Ovvero perché, da non-più-studentessa e non-ricercatrice, sono contraria alla Riforma Gelmini.

Due cose mi hanno spinto a scrivere questa nota: la lettura dell’articolo sul merito nell’università di Alberto Orioli e l’essermi resa conto che sulla questione vi sia moltissima confusione diffusa, a cominciare dalla definizione, appunto, dei concetti di “merito”, “valutazione della qualità”, “trasparenza nel reclutamento” e, last but not least, “lotta al baronato”.

Parto da Orioli: trovo piuttosto grave che il vicedirettore de Il Sole 24 Ore non solo parli così ingenuamente di un ambito che non conosce e sul quale evidentemente non si è informato, ma soprattutto che si occupi della questione da un punto di vista ideologico invece che fattivamente economico. Con questo intendo dire che è molto facile decidere in maniera astratta se una riforma sia giusta o sbagliata, molto più difficile è comprendere l’impatto reale che questa può avere in un dato contesto. Si dovrebbe parlare, in sostanza, meno di politica e più di politiche. E se non lo fa Il Sole 24 Ore, da chi aspettarselo?

In tanti invocano il cambiamento per il cambiamento, non rendendosi conto che non necessariamente questo si configurerà come una svolta positiva. Se c’è una cosa che l’Italia dovrebbe averci insegnato, invece, è proprio che non c’è limite al peggio.

Innanzitutto chiarisco una cosa: non so chi abbia detto a Orioli che chi fa un dottorato rientri tra i precari della ricerca, ma di certo non è così. I dottorandi hanno giustamente aderito alla protesta perché si tratta di un ambito che li riguarda e del loro futuro – e non vedo come questo si possa negare –, non perché vogliano opzionare un posto nell’Accademia. Personalmente conosco parecchia gente con un dottorato che fa tutt’altro.

Per non parlare del fatto che un post-doc non è, come dice Orioli, un corso, ma in sostanza un assegno di ricerca, che spesso si è costretti a cercare all’estero, visto che già ora i fondi in Italia scarseggiano, e in genere se uno se ne va difficilmente poi torna. Quindi c’è poco da preoccuparsi del fatto che chi ha un post-doc voglia per forza entrare nell’università italiana. I 4 miliardi di euro che l’Italia ha perso in vent’anni per domande e brevetti depositati all’estero da ricercatori italiani dovrebbero pur dire qualcosa al vicedirettore de Il Sole 24 Ore.

Ad ogni modo, e appurato che Orioli sa ben poco del settore di cui parla (che già non è un ottimo inizio per scriverne), non vedo proprio perché chi consegue un dottorato – magari essendoci entrato dopo numerosi concorsi, magari avendolo frequentato anche senza borsa –, perché chi produce conoscenza (e spero che il fatto che la conoscenza a sua volta produca ricchezza sia assodato, almeno questo! Sia che si studi l’ingegneria, che il latino) non debba avere la legittima ambizione di lavorare nell’Università. E che cosa dovrebbe voler fare allora, pelare patate? E visto che si parla di “eccellenza” – come se chi rimane fuori dall’Università si trovasse in questa condizione solo perché non è all’altezza –, dovrebbe pur essere arrivata a Orioli la voce che un italiano all’estero che abbia questa ambizione riesca mediamente a realizzarla.

Nessuno nega (io no di certo) che a creare questa situazione siano stati anni e anni di governi miopi, che mai hanno capito che l’unico modo per produrre nuova occupazione è investire sulla ricerca. Quindi certo che una riforma dell’Università occorre, eccome, e al più presto! Ma fare una riforma di questo tipo non solo senza investire un centesimo, ma tagliando tutto, equivale soltanto a precarizzare ulteriormente le professioni della libera conoscenza e chiudere definitivamente in faccia la porta al ricambio di idee e generazioni – precludendo in sostanza all’Italia qualsiasi barlume di ripresa. Non è vero che una riforma mediocre sia meglio di niente, una riforma mediocre che metta sul tavolo dei proclami (qualità, merito, mobilità, valutazione) e poi li disattenda completamente nei fatti è dannosa innanzitutto perché fa mistificazione, disinformazione, demagogia. E il giornalismo italiano le va immancabilmente dietro.

Ciò che vuole fare la Gelmini non è diverso da quanto fatto da Brunetta con la sua riforma della pubblica amministrazione: non solo i problemi reali di un Paese non si risolvono così, ma si contribuisce anche a creare una totale fraintendimento, un’impossibilità di fondo di comprendere appieno alcune questioni per un’errata interpretazione dei fatti.

Si dice che le ideologie siano finite, a me sembra che si ragioni solo per ideologie. Quando inizieranno invece ad avere importanza le idee?

Il primo, insormontabile, problema di questa riforma è che non ha copertura finanziaria. Che non è un dettaglio, una cosa alla quale si può rimediare in seguito. La legge Biagi dovrebbe pur averci insegnato che a fare una riforma, magari anche con le migliori intenzioni, senza stanziare i fondi necessari, ci si fa solo del male: a che cosa ha portato l’istituzione di contratti atipici senza i dovuti e necessari controlli e ammortizzatori sociali? Davvero c’è qualcuno che da quei contratti è legato che si sente di difenderla? Se proprio si vuole approvare una riforma dell’Università come quella proposta dal ministro Gelmini, bisogna essere disposti a investirci tanto, tantissimo. A quel punto, forse, si potrebbe parlare di collaborare per migliorarla.

La mancata copertura finanziaria, infatti, implica alcune conseguenze inevitabili:

Per gli studenti:

Taglio delle borse di studio, taglio dei servizi (laboratori, case dello studente, ecc.), con conseguente impossibilità per molti di continuare a frequentare. Altro che attrarre studenti e docenti internazionali, alla faccia della costruzione dell’eccellenza! È solo il tentativo finale di smantellare l’offerta di sapere, altro che concorrenza tra atenei, altro che meritocrazia.

Per i ricercatori, precari e non:

1. Gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, nonostante le promesse, rimangono tali, perché i soldi per i concorsi non ci sono; i cosiddetti “precari della ricerca” non avranno più alcuno spazio, perché saranno i primi a essere tagliati. In sostanza viene negata per legge la possibilità di ricambio all’interno dell’Università: chi è dentro è dentro (e spesso i ricercatori a tempo indeterminato sono dentro da un pezzo), chi è fuori rimane fuori.

2. Attualmente si può diventare associati anche dopo un anno di ricerca: e, visto che si parla di principi, non è più meritocratico questo che doversi fare per legge sei anni da precari per poi essere mandati via, visto che i fondi per l’assunzione comunque non sono previsti?

3. Pare che gli stipendi dei ricercatori verrebbero portati a 2.100 euro: bene, lodevole, ma come?

Il tanto decantato limite temporale a due mandati per la carica di rettore che cosa pensate che cambi? Gli ex rettori rimarranno lì in ogni caso, a esercitare il loro potere da ordinari come è sempre stato. La soluzione vera sarebbe rendere questa gente professionalmente valutabile, anche licenziabile all’occorrenza, cosa che porterebbe loro a dover pagare di persona per cattiva gestione e noi a poter usufruire di un servizio nettamente migliore e burocraticamente più snello. Inoltre nessuno si è accorto che la CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, si è espressa favorevolmente? E qualcuno ha visto rettori sul tetto che si siano dichiarati contrari a questa riforma? Ciò significa che, proclami e ideologie a parte, i meccanismi del sistema non sono stati minimante scalfiti dalla Riforma Gelmini.

Si dice che l’efficacia della didattica e la qualità della ricerca saranno valutate da un’ Agenzia nazionale di valutazione. Ma da chi pensate che sarà formata quest’Agenzia, se non dagli stessi che già decidono tutto all’interno dell’Università? Per questo quando si usano parole come “efficacia”, “qualità”, “valutazione”, “merito” è necessario dire la verità, ed è vitale sforzarsi di leggere dietro gli slogan.

Una vera riforma dell’Università si avrebbe innanzitutto con la sua responsabilizzazione: perché non si lascia che ogni preside assuma direttamente il personale che gli serve, invece di doversi attenere (a volte anche suo malgrado) a concorsi il cui esito è spesso già noto? Perché non trattare professori e ricercatori alla stregua di dipendenti? In questo modo ciascuno con il suo ruolo dovrebbe rispondere personalmente del proprio operato, e quale migliore garanzia di questa?

La Riforma Gelmini va, invece, in direzione opposta anche sotto questo aspetto: si vuole creare una sorta di supergraduatoria nazionale dalla quale ogni Facoltà potrà attingere. Ma indovinate chi deciderà la formazione della graduatoria? Gli stessi di oggi. Anche in questo caso, quindi, che cosa cambia? Cambia che chi già rispondeva poco del suo operato, d’ora in poi potrà allontanare da sé qualsiasi responsabilità, imputando tutto a un non meglio precisato livello decisionale nazionale.

Vorrei segnalare in chiusura che giusto un paio di giorni fa è uscito sul giornale un articolo in cui si dice che entro un anno a Forlì probabilmente chiuderanno la Facoltà di Scienze politiche e anche quella di Economia. Avete una minima idea di quanto il Polo di Forlì faccia salire l’Università di Bologna (prima tra le italiane eppure 176a nel 2010) nel ranking mondiale? Alla luce di quest’ultimo fatto, e a proposito del “merito”, come si può seriamente pensare che chi taglia fondi a questi poli di eccellenza tanto da indurli a temere la chiusura, possa fare realmente e onestamente del bene all’Università italiana?

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