di sguardi con gli altri esseri umani. Di essere diversa, una volta per tutte, apertamente. E di aver condannato alla diversità anche il mio compagno. So che cosa significa vivere esperienze troppo dissimili rispetto a chi ti circonda: essere cresciuta in un Paese sentendomene estranea, aver fatto della diversità un vanto e un punto fermo per stare dalla parte di un familiare disabile, la sensazione di essere sempre fuori luogo, mai parte di un gruppo, anzi, di doverlo perfino contestare a prescindere. Quante persone simili a me ho incontrato? Quante volte mi sono sentita sulla stessa lunghezza d’onda di qualcun altro? Pochissime. Perché allora dovrebbe spaventarmi il solo fatto di dirlo ad alta voce? È ironico avere la consapevolezza della distanza ed essere condannati invece a desiderare la prossimità, l’accettazione.

“Intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché sennò, anche se un giorno la porta sarà aperta, lui non vorrà uscire.” Ecco, i fiori non sono mai stata in grado di metterli, alla mia cella. Il prezzo che pago è vivere con le valigie sempre fatte, gli scatoloni mai svuotati, letteralmente, ma la libertà di potersene andare è per me ancora come l’aria.