Bruxelles, 22 marzo 2016, giorno della duplice esplosione all’aeroporto di Zaventem e alla fermata della metropolitana di Maelbeek. Un ufficio internazionale qualsiasi, a un chilometro dal secondo attentato, in pieno quartiere europeo. Nessuno riesce a lavorare e, tra un’e-mail e una telefonata, indossano tutti le cuffie attaccate al computer per ascoltare Sky News in sottofondo. Capo e capetti si affannano a fare il giro dell’ufficio per rassicurare tutti: una pacca sulla spalla qua, un sorriso là, un “come va” da un’altra parte. Nel frattempo aspettano che un’istituzione europea decida se l’ufficio dovrà restare aperto o no il giorno dopo, in virtù del fatto che il servizio è in appalto.

Verso fine pomeriggio il capo riceve un’e-mail: “Dicono che domani tocca lavorare.” Non commenta, aggiunge solo: “Dobbiamo contare quanti verranno al lavoro, il servizio va coperto.” Capetto, che si sente molto intelligente, controlla l’indirizzo di casa di ciascuno sul curriculum e si mette a fare i calcoli su Google Maps della distanza tra casa di ogni dipendente e ufficio; dopodiché, fa il giro delle persone dicendo “tu abiti a Evere: domani vieni, vero?” oppure “tu arrivi da fuori Bruxelles, mmh, forse i treni non vanno, sei giustificato”. Un essere umano (si fa per dire) che stabilisce l’usabilità (è il caso di dire) delle persone in base alla distanza che separa la loro vita privata dalla loro vita lavorativa, che praticamente coincide con il luogo dell’attentato. Il tutto con l’inconsapevole benedizione di un’istituzione europea, che non si pone neanche il problema del benessere dei suoi impiegati, figuriamoci degli altri. Quando da ente pubblico concedi l’appalto a una compagnia privata solo in base a quanto meno la paghi rispetto alle altre, del resto, cosa aspettarsi: mica hai tempo da sprecare, soldi da perdere.

Qualcuno dice che non si sente sicuro ad andare al lavoro in quelle condizioni; il capo ribadisce che non obbligherà nessuno a presentarsi, data la situazione straordinaria, ma continua a chiedere ripetutamente a ciascuno cosa ha intenzione di fare. Nessuna pietà finché non hai risposto sì o no. Ad ogni modo, il capo dice con convinzione che non bisogna farsi intimidire e che la vita deve andare avanti – sennò, poi, i soldi chi li fa?

Se accenni al fatto che preferiresti lavorare da casa, capetta ti guarda con aria scocciata e quasi incredula, come se fossi un po’ scemo; sembra pensare “poveretto, è così out”. Del resto, dimostra già abbastanza il suo grande cuore quando dice di voler prendere una settimana di vacanza per fare la volontaria a Lesvos: mica c’è bisogno di altro per il resto dell’anno, no? Essere umani con i propri dipendenti non è una cosa che ci si racconta tra amici radical chic davanti a uno spritz.

Il governo belga non ritiene opportuno dichiarare il lutto nazionale: fosse mai che, sospendendo l’inarrestabile catena della produzione, qualcuno si renda conto dell’altra catena, quella indistruttibile di errori infilati l’uno dietro l’altro: errori politici, strategici, amministrativi, umani. O fosse mai che qualcuno faccia semplicemente silenzio.

Peccato non avere a disposizione una Google Maps che misuri la distanza dell’anima dal buco del culo.

Sogno o son destro

18 febbraio 2015

Di seguito alcune considerazioni, sparse e ascientifiche, fatte in seguito alla lettura di commenti, riguardanti la vittoria di Tsipras, dei miei contatti del Pd su Facebook. Perché non esprimere loro queste considerazioni in faccia? In alcuni casi, in privato, lo faccio – in privato, perché si tratta di persone alle quali il Pd ha dato lavoro ma che non per questo sono il Male: quindi esporre pubblicamente la loro ipocrisia a che scopo? Chi ha gli stessi loro interessi farà finta di non capire, chi non ce li ha spesso non ha nemmeno gli strumenti per capire. E, poi, so benissimo che non tutti sono nati leoni, e che ognuno sceglie le proprie battaglie, se vuole farne: da persona che ha sempre tenuto alla propria libertà di espressione, so meglio di loro che si tratta di una scelta che ha un costo. Un prezzo che vale pagare fino all’ultimo centesimo, per me; ma non è la stessa cosa per tutti. In altri casi, invece, semplicemente non ne vale la pena: il mainstream è quello, sul carro del vincitore ci si trovano già, a che scopo dovrebbero riconoscersi come pecora e chiedersi se il re è nudo? Ma l’elenco non è finito. Può trattarsi anche di persone perfettamente in linea col nuovo corso del Pd: liberisti, arrivisti superficiali, reduci di partiti più a destra (sì, so che sembra difficile) che ormai hanno pieno diritto a dirsi “a casa”. Anche qui: a che pro? Sono io a essere fuori luogo, mica loro.

Forse, in una certa misura, sono vigliacca, e superficiale, anch’io: preferisco rimanere con il dubbio che alcuni non siano imbecilli e/o in malafede fino in fondo, che averne la conferma definitiva. Magari è anche un modo per non sentirsi completamente fuori luogo e periodo storico; mantenere la speranza che, se gli eventi dovessero cambiare il loro corso abituale, anche questa gente se ne renderà conto. Chissà.

Se la “sinistra” italiana (o quella che si autodefinisce tale: leggi, appunto, area Pd) avesse un minimo di autocoscienza, ovvero se le sue posizioni non fossero puramente strumentali (id est, lavoro per i fortunati comuni mortali, poltrona per gli eletti), magari si renderebbe conto che le uniche cause a essa esterne (perché, poi, non cito l’autoreferenzialità) che appoggia sono quelle “non politiche”.

Per esempio, la rinegoziazione del debito greco è una questione politica. Soluzione piddina: si parla male del governo Tsipras dal primo giorno (attaccandosi, peraltro, non alla sostanza, ma spesso e volentieri alla forma), in modo da zittire ogni discussione su una possibile evoluzione delle politiche europee. Discussione che passerebbe per il rischio di scoperchiamento del conflitto sociale. E giù critiche da coloro ai quali non piace che vi siano poche donne nel governo, che la Grecia abbia chiesto alla Germania la restituzione del debito di guerra, che un tale o talaltro ministro sia stato piazzato, che il presidente della repubblica sia impresentabile, che non abbiano cercato sufficientemente l’appoggio dei socialdemocratici (tipo Dijsselbloem, per esempio…?), e via dicendo.

Ma guardare la luna (le condizioni di vita di una popolazione, la proposta per un’Europa diversa), invece che il dito che la indica, mai. Esprimersi di conseguenza, mai. Capisco che il gossip sia più leggero, ma appare un po’ penoso vedervi tirare la giacchetta della mamma mentre gli altri tentano di sopravvivere. Perché si parla di sopravvivenza, di condizioni di vita al di sotto di una non ipotetica soglia di dignità, e il tutto in un Paese europeo – ma capisco che la “sinistra” italiana, non avendo alcun legame di rappresentanza con i poveracci, non sappia di che cosa si sta parlando. Ho frequentato abbastanza queste persone per sapere che non solo con i poveracci non hanno – e non vogliono – avere nulla a che fare, ma che credono che la politica sia un gioco a Risiko dove si scelgono le proprie alleanze in base a quanti carrarmati ha l’alleato. Ciò che conta è non essere confinati alla minoranza, perché si è tagliati fuori dal gioco; ciò che non conta sono le idee, perché non se ne hanno – e si sta ben attenti a non dimostrare una qualsiasi vicinanza a chi ne ha. Il Pd non è sinistra, è razza padrona.

(Sennò datemi altri motivi per cui la stragrande maggioranza del suo elettorato non comprende la questione greca: vi ascolto.)

Altro esempio, Kobane: tutti (parlo sempre di contatti Facebook del Pd) a inneggiare alle guerriere curde di Kobane, sostenendo la loro lotta. Per carità, sono d’accordo, e provo ammirazione per queste donne coraggiose, come per gli uomini che resistono con loro, da soli contro una minaccia internazionale. Ma non sono io a ignorare da anni la legittimità di uno stato curdo per non far incazzare la Turchia. Allora l’appoggio alle guerrigliere curde è di tipo politico? No. C.v.d.

#JeSuisCharlie, ovvero tutti solidali con le vittime, tutti per la libertà d’espressione: non-politica. Ricerca e individuazione di eventuali responsabili politici europei, proposta di azioni politiche comuni per contrastare il terrorismo, vedere l’incoerenza e l’ipocrisia dietro al corteo in cui sfilavano, al fianco del “socialdemocratico” (che cosa vorrà dire, ormai?) Hollande, capi di dittature africane e rappresentanti di stati in cui Charlie Hébdo non sarebbe mai esistito: zero assoluto. Quindi, politica: zero assoluto.

Condanna di coloro che esultano pubblicamente perché un detenuto si è appena suicidato: grazie, sacrosanta. Ma non politica. Mentre delle condizioni delle carceri (politica) non gliene può importare di meno.

Che, poi, per tornare al punto, lo dico onestamente: se avessi voluto votare in Grecia, non so nemmeno se mi sarei recata alle urne. Anni di disamoramento della politica fanno anche questo. Trovo la sostanza dei discorsi e il corso d’azione intrapreso da Tsipras e Varoufakis più che condivisibili, finalmente dignitosi, a tratti anche toccanti (come quando, la sera dei risultati, Tsipras dedicò la vittoria di Syriza ai giovani greci all’estero che non erano tornati per votare: sì, mi sono commossa), ma di qua a essere convinta che riusciranno a risolvere la situazione, ne passa. Lo spero, ma non ci credo fino in fondo, magari anche per scaramanzia – come non ci credono fino in fondo tutti quei greci che non sono andati a votare, però.

Sono sempre più convinta, tuttavia, che l’unico modo rimasto per vivere e non sopravvivere (che, poi, non è neanche detto che uno sopravviva, a queste condizioni) è intraprendere quella strada fino in fondo, senza paura e tentennamenti. Che non vuol dire non trattare, ma trattare partendo dalla cognizione del proprio valore e dal saper distinguere la giustizia dall’ingiustizia, mantenendo la dignità. In fondo, credo che la sinistra sia proprio questo: identificazione, lotta per, recupero di dignità. Ma, nel momento in cui quell’ostacolo è superato, bisogna affrontare il successivo, continuare a lottare, abbattere anche quello e poi cambiare, innanzitutto, se stessi.

[…] Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

P.P. Pasolini, Pagine corsare, I ricordi, [Intervento al congresso del Partito radicale], 1975

Mi convinco sempre più del fatto che l’unica sinistra possibile, ormai, sia una sinistra radicale. Il resto, semplicemente, non ha nulla a che fare con la sinistra.

Sento il bisogno di rispondere a “Sara”, l’ex studentessa di Giovanna Cosenza che le ha scritto una lettera pubblicata poi sul blog della professoressa.

Perdonami, Sara, perché sarò cattiva e provocatoria. Perdonami, perché capisco bene ciò che dici, ma non lo condivido. Sono, però, sicura che riceverai diverse manifestazioni di sostegno da chi si trova nella tua stessa situazione, quindi accetta una voce contraria e, se riesci, prendila per ciò che vorrebbe essere: uno schiaffo a chi ha perso i sensi. A volte funziona, a volte, purtroppo, fa solo male.

Non ho mai sopportato chi si lamenta della propria situazione e non fa nulla per cambiarla. E non lo dico per questioni ideologiche o perché così sembro più figa. Probabilmente sono l’educazione e la storia personale, unite al bisogno talvolta anche un po’ crudele di vedersi per ciò che si è, e ciò che si è non è quasi mai piacevole da guardare in dettaglio: spesso è meglio addossare le proprie mancanze ad altri e continuare per la strada che si conosce. Ho fatto anche questo, è umano.

Ho lavorato in editoria, ambito per cui ho studiato e che ho amato molto malgrado le batoste che mi ha riservato: è stato bellissimo vedere il mio nome da traduttrice su testi che ho adorato, nonostante la paga che definire da fame è un complimento, come è stato splendido avere in mano le “mie” riviste, piene delle immagini e degli articoli che io stessa avevo scelto, a fronte di litigi, prese di posizione e perfino mobbing da parte di chi al massimo aveva una licenza media. E tutto ciò perché volevo tenere alta un’idea di “qualità” che, in fondo, là dentro solo io avevo. Proprio come te. Mi sono licenziata, ho deciso che non valeva la pena barattare la mia vita per l’ombra di una vita, mi sono trasferita all’estero, ho ricominciato da capo a 32 anni.

Vogliamo quindi continuare a chiederci di chi è la colpa? Prego, basta che dopo si faccia il passo successivo. Invece no, la mia esperienza è che quel passo lì non si fa quasi mai, si continua a guardarsi allo specchio senza guardare mai in faccia i colleghi, anzi, spesso passando sul loro cadavere, magari nell’istante stesso in cui ci si lamenta della propria vita agra. E sai che c’è? Che se io ho lasciato l’editoria non lo imputo solo a me stessa, alla mia mancanza di bravura o tenacia, né solo agli editori, alle condizioni vergognose che impongono ai loro lavoratori. Lo imputo anche ai colleghi, alla loro completa assenza di solidarietà, alla loro paura perenne e insuperabile, alla loro ipocrisia. Ipocrisia, sì, perché la verità è che per continuare a fare quel lavoro a quelle condizioni devi avere i genitori che ti coprono le spalle, e te le coprono per bene, altrimenti a un certo punto devi cambiare vita.

Accetti a 30 anni un part-time in cui ti pagano 400 euro al mese, con 4 anni di esperienza e una laurea, per andare a sostituire un assunto a 1500 euro al mese? Sì, la colpa è la tua. Ed è colpa tua anche perché impedisci a me di farlo, quel lavoro, soltanto perché io le tue stesse condizioni non le accetterei mai. Perché non posso permettermele, e non solo per una questione economica, che comunque esiste, ma anche di dignità personale. Allora chi “vince” non è mai il più bravo, anche se te lo fanno credere perché hanno bisogno di te, è chi abbassa la testa più a lungo.

Se ho cambiato vita è, ovviamente, perché credo che questo non sia vincere, ma far vincere loro, e questo sulla mia pelle non lo permetto.

Essere “speciali” non è (credere di) scalare le vette del successo, è mantenere la schiena dritta. Fate un piacere a voi stessi e alla società: incazzatevi invece di sentirvi falliti. Fate rete, incontratevi, parlatevi, collaborate. Magari non solo per raccontarvi che la vostra vita fa schifo. Sappiate dire “avrei preferenza di no”.

Perdonami, ma quale mai può essere il peggio che tanto temi, Sara?

Ma citare le fonti?

13 aprile 2013

In questi ultimi tre-quattro giorni ho ricevuto sul blog parecchie visite da Facebook per il post Travaglio, Casaleggio, Chiarelettere, il Fatto: a proposito di trasparenza, quindi vorrei ringraziare chi, senza neanche conoscermi, lo ha scovato su un motore di ricerca e segnalato sul suo diario: non ci guadagno nulla, ma grazie lo stesso per averlo trovato interessante, sono piccole, belle soddisfazioni.

Screenshot del 13/04/2013

Screenshot del 13/04/2013

Segnalo, invece, chi si è appropriato del contenuto del medesimo post, facendolo passare per proprio, quindi scopiazzandone (male) pezzi senza citare la fonte: cari amministratori del profilo Facebook Il Grillino Medio, chi fa del suo biglietto da visita il plagio (perché una licenza Creative Commons BY-ND non vi dà la licenza di fare queste operazioni, vi consiglio di leggerla), con quale credibilità pensa di poter criticare chi accetta acriticamente i dettami dei guru Grillo e Casaleggio? E voi l’avete una testa, o vi basta fare cattiva propaganda agli altri e poi continuare voi stessi a razzolare male?

Le fonti, grazie, citate le fonti.

Ringrazio innanzitutto un’amica che mi ha segnalato su Facebook alcune fonti e ha così suscitato la mia curiosità sulla questione.

Non dirò niente di nuovo, non sono una giornalista d’inchiesta e questo è solo un minuscolo blog privato, si tratta semplicemente di mettere insieme informazioni pubblicamente accessibili su internet.

Tutti sanno che Marco Travaglio, vicedirettore de Il Fatto quotidiano, si è schierato, direttamente e indirettamente, con il Movimento 5 Stelle, tant’è vero che è l’idolo dei grillini – i miei amici che hanno votato per loro non fanno che postare video di Travaglio. Magari non ha mai detto apertamente “io voto per Grillo” (ah, no, scusate, l’ha detto), ma è ovvio che se attacchi tutti, ma proprio tutti, tranne il M5S (che di lati oscuri ne ha tanti, a cominciare dalla sbandierata “democrazia digitale“) non stai facendo informazione libera, come a lui piace ribadire a ogni piè sospinto, stai facendo una scelta politica, oltre che informativa. Come faceva tempo addietro con l’Idv, prima che Di Pietro diventasse indifendibile.

Per carità, posso non stimarlo – e la pietra tombale sulla mia stima l’ha messa lui stesso, quando ha scritto “cari cerebrolesi, nessuno vi obbliga a leggermi“, riferendosi a chi lo criticava, come se “cerebroleso” fosse un’offesa; tanto valeva scrivere direttamente “mongoloide” -, ma sono scelte. Del resto, io non credo che sia praticamente perseguibile l’adagio secondo il quale i giornalisti dovrebbero essere completamente indipendenti da relazioni politiche: l’importante è che queste relazioni siano trasparenti, in modo che chi legge si possa fare una sua opinione sapendo che sta comunque leggendo un’informazione parziale. Proprio per questo continuo ad aprire anche il Fatto, perché di giornali (online) ne leggo una media di 5-6 al giorno.

Detto questo, non mi piace affatto la spocchia e l’ipocrisia con cui Travaglio sbandiera la sua indipendenza. Travaglio lavora per il Fatto quotidiano, che ha degli azionisti e dei proprietari, proprio come la Repubblica. Purtroppo sul sito della testata ho trovato solo il comunicato dell’Editoriale il Fatto s.p.a., ma niente dati sulle quote, quindi devo affidarmi a Wikipedia, sperando che le informazioni siano corrette. Riporto di seguito uno screenshot.

Screenshot del 24/03/2013

Screenshot del 24/03/2013

In base, quindi, alla pagina di Wikipedia, il 16,26% delle azioni del Fatto è detenuto da Chiarelettere, casa editrice del Gruppo Gems nata nel 2007 che, oltre a pubblicare Travaglio, Gomez, Grillo e Casaleggio, riportava, in data 23/5/2012 (il video linkato è molto interessante, nonostante le ipotesi complottiste massoniche), nei credits la Casaleggio Associati, che ora ha opportunamente rimosso. Il blog d’informazione Cado in piedi, sempre di Chiarelettere, alla pagina “Chi siamo”, indica, invece, ancora nei credits la Casaleggio Associati.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Il Fatto quotidiano, dal canto suo, assegna i credits a Marco Canestrari, il quale, vai a vedere, è stato dipendente della Casaleggio Associati dal 2007 al 2010, continuando poi a collaborare con l’azienda da libero professionista fino a ottobre 2011, nonché organizzatore del secondo V-Day e della raccolta firme per i quesiti referendari. Quindi non solo era interno al movimento di Grillo, ma ne era tra i promotori. Canestrari, 30 anni, ha lavorato anche per i siti di Di Pietro e dell’Italia dei valori.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Anche Daniele Martinelli, attuale consulente alla comunicazione del gruppo M5S alla Camera, oltre a essere stato candidato alle regionali del 2010 con l’Idv e aver collaborato con loro e con i Radicali, ha lavorato sia per Casaleggio, che per il Fatto, non so in quale ordine.

Senza contare Jacopo Fo, altro collaboratore del Fatto.

Cinzia Monteverdi, attuale amministratore delegato e azionista al 16,26% del Fatto, è anche presidente di Zerostudio’s, che produce Servizio pubblico, l’unico programma che ha sempre dato ampio spazio ai monologhi, rigorosamente registrati e senza contraddittorio, di Beppe Grillo.

E poi c’è quel 4,88% di azioni di Travaglio, che ha dichiarato pubblicamente di aver votato per il M5S, oltre che per Di Pietro (che, come già si diceva, prima che diventasse pubblicamente indifendibile, il giornalista non aveva mai attaccato). Contando Travaglio e Chiarelettere, fa circa il 21% di favorevoli a Grillo e Casaleggio, insomma (ipotizzando che gli altri azionisti siano estranei a questa logica): per una società che prevede l’impossibilità di avere un azionista di controllo per statuto, non è male.

Ovviamente il Fatto nega qualsiasi accusa di parzialità, ma certo la famosa intervista molto compiacente (un po’ alla Vespa, diciamolo) di Travaglio a Grillo, due pagine, non era un’ottima dimostrazione di questa tesi (qui la versione digitale). E infatti, andando avanti, ne abbiamo seguito l’evoluzione.

Tutto questo è legittimo, intendiamoci, ma non è legittimo attaccare continuamente gli altri giornali perché appoggiano quella o l’altra forza politica quando a casa propria si fa lo stesso. Si chiede l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali, che per società quotate in borsa ci può anche stare (per tutti, secondo me, no), ma poi renderemo trasparenti i finanziamenti privati? Perché il Fatto dice di sostenersi solo grazie al contributo dei lettori e alla pubblicità – che poi ti credo che i blogger che vi contribuiscono non vengono pagati… -, ma personalmente sarei molto curiosa di sapere se riceve anche qualche appoggio dalla Casaleggio Associati o da società ad essa collegate. Non necessariamente in soldi, ma, che ne so, in strategie di promozione e comunicazione, per esempio. Intanto, come si è visto, le mere relazioni umane tra il Fatto e la Casaleggio Associati ci sono, eccome.

Ecco, un giornalista d’inchiesta non potrebbe occuparsene, al fine di fugare ogni dubbio?

Riporto di seguito un comunicato stampa della Rete dei Redattori Precari che condivido pienamente.

Gentile ministro Fornero,

Abbiamo letto sul Corriere della sera del 14 marzo 2013 una sua dichiarazione nella quale si diceva “moderatamente soddisfatta” per il contrasto che la sua riforma avrebbe messo in atto verso “l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”, nello specifico i contratti a progetto.Le scrive la Rete dei Redattori Precari, un gruppo autorganizzato di lavoratori dell’editoria che, qualche anno fa, ha sentito l’esigenza di unire forze e idee per uscire dalla condizione di isolamento e frustrazione in cui la condizione di precarietà inevitabilmente conduce.

Se il ricorso ai contratti a progetto è sceso del 30% mentre l’incidenza dei contratti a termine sulle nuove assunzioni è salita di soli 2,7 punti percentuali (dati Corriere della sera del 14/3/2013), è evidente che una parte molto consistente di lavoratori non è stata riassorbita dalle aziende, che hanno approfittato della mancata regolamentazione delle partite Iva per esternalizzare ulteriormente e massicciamente il personale, obbligando buona parte di chi lavorava con contratto a progetto ad aprire, appunto, la partita Iva. Un ricatto, insomma.

Le sue dichiarazioni sommano al danno provocato dalla sua riforma la beffa del sentirsi dire, in sostanza, che siamo sulla buona strada per “contrastare l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”. Ebbene, la informiamo che stiamo andando nella direzione opposta.

Corriere della sera, 14/3/2013 Le lasciamo qualche dato sulla situazione in editoria fino a qualche mese fa. In Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (dati Slc-Cgil), molti dei quali lavorano lì da più di 5 anni, ricoprendo a volte ruoli di coordinamento, con presenza fissa in redazione, pur con l’assurda copertura di un generico co.co.pro. In Rcs Libri (Rizzoli, Bur, Bompiani) le cose non funzionano certo meglio: i precari sono oltre 50, quasi la metà dei colleghi regolarmente assunti, anche qui hanno spesso postazioni fisse e ruoli di coordinamento. Passiamo a Zanichelli: perfino il contratto a progetto è diventato un miraggio, e i lavoratori sono pagati con diritto d’autore (quello che, come saprà, il legislatore prevede per le opere dell’ingegno) a forfait, per prestazioni che nulla hanno a che fare con il lavoro autorale, come, per esempio, la ricerca iconografica o la correzione di bozze. Potremmo fare infiniti esempi di queste pratiche, e non solo tra i grandi gruppi editoriali, perché le piccole e medie case editrici adottano le stesse pratiche, spesso in modo perfino più selvaggio, con la scusa della crisi.

Questa era la situazione fino a pochi mesi fa. Adesso, anche a causa della riforma Fornero, è peggiorata.

La legge ha portato a un nuovo giro di vite, che costringe i precari sempre più nell’angolo. Ci sono tanti contratti non rinnovati e magari riproposti sotto forma di prestazione occasionale. C’è, per esempio, in Mondadori, il ricorso all’interinale per alcune aree, oltre che “l’invito” ad aprire la partita Iva. C’è l’obbligo di lavorare da casa per metà settimana, la creazione di uno spazio apposito per i precari, in cui questi lavoratori possano recarsi quando le esigenze produttive lo richiedano… C’è, dunque, l’ennesimo tentativo di eludere la legge.

Perché di questo si tratta: di un sistema diffuso e inveterato di elusione. Le case editrici si guardano bene le spalle, sanno come proteggersi da eventuali ricorsi del lavoratore, mascherando dietro contratti fraudolenti la realtà dei rapporti di lavoro.

La sua legge, caro ministro, non serve a nulla, come a nulla sono servite quelle che l’hanno preceduta nel cercare di arginare (ma erano davvero finalizzate a questo?) i danni del peccato originale: il pacchetto Treu. Non serve perché al limite può aiutare il lavoratore solo nel caso in cui questi decida di fare causa all’editore, e solo nel caso in cui l’editore sia stato così ingenuo da non prendere le opportune precauzioni e scappatoie in qualche modo “suggerite” dalla legge stessa. Quindi non solo non serve, ma risulta perfino dannosa.

Le chiediamo, ministro, se intende fingere che tutto questo non stia accadendo, distogliere lo sguardo dalle violazioni palesi della normativa (forse non della lettera, ma certamente dello spirito della legge) che hanno finora avuto luogo nelle principali case editrici italiane (come in tanti altri settori) – non in un piccolo laboratorio artigianale in uno scantinato – e continuare a rallegrarsi per aver di fatto reso possibile il miracolo che tutte le imprese inadempienti agli obblighi di legge sognavano: un condono di massa e, contestualmente, la messa a norma tramite la maggiore precarizzazione del lavoro.

Ministro, prima di lasciare la carica potrebbe spiegarci come venire fuori da questo pasticcio che lei, consapevolmente o meno, ha creato?

Non crede sia il caso di stabilire, piuttosto, un sistema di controllo capillare, che prescinda dalla denuncia del singolo lavoratore, e che sia in grado di rilevare i comportamenti illeciti come quelli che le abbiamo citato?

Con la speranza di ricevere una sua risposta,

Rete dei Redattori Precari

Liebster AwardGiuro che l’ho cercato (ok, per un’oretta, di sabato, mentre facevo il caffè), ma non ho trovato molte notizie su questo Liebster Award, nessuna “pagina ufficiale”, solo tanti blog che ne parlavano dicendo che si tratta di un premio che i blogger stessi assegnano ad altri blogger con meno di 200 iscritti.

Innanzitutto, quindi, ringrazio la mia amica Precariamamma per avermi citata – ma quindi ho vinto il premio anch’io? Che bello, è dai tempi… Non so, dai tempi, che non vinco un premio. Tranquilla, i miei iscritti sono solo 10, più tre-quattro persone che ricevono direttamente gli aggiornamenti via e-mail. Il contatore WordPress, per qualche ragione a me oscura (GOMBLOTTO!!!11!!1), in home ne indica 40, ma è una cazzata.

Ora tocca a me scegliere 3-5 blog con meno di 200 iscritti da segnalare. Si può inserire chi ti ha citato per primo o non è corretto? Facciamo così, metto una parentesi (la “classifica” non è in ordine di preferenza, è solo una lista):

(1. Precariamamma: una libera professionista dell’editoria, precaria per definizione, che ha il gran coraggio di essere anche la mamma di due bambini.)

2. Operai dell’editoria, unitevi!: una traduttrice e revisora che riesce a sopravvivere e lottare in mezzo a colleghi che si mettono d’impegno a emarginarla solo perché è una voce (intelligente) fuori dal coro. Anche lei, nonostante tutto, ha il coraggio di essere una mamma.

3. Sono Storie: un bel blog dedicato soprattutto ai fumetti, ma anche alle “storie” in genere, compresa la politica, una storia mica da poco. In realtà non sono certa, però, che Marco abbia meno di 200 iscritti.

4. Post Modem Plan: Sara Mazzoni parla di fiction e di suggestioni televisive e cinematografiche senza inseguire la novità a tutti i costi. Un blog nuovo di zecca, che voglio incoraggiare.

5. Prestazione occasionale: “la precarietà è un’arte, l’arte di arrangiarsi”. Ecco, e l’esperta del settore si arrangia con grande ironia e uno sguardo acuto sul mondo.

6. Jaulleixe, Ecodiario: eh, beh, sì, se la prima nomination non vale, me ne resta una! Un bel blog su consumo responsabile, ecologia, riuso. Serve a tutti.

Losers

7 marzo 2013

Mi chiedo se, quando la nostra generazione sarà bella che passata, qualche storico o sociologo si occuperà di noi, se qualcuno parlerà di come milioni di persone hanno vissuto senza che venisse data loro alcuna possibilità, se non quella di sopravvivere – e a volte neanche quella. Perché a me sembra di lottare giornalmente nel fango contro enormi avversari invisibili che nemmeno si sporcano le mani.

Oggi ho parlato per l’ennesima volta con il “capo”, chiedendogli in sostanza di sfruttarmi, sì, di sfruttare le mie capacità per farmi fare qualcosa di diverso dal rispondere al telefono. Lui – licenza di scuola superiore tecnica, conoscenza di una lingua, la sua lingua madre, maschilista fino all’osso – mi parlava, spiegandomi con disegnini che un allievo di scuola elementare avrebbe saputo rendere più intellegibili, dicendomi che mi stima tanto, ma che devo pazientare un paio d’anni per poter cambiare ruolo. Un paio d’anni là dentro mi uccideranno, poi non avrò bisogno di cambiare un bel niente.

Il mio compagno, disoccupato da diversi mesi, sempre perché “l’Estero” è il paradiso terrestre, oggi è riuscito finalmente a parlare di contratto e paga per un lavoro che gli era stato offerto tre mesi fa nell’organizzazione di una prestigiosa conferenza internazionale che richiedeva la di lui competenza acquisita con un dottorato: esce fuori che gli offrono a 35 anni un contratto di stage per occuparsi della segreteria, con pagamento una tantum a lavoro praticamente fatto, 2000 euro in totale, forse meno, ma glielo sapranno dire alla fine. La durata di questo stage non è definita: tra un mese si comincia e non si sa quando si finisce.

Forse la cosa più tremenda è che non ho nemmeno più la forza di incazzarmi. Abbiamo fatto tutto ciò che era umanamente possibile fare, ma tanto non basta mai. C’è un tappo che ti impedisce di uscire, di andare avanti, di farti una vita “normale”, perfino di prendere aria.

Comincio anche a pentirmi di aver votato alle scorse elezioni: non credo ci sia qualcuno in grado di risolvere la situazione, è tutto chiuso, e questo non cambierà con un cambiamento di maggioranza, seppur di sinistra.

Non so che cosa pensare e, soprattutto, non so che cosa fare, se vi è qualcosa da fare.

Mi sono finora astenuta dal commentare il risultato delle elezioni politiche in Italia perché sono settimane che faccio indigestione di articoli e analisi e giorni che litigo con gli amici ex “di sinistra” che hanno votato il M5S. Ecco, elettore grillino fanatico, dico a te: su questo blog puoi essere arrivato solo per caso, quindi, ti prego, smetti di leggere, così tu eviterai di incazzarti con una la cui opinione non conta una mazza e io non dovrò perdere tempo a risponderti facendomi venire l’ulcera. Anzi, sappi che i commenti sono soggetti alla mia approvazione: il blog è mio e me lo gestisco io. Almeno io non ho la pretesa di parlare a nome di nessuno.

In sostanza sono d’accordo con l’analisi dei Wu Ming, che “tifano rivolta” nel Movimento 5 Stelle. Sebbene, a differenza loro, io un bel po’ di responsabilità la darei anche agli elettori – un po’ come Leonardo Tondelli, nonostante sarei davvero interessata a capire il perché di un voto – che sembrano dimenticare i punti programmatici più controversi (referendum propositivo senza quorum, abolizione dei finanziamenti pubblici a partiti e giornali, democrazia diretta, solo per dirne alcuni), per non citare poi i toni, a favore di riforme sulle quali qualsiasi “base” (di sinistra) convergerebbe (investimenti nella scuola e nell’università pubbliche, reddito minimo, riduzione degli stipendi dei parlamentari, leggi anticorruzione, sul conflitto di interessi, elettorale). Il problema è che poi non è che ti fanno scegliere se attuare alcuni punti invece di altri, perché tu il voto gliel’hai già dato. Evidentemente pensavano che Grillo su alcune cose scherzasse: ops, faceva sul serio!

Non sto dicendo che da questa situazione non potrebbe uscirne qualcosa di positivo: magari la sinistra si riappropriasse – e portasse avanti seriamente – battaglie che ignora da anni! E se questo deve essere fatto al prezzo di mandare finalmente in pensione la classe dirigente di PD e Sel (ma sopravviverebbe all’uscita di scena di Vendola?) e chiarirsi le idee sul proprio ruolo in politica e in società, sarei la prima a metterci la firma.

Il punto è che non riesco a credere che quel 25% di elettorato abbia fatto attivamente qualcosa negli anni perché non si arrivasse a questo punto. Certo, alcuni di loro saranno sicuramente reduci da movimenti di vario tipo e da battaglie civili, ma tutti gli altri, la maggioranza, il restante 24%? E il motivo per cui non ci credo è che i miei amici che hanno votato il M5S sono tutte persone che si lamentano da anni della situazione ma hanno rarissimamente messo il naso fuori da casa per partecipare a qualcosa, da una raccolta firme a un campo di volontariato, una manifestazione, fino ad arrivare a tenere un semplice blog in cui potevano fare controinformazione. No, la maggioranza di voi non ha fatto nulla, se non farsi condurre dalla rabbia di chi si è sostituito al vostro pensiero e dal falso mito dell’attivismo digitale, come se discutere su un blog fosse uguale anche solo a servire ai tavoli delle feste dell’Unità (sì, faccio questo paragone proprio perché lo odiate tanto), allora perché accusate “la sinistra” di non avervi rappresentato? Questo non per sollevare dalle proprie responsabilità un’intera classe politica miope adagiata sugli allori (quali allori, poi?), ma voi c’eravate a cercare di togliere loro la sedia da sotto al culo? O vi siete svegliati tutti a febbraio 2013, perché tanto sono tutti uguali ed è più facile accettare la pappa pronta da chi dice che fa tutto schifo, promettendovi in cambio mari e monti che sapete benissimo essere falsi? In che cosa esattamente queste promesse sono diverse da quelle fatte da Berlusconi? (A meno che non stiate davvero aspettando di avere la maggioranza in Parlamento e Senato per realizzare tutto il programma, in quel caso mi associo a chi dice che avete, in sostanza, propositi totalitari.)

Sono stata iscritta al Partito Democratico per circa un anno e mezzo, e basta cliccare sul relativo tag di questo blog per capire quanto fossi critica. Il problema è che l’unica voce critica là dentro ero io, non so se perché si trattava di un circolo romagnolo fuori tempo o se è, invece, una tendenza generale. Me ne sono andata perché ero sola, ma almeno io ci sono stata per parlarne. Da allora, profondamente schifata, ho giurato a me stessa che mai più nella vita avrei votato per loro se non avessero prima cacciato i vari impresentabili: D’Alema in primis, il grande genio politico che per ambizione personale ha affossato la sinistra dal momento in cui ci ha messo piede, poi Veltroni, Bindi, Letta e tutti gli altri a seguire. Mi facevano e mi fanno tuttora venire la pelle d’oca ogni volta che aprono bocca.

Ma gli stronzi ci sono ovunque, soprattutto ai vertici, come la vita insegna, e il vero problema era semmai il pensiero unico, il fatto che non si volesse ascoltare il dissenso, anzi, che si emarginasse il dissenso, il politicamente corretto che doveva attenersi agli angusti limiti dei dettami della dirigenza, il verticismo, la cooptazione per garantirsi la fedeltà. In questo, è vero, il PD è tuttora un partito comunista, anzi, stalinista. Ma in che cosa esattamente il M5S rompe questo schema? La democrazia digitale? Mah, nonostante le potenzialità del mezzo, non mi pare che alle “parlamentarie” abbia partecipato tutta questa massa critica (di certo non il 25% degli elettori), né viene dato gran credito a chi chiede di dare una fiducia, anche esterna, a un governo per realizzare almeno una parte di quelle proposte. Tutto o niente è il modo di ragionare dei bambini, o almeno di chi si impunta pensando che il mondo ruoti attorno a sé. O è la democrazia stessa che è diventata un problema secondario? Magari in nome di alcuni obiettivi da raggiungere – che, almeno per me, per quanto importanti, non hanno il suo stesso peso – siete disposti a cedere la vostra capacità critica, la possibilità di ragionare con la vostra testa? Perché se non è pensiero unico questo, che cosa lo è?

Non ho idea di come andrà la storia: nella migliore ipotesi possibile, si attueranno delle riforme con il sostegno esterno di senatori del M5S, nella peggiore si avrà un altro governo “tecnico” che porterà avanti le politiche recessive di quello Monti.

Ex compagni che avete votato il M5S, volete spiegarmi (civilmente e gentilmente) il perché? E vi siete resi conto della natura di questo soggetto politico o, tutto sommato, non la considerate una questione importante?

[No troll grillini, grazie.]

E chi più ne ha più ne metta, viste le considerazioni che possono essere fatte in merito.

Lavoro per una compagnia a cui un’Istituzione europea ha esternalizzato, tra le altre cose, un servizio informativo multilingue: roba di basso profilo, che i funzionari non vogliono svolgere e che l’Istituzione vuole pagare poco. Ovviamente la compagnia ha vinto l’appalto perché ha fatto un’offerta al ribasso, che l’Istituzione ha accettato non solo per una questione economica, ma anche perché cercava qualcuno che accompagnasse il servizio alla sua fine, visto che è ormai evidente che verrà soppresso, nei tagli indiscriminati che interrompono perfino i canali di comunicazione tra Europa e cittadini.

Mi sono chiesta più volte seguendo quali criteri fossero state scelte le persone che vi lavorano: per la maggioranza ignoranti al limite dell’analfabetismo, e anche quei pochi (23%, tutti italiani, immigrati di nuova generazione) che hanno un titolo di studio non si distinguono per cultura generale; un modo quantomeno bizzarro di selezionare persone che saranno la voce di un’Istituzione. Del resto, gli stessi funzionari responsabili del servizio non sono nemmeno laureati, figuriamoci se possono arrivare a fare considerazioni di immagine. (E qui partirebbe anche un’infinita riflessione sui metodi di selezione dei funzionari stessi, ma glisso.)

Anyway. La compagnia chiede spesso ai dipendenti di segnalare amici e conoscenti che si pensa possano andar bene per un posto, e dà pure un premio di 1000 euro lordi nel caso il segnalato venga scelto – per inciso, immagino che sia uno dei motivi per cui a Bruxelles le aziende il curriculum di uno sconosciuto nemmeno lo guardano. Ho segnalato diversi amici: tutti con laurea e master o dottorato, con precedente esperienza nelle istituzioni europee e diverse lingue all’attivo. Ne avessero mai chiamato uno almeno per un colloquio. Eh, beh, ma i 1000 euro mica si danno all’ultimo stronzo arrivato. Io stessa ho fatto guadagnare 1000 euro all’amico di un’amica che mi ha fatta entrare in azienda, dicendo che sarei stata perfetta senza conoscermi – però lavora qui da molti anni e ha diritto a un “premio”, ché sennò l’aumento ricorda troppo un diritto sindacale, non è elegante.

L’ultima arrivata di questo magnifico team ha 22 anni, praticamente nessun titolo di studio, qualche esperienza professionale come cameriera e solo le due lingue locali (manco a un buon livello) più l’inglese a completare il quadro. Contratto a tempo indeterminato dal primo giorno e non voglio conoscere la sua busta paga, potrei accusare forti dolori al fegato. Ovviamente è figlia di un manager della compagnia e di una funzionaria europea. Scommetto che tra un annetto sarà il mio capo.

Così, tanto per dare una risposta a chi dice che in Italia il nepotismo è una piaga sociale. Lo è, ma lo è anche all’estero, semplicemente lo si pratica con maggiore discrezione e non se ne parla a gran voce, con il tipico atteggiamento politicamente corretto imperante in Nord Europa. Tanto per puntualizzare, visto che in Italia si parla dell’Estero come fosse il Paradiso terrestre.

La domanda, piuttosto, è: almeno le istituzioni europee non dovrebbero adottare (o, meglio, far applicare, perché in teoria già ce l’hanno) una carta etica che imponga ai provider di servizi determinate condizioni minime? Paga e trattamento dei dipendenti, criteri di selezione del personale, standard di qualità (e non solo statistiche), richiesta di feedback per migliorare il servizio – robetta, insomma.

“Ah! La tauromachia!”