Non posso definirmi una traduttrice, sarebbe ingiusto nei confronti di chi questo mestiere lo fa a tempo pieno e con tutti i sacrifici del caso, dei quali ho enorme rispetto: conosco più o meno le paghe – a fronte anche della preparazione e della passione di questa gente – e non so davvero come si riesca a sopravvivere se non si è Ena Marchi, Ilide Carmignani o altri nomi del medesimo calibro.

Io traduco nel tempo che mi resta dal mio primo lavoro – il classico call center, per fortuna almeno a tempo indeterminato – e spesso anche durante il mio primo lavoro, nei momenti di pausa tra un flusso di chiamate e l’altro, resettando in continuazione il cervello su quattro lingue diverse – e tenendo il tutto rigorosamente nascosto al capo, che accetta che si navighi su Facebook o che si legga Paris Match, ma non che si tenga allenato il cervello. Non ho studiato traduzione, se non durante il Master e dopo, da appassionata, e non ho nemmeno una vera laurea umanistica (faccio parte degli universalmente vituperati scienziati della comunicazione). Eppure ho la “fortuna” di avere all’attivo la traduzione di quattro volumi e un quinto in lavorazione – è giusto che il termine rimanga tra virgolette perché è frutto di dieci lunghi anni di conoscenza con l’editore (sempre lo stesso, fosse mai che da altre case editrici ti chiamino se non vieni presentato dagli interni) e di guadagni, a fronte del lavoro svolto, da far tremare le vene e i polsi. Mai fatto concorrenza sleale, però: a volte ho l’impressione che se quelle traduzioni non gliele facessi io, nemmeno si preoccuperebbe di darle ad altri.

Non racconto questa storia per giocare al caso umano, ma solo perché a volte mi sembra che “là fuori” nessuno sappia, nemmeno in parte, che cosa vuol dire tradurre, rivedere una traduzione, “fare il lavoro culturale”. E mi chiedo sempre più spesso se tutto ciò ne valga la pena.

Oggi mi sono imbattuta in un commento di un utente Anobii su un libro che ho tradotto. Riporto le sue testuali parole: “Non so bene se è piattolo [maschile di piattola, n.d.r….?] per la traduzione; la traduttrice afferma di aver voluto modernizzare qualcosa che ha trovato desueto; ciò mi fa imbestialire. Naturalmente (per propria natura) ogni storia si modernizza nell’immaginazione del lettore. Grazie cara traduttrice, non avevamo proprio bisogno della tua piatta modernità.” Ammetto che non fosse il libro più bello che io abbia mai tradotto (e l’ho amato comunque!), e anche che sia stato ingenuo da parte mia scrivere nella postfazione (o quel che era) che avevo cercato di fare un lavoro di modernizzazione del linguaggio: conosco bene quel testo e sapevo che sarebbe stato di nicchia, non volevo anche condannarlo a scontare il passaggio del tempo, quando potevo farlo apparire per quel che era, un piccolo capolavoro di stile narrativo, una preziosa e sottile lezione di scrittura. Semplicemente dovevo farlo senza dirlo, sono stata intellettualmente e filologicamente troppo onesta. Piatta, però, non credo di esserlo mai stata, io che soppeso e rileggo ogni virgola per cercare di infilarmi giù nell’inchiostro dell’Autore e vedere le parole che prendono forma con i suoi occhi.

Non è la critica in sé che mi deprime – esiste gente al mondo che riesce a odiare perfino Il piccolo principe o Winnie the Pooh -, è la stupidità e la superficialità con le quali viene fatta: come può una persona giudicare se una traduzione è piatta o meno senza conoscere l’originale (e avendo solo vent’anni, quindi nemmeno con la giustificazione dell’esperienza da revisore di traduzioni)? Non stiamo parlando di Queneau o di Vian, non si trattava certo di un autore che ha fatto della sperimentazione linguistica il suo punto di forza – ma mi pare evidente che chi ha criticato non ha idea neanche di questo. Ecco, la sufficienza con cui la responsabilità del fatto che un testo non sia piaciuto viene attribuita al traduttore mi spaventa. E mi spaventa perché MAI viene fatto il contrario – ed è giusto che sia così! Ma allora il traduttore che cos’è? Se deve essere trasparente e discreto, cercando di rimanere nell’ombra per far emergere l’autore (o almeno questo è il mio punto di vista), deve necessariamente modellare il linguaggio perché questo risulti più armonico a quelle che il traduttore ritiene essere le intenzioni comunicative dell’autore. Tant’è vero che spesso ottimi traduttori sono state persone che la lingua di partenza non la conoscevano perfettamente, ma avevano perfettamente capito l’opera.

La traduzione è il risultato di un insieme di scelte traduttive, di interpretazioni: si può contestare che il traduttore abbia interpretato male, o in maniera superficiale, il pensiero di un autore, ma come si fa ad accusarlo di “piattezza” se non intendendo con questo sciatteria? (E francamente non credo sia il mio caso.)

Capisco le frotte di gente che si ammassano alle porte delle case editrici (in fondo il mito ambivalente del lavoro editoriale, amato e odiato, esiste ancora) e capisco anche che l’educazione di impronta puramente quantitativa che viene oggi impartita porti a credere di essere più bravi per via dell’etica dell’accumulo – per gli amici nerdism (libri o pupazzi di Star Trek poco importa, la logica è quella delle crocette sul muro); ciò che non capisco è la completa ignoranza che circonda questo mestiere, a maggior ragione se questa ignoranza è perpetrata dai cosiddetti lettori forti. Si scherza sugli anziani che osservano i lavori stradali dando indicazioni agli operai eppure rimane opinione comune che quello del traduttore (o del redattore), in fondo, sia un mestiere parassitario che potrebbe fare chiunque, tanto che in rete abbondano le traduzioni di volontari che passano così il proprio tempo.

Ah, la logica dominante di screditamento del lavoro culturale…

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Premetto che il discorso che segue non è universalmente valido, come nulla di ciò che è contenuto in questo blog del resto, ma si applica solo alla casa editrice per cui lavoro – ancora per poco, grazie al cielo. Si parla quindi di editoria tecnica, ovvero manualistica per professionisti, e (pseudo)universitaria.

Come vengono scelte le opere da pubblicare? Ho a che fare giornalmente con diversi cosiddetti “editoriali” – che poi sarebbero responsabili di collana ma con un profilo spiccatamente commerciale (in sostanza non sanno una mazza di lavoro redazionale/editoriale) – e la risposta è valida per tutti loro e per tutti i settori di cui si occupano: per conoscenze convenienti o tramite finanziamento. Il secondo caso è molto semplice, si paga per pubblicare: lo fanno enti pubblici, società, fondazioni, ecc. (Con noi) non privati, che io sappia, i quali “pagano”, però, in altro modo (e si arriva al primo caso): per esempio, fanno adottare il proprio libro a un corso, universitario o non, oppure arrivano con una bella lista di aziende interessate a comprarlo. Ma come fidarsi dell’autore, ovvero del fatto che in un modo o nell’altro questi porterà guadagno? Perché, direttamente o indirettamente, gli editoriali lo conoscono: pubblica con loro da tempo (escono a volte perfino 4-5 libri l’anno dello stesso autore, con ovvie ricadute sulla qualità del contenuto) oppure è lo/a schiavo/a di coloro che, appunto, sono “dentro” da tempo. Gli “esterni” non vengono presi in considerazione, nemmeno in quanto degni di risposta. Ricambio zero, qualità delle pubblicazioni – tranne rari casi – incredibilmente scadente.

Torno ai finanziati per dire una cosa, questa sì generalizzabile: non pagate mai per pubblicare, mai! La casa editrice che riceve dall’autore (o da chi per lui/lei) dei soldi per produrre un libro, non ha alcun interesse a promuoverlo, né a distribuirlo, perché si è già ripagata i costi e oltre. Vi dicono che ne tireranno 300 copie? Falso, ne tireranno (in digitale) quanto basta per mettervele nella libreria che avete sotto il naso e farvi credere di averle distribuite.

Per i libri non (direttamente) finanziati, esistono invece diverse (basse) strategie di promozione, alias specchietti per le allodole: per esempio, si prende un libro da 40-50 euro in formato grande, se ne tagliuzzano un paio di capitoli e di questi due capitoli, senza variazione alcuna, si fa un libretto in formato ridotto da 18-30 euro circa, rimandando al formato grande per approfondimenti. Non è un’esagerazione, l’ho fatto personalmente tante volte, è una pratica comunissima. Ovviamente questo aborto il più delle volte non passa nemmeno dal correttore, perché pare che non ne abbia bisogno – dato che il redattore non può leggere, i riferimenti interni si correggono da soli, no?

Prima che qualcuno si sogni di dire che l’editoria è tutta una mafia, però, racconterò un’altra cosa – dando per scontato che effettivamente dove lavoro io, nella grande casa editrice di Mordor, è proprio tutta una mafia. Collaboro invece anche con una piccola casa editrice e ho visto personalmente l’editore (lui, il Capo) scegliere per la pubblicazione un manoscritto, effettivamente molto buffo, arrivato per posta dal Signor Nessuno. Questo era a beneficio di chi non capisce la differenza tra grandi e piccole case editrici.

Ok, lo sapevo: il libro di Thomas Murphy sulla precarietà era una bufala. Quei geniacci della Rete dei Redattori Precari si sono inventati, in onore del Salone Internazionale del Libro di Torino, un libro da contestare (Perché la precarietà ci salverà), un autore da fischiare (Thomas Murphy), una casa editrice da stigmatizzare (Narioca PresS, anagramma di San Precario) – con tanto di sito, programma editoriale, collane -, per poi rivelarci che era tutto montato ad arte per sollevare, in particolare, il (grosso) problema del precariato editoriale e, in generale, della scarsissima o nulla importanza assegnata in Italia al lavoro intellettuale.

Booksblog e Denisocka spiegano tutto in dettaglio.

Primo monito di San Precario, il santo in paradiso indispensabile ma alla portata di tutti: attenti, editori, un redattore (correttore di bozze/traduttore/grafico editoriale/ecc.) vi seppellirà!

Secondo tale Thomas Murphy, famoso economista americano, la precarietà ci salverà*. Ecco, a signori così “lucidi e attuali” farei passare un solo anno da precari, uno solo.

Si sentiva proprio un gran bisogno di una nuova casa editrice come Narioca PresS. Pare che dovrebbe presentare la suddetta pubblicazione al Salone del Libro di Torino domenica 15 maggio alle 14,30 al padiglione 3, stand R114: se vi trovate in zona, passate anche voi a fare un bel salutino…

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* Thomas Murphy, Perché la precarietà ci salverà, Narioca PresS, 2011.

Accade piuttosto spesso di scoprire che un autore copi, soprattutto nel territorio della non fiction, soprattutto se non siete in Bollati Boringhieri (e pure lì tocca vedere). Non c’è niente di scandaloso in sé nel copiare: l’essere umano è pigro, insicuro e spesso a corto di tempo, oppure semplicemente avido. Anch’io ho copiato, sebbene nel mio caso non vi fossero contropartite economiche, e da me stessa: dovevo fare come esercitazione per un corso postuniversitario delle schede di lettura e, dato che un po’ non mi andava, un po’ non ne avevo il tempo, ho copiato da mie vecchie recensioni. Molto stupidamente, senza dubbio, per svariate ragioni: recensioni e schede di lettura hanno ben poco in comune; le recensioni erano online; trattandosi di un corso di editoria il professore non poteva che controllare che gli scritti fossero farina del nostro sacco. Una perfetta figura di merda con tutte le aggravanti del caso, insomma. E del resto dovevo aspettarmelo da quando mi beccarono l’unica volta in cui marinai la scuola, peraltro quando già firmavo da sola le mie giustificazioni, o anche da quando i miei trovarono nel mio zaino di quattordicenne un intero pacchetto di sigarette – pacchetto che era intero da circa sei mesi perché, appunto, non ero mai riuscita a fumarne neanche una. Insomma, tornando a tempi più recenti, copiando ci ho guadagnato solo parecchia stima in meno – reazione un po’ eccessiva, a dirla tutta, perché bastava dire “senti, ti ho sgamata, fai poco la cogliona e riscrivile” (cosa che poi ho fatto anche da sola, ma ovviamente non è bastato).

Il reato di pigrizia non è comparabile al plagio, almeno nelle sue conseguenze giuridiche e sociali: se firmo un contratto con una casa editrice per consegnare un manuale da pubblicare con il mio nome e prendo tutto (tutto) il materiale da Wikipedia e da relazioni di altri (online e facilmente accessibili), oltre a essere un cretino (ho più o meno il 50% di possibilità di essere beccato), sono anche un truffatore. L’editore non è un poliziotto, quindi gli basterà rescindere il contratto. Ma se, pur sapendo tutto, non lo fa e pubblica ugualmente?

Ricordo che una volta seguii una “lezione” di Marcello Baraghini, un uomo sicuramente condizionato da un’incrollabile ideologia di fondo, a mio avviso anche parzialmente discutibile, ma pur sempre un editore (Stampa Alternativa) dalle idee ben chiare sul proprio ruolo di imprenditore e di operatore culturale. Disse che la colpa maggiore per il pantano in cui si trova il mercato editoriale è attribuibile agli editori: perché vendere libri superflui e nati male (per curatela, traduzione, editing, confezione, etc.) a prezzi alti e pretendere che i lettori non reagiscano? Io stessa non me la sentirei (nemmeno lontanamente) di condannare, per dire, gli universitari che fotocopiano per l’esame il libro del professore, pubblicazione il più delle volte completamente inutile all’avanzamento della disciplina, e dalla pura funzione fabrile – serve sia a non far ballare il tavolo che a consegnare allo stimato Autore cattedre immeritate. (I libri che piacciono, universitari e non, si comprano, invece, sempre in originale; ma dev’essere solo una coincidenza.)

Certo che se si produce tutta questa spazzatura è difficile poi pretendere che dall’altra parte non si generalizzi. Attenzione: “spazzatura” non è affatto inteso nell’accezione snobistica del termine. Anche la letteratura rosa, per citare un genere bistrattato, ha la sua piena dignità: il tempo e il mercato lo hanno dimostrato, il resto è noia. Però sapete quanto costano gli Harmony? € 3,00, controllate pure. Perché invece un manuale interamente scopiazzato, la “spazzatura” vera e propria, dovrebbe costarne tra i 22,00 e i 38,00?

Mi si potrebbe dire: beh, in un regime di concorrenza, se un editore fa uscire una cosa del genere i suoi lettori gliela fanno pagare. Non è così. (A parte il fatto che la concorrenza è una simpatica burla, intendo.) La possibile cattiva fama è ormai un danno collaterale, quando si devono far uscire 40 titoli al mese: è accettabile perdere qualche lettore per strada (quanti volete che se ne accorgano?), se ne troveranno di nuovi, se pure occasionali, producendo una maggiore quantità di oggetti d’uso di facile consumo. Avanti così finché ogni nicchia di mercato non sarà completamente bruciata, e al dopo si penserà dopo.

In momenti come questi vorrei che la teoria darwinista fosse pienamente valida anche per l’editoria. Invece avere tanti amici conta sempre più della selezione naturale.

Ho appena saputo della morte di un amico, Giorgio Antonelli. Una persona di discrezione e dignità rarissime, che ai colleghi aveva detto che si sarebbe ritirato per un po’ solo per fare degli accertamenti medici. Scrisse, scherzando: “Se sopravvivo agli esami ci sentiamo subito dopo”.

Ho capito che la situazione era grave quando ha smesso di rispondere a mail e messaggi, lui che scriveva anche solo per augurare buona settimana, buon weekend, o per dire che il sole splendeva perfino a Milano. Lo ricordo sempre sorridente, il suo entusiasmo era un grande dono.

L’ultima volta che l’ho sentito è stato per dirgli di stare attento, perché non tutti capivano lui e il suo modo di lavorare per l’Editoria, è il caso di dirlo – l’Editoria con la “E” maiuscola, quella che produce cultura. E lui, con la sua solita infinita innocenza, che un po’ mi inteneriva un po’ mi faceva arrabbiare, mi rassicurava come se alla fine dovesse essere il bene a trionfare, come se tutte le qualità di un essere umano fossero comunque destinate a emergere, come in un sipario che viene tirato via con semplicità, o una verità che si svela per natura. La luce che Giorgio emanava riusciva a bucare qualsiasi grettezza e ipocrisia.

Rimpiango di non avergli detto che tutti lo stimavano come e più di me, rimpiango di non avergli parlato con la delicatezza con cui si dovrebbe parlare a un bambino.

Flare, la “sua” rivista, era la diretta espressione della sua anima, come lo erano lo splendido e sconfinato archivio di documenti e foto sulla luce, i suoi libri, le citazioni raffinate e profonde, i modi da gentiluomo d’altri tempi, i suoi “che bello sentire la tua voce di lunedì mattina!”. Mi aveva detto che si sarebbe dedicato a un nuovo libro, che ne sentiva il bisogno.

Lo avrei chiamato stasera, adesso, per fargli gli auguri di buon compleanno. Non ha potuto aspettare.

Disse una volta di Illuminotecnica, che compiva 50 anni: “Un compleanno non deve dare luogo a un epitaffio”, il suo festeggiamento deve essere disinvolto, leggero.

Voglio scusarmi, perché le mie parole non sono in grado di rendergli alcuna giustizia. E per chiudere come farebbe lui, citando Woody Allen, condivido molto questa mia idea. Ma amaramente.

Da semiologa non praticante, non posso che dedicare uno spazio alle mie riflessioni pseudo semiotiche e ai tentativi, altrettanto pseudo, di lettura della realtà. E non posso che chiamarlo Umberto.

Sabato 29 maggio sono stata alla prima conferenza annuale del Centro di Studi sulla Memoria dell’Università di San Marino, tenuta, appunto, da Umberto Eco e intitolata Ricordare e dimenticare: le due funzioni della cultura. Un intervento simile a quello fatto in occasione del Salone del Libro di Torino 2010.

Le Lectures on Memory sono state inaugurate in questa sede perché è proprio la Biblioteca dell’Università di San Marino che nel 1991 ha acquisito, dietro pressione di Eco, il Fondo Young, una raccolta precedentemente appartenuta all’oftalmologo nordamericano Morris N. Young e a sua moglie Chesley  (non chiedetemi perché) che annovera “una vastissima collezione di opere e documenti sulla memoria e le mnemotecniche”, fatta di “alcuni manoscritti medievali e posteriori, 197 libri pubblicati prima del 1800, circa 2.000 monografie di data posteriore, 500 pezzi di grafica e memorabilia, corrispondenza con studiosi della memoria, circa 12.000 schede bibliografiche sull’argomento”. Per le università americane è abbastanza comune investire in patrimoni librari, poiché questi attraggono studiosi, e di conseguenza innalzano il prestigio dell’istituzione stessa.

Tornando alla memoria, l’informazione ha un duplice senso: tecnico, ovvero inteso come proprietà statistica della fonte (canale), e comune, come trasmissione di dati di qualche interesse collettivo (messaggio). La distinzione tra canali e messaggi conduce a due problematiche di fondo: nel primo caso, l’organizzazione dei canali, che non pertiene la discussione in oggetto, nel secondo il numero dei messaggi veicolati, che cresce in maniera esponenziale. Tanto che lo specialista di una disciplina non riesce nemmeno a seguire le innovazioni del proprio settore: avere a disposizione un numero tanto elevato di titoli, equivale a non averne nessuno.

Eco fa l’esempio della ricerca online di informazioni sul Graal: dei primi 70 siti, 68 sono ciarpame, allora come farà uno studente a decidere quale tra questi gli fornisce l’informazione corretta? Ci si trova davanti sia all’utopia della cultura come conservazione, che al problema della cultura come dimenticanza.

La cultura intesa come memoria storica è anche capacità di selezionare.

Moltissime tragedie citate da Aristotele nella Poetica sono andate perse: è perché non “meritavano” di essere ricordate o semplicemente per caso (i motivi accidentali dei quali si parlerà in seguito)?

L’anima, intesa come memoria, è fatta non solo di ciò che ricordiamo, ma anche, forse soprattutto, di quanto dimentichiamo. E del resto il nostro inconscio è in grado di funzionare anche perché “butta via”.

Il web, invece, è il Funes el memorioso di Borges.

Per parti del mondo non sviluppato internet è effettivamente motore di sviluppo, mentre può avere risvolti dittatoriali in un paese democratico. Si potrebbe semplificare dicendo che internet fa bene ai “ricchi” (coloro che hanno la capacità di interpretare) e male ai “poveri” (coloro che non ce l’hanno), come una sorta di anti-Robin Hood.

Guardando la questione dal punto di vista della conoscenza condivisa, in teoria si avrebbero 6 miliardi di differenti enciclopedie, ma, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non sarebbe affatto una situazione democratica. La funzione di un’enciclopedia, infatti, è anche quella di creare una piattaforma di linguaggio comune sulla quale è possibile contestare le teorie prevalenti – aggiungo io: che sia per questo che la contestazione non esiste più se non come mitologia di se stessa? Abbiamo perso una piattaforma comune di linguaggio, di interpretazione del mondo?

Perché vi sia terreno fertile per l’originalità, le nuove idee, deve esserci condivisione, spirito gregario, un’enciclopedia comune insomma.

Per esempio, esiste un sito, www.bahn.de (che scrivo anche per tenere a mente, data la mia scarsissima “ritenzione mnemonica”, altro che mnemotecniche…) che fornisce tutti i dati sulle connessioni ferroviarie europee (perfino quelle italiane non segnalate da Trenitalia, pare, e non è che ci voglia molto…), ma ovviamente per arrivare a Praga da Roma non sceglierò di passare da Lisbona. Potrei, però, scegliere di passare da Vienna, se ho un po’ di tempo a disposizione, ed è grazie a un’enciclopedia condivisa che lo decido. Ciò che è necessario in una scelta è dunque il criterio, che poi è anche la differenza stessa tra “informazione” in senso matematico e comune.

Purtroppo (per fortuna?) non esistono tecniche per dimenticare: la dimenticanza è sempre accidentale (o è un atto mancato, ma quella è un’altra storia). Le tragedie di cui parlava Aristotele potrebbero essersi perse per motivi accidentali, o censure, o corruzione, …

Nietzsche parlava dell’inutilità degli studi storici, del fatto che la felicità risiedesse nel poter dimenticare – e chissà che Borges, nel parlare del suo Funes, non lo stesse indirettamente citando. Nietzsche diceva infatti che un uomo che volesse vivere sempre e solo storicamente sarebbe come un uomo che viene ripetutamente privato del sonno. Da qui la sua convinzione della necessità dell’oblio.

L’enciclopedia media di una data cultura fornisce le informazioni utili sulla battaglia di Waterloo, ma non tutti i nomi di coloro che vi parteciparono, e questa è la nostra salvezza!

Gli enciclopedisti medievali aveva già chiaro questo concetto: Vincenzo di Beauvais, per esempio, era spaventato dal moltiplicarsi della conoscenza e decise per la sua enciclopedia di fare un florilegio (eppure produsse ben 80 libri di Speculum maius verso la metà del 1200!).

Per l’enciclopedia moderna, più che di dimenticanza, si parla di latenza, ovvero di rimando a enciclopedie specializzate. Il sapere, infatti, è sempre attualizzabile, è una forma di “cancellazione” che mantiene: il modello è quello di una libreria, dell’allestimento di un museo, etc.

A quale enciclopedia appartengono a questo punto gli scritti citati da Aristotele? L’essere stati citati li inserisce nell’enciclopedia massimale del mondo possibile in cui sono stati reperiti. L’enciclopedia massimale ha dunque struttura a fisarmonica, che potrebbe allargarsi al progredire del sapere.

Un testo è quindi anche uno strumento per dimenticare, rendere latente. Si pensi al caffè di Sindona: la parola “caffè” non mi fa pensare immediatamente al cianuro utilizzato per avvelenare Sindona, nonostante l’associazione tra i due termini nell’enciclopedia esista. Semplicemente in un discorso si sceglie di narcotizzare o, al contrario, magnificare alcune espressioni.

Si pensi anche al don Isidro di Borges e Bioy Casares: si arriva alla verità perché si ritiene pertinente un certo dato piuttosto che un altro. Metanarrativamente parlando, infatti, è la storia di un lettore che non deve ricordare: gli autori costruiscono, per sovrabbondanza di informazioni, la dimenticanza come strategia narrativa.

Le culture sopravvivono perché alleggeriscono le proprie enciclopedie, mettendo in latenza ciò che comunemente non serve.

L’opinione parapioggia

18 giugno 2010

Trovarsi d’accordo non sempre significa condividere una ragione, la cosa più abituale è che un gruppo di persone si riunisca all’ombra di un’opinione come se fosse un parapioggia.

[Saramago, L’uomo duplicato]