In&out

20 maggio 2010

Mi capita sempre più spesso di accorgermi di quanto ci si possa sentire fuori luogo perfino in contesti in cui, tutto sommato, vi sono persone simili per convinzioni politiche, formazione, “estrazione sociale” (o è già mito d’oggi?), letture, interessi in genere.

Non che io sia mai stata la persona più socievole, malleabile e diplomatica a questo mondo, conosco i miei difetti, e so che influenzano, spesso pesantemente, il rapporto che ho o che potrei avere con gli altri. Mi chiedo, però: perché mi ritrovo spesso a dovermi ricredere sull’opinione iniziale che ho delle persone? Sono fessa, e quindi non mi preoccupo di rimanere al coperto per vedere che cosa viene dopo, come fa chiunque? Sono “poco urbana”, come diceva una mia collega di master rimproverando la sorella che metteva gli stivali (molto chic, invero) sul divano? O sono solo paranoica come un maledetto Calimero, come mi dice mio marito (ma senza il “maledetto”), e quindi mi sento sempre chiamata in causa?

Anzi, a essere pignoli l’immagine esatta sarebbe questa: io, coperta da un’armatura troppo grande che mi lascia però scoperti il tallone e soprattutto il sedere, che mi scaglio contro un mulino a vento sulle note di Fortuna Imperatrix Mundi, mentre il mantello mi si para rovinosamente sulla faccia.

Per quanto patetica insomma possa essere la scenetta che vi si plasma in mente, la conseguenza rimane identica: ho sempre preso un sacco di tranvate, e continuo a incassare. Tanto che la domanda più frequente che mi faccio è: ma chi cazzo me lo fa fare?

Essendo fatta così, spesso non mi accorgo neanche di pestare i calli a qualcuno. Come non mi accorgo, se non a posteriori, dei totem e tabù riconosciuti in alcuni gruppi, che devi condividere ciecamente a priori oppure star zitto finché qualcuno non cita l’argomento e puoi uniformarti immediatamente alle opinioni e al tono, facendo slalom tra sorrisi, ammiccamenti, espressioni vagamente tediate e quasi sempre sarcastiche. Mai arrabbiate, mai appassionate. E rigorosamente incanalate in rigidissimi schemi di comportamento. La corte di Luigi XIV in fondo non sarà stata tanto diversa, basta trovarsi dalla parte giusta.

Premettendo che esistono sottotribù, pardon!, sottoculture differenti, parlo di ciò che conosco e propongo qualche ideuzza per distruggere lentamente ma inesorabilmente la propria immagine pubblica:

1. Non esordite con troppa enfasi, sennò sarete considerati provocatori e forse persino accettati come tali: per intendersi, non vi sparate subito la cartuccia “Con Kiarostami mi sono fatto le migliori dormite della mia vita” (anche perché rischiate: in alcuni ambienti va molto dirlo, e distinguere a volte può essere insidioso). Sottotono quindi, in modo che vi guardino subito con quella certa distaccata puzza sotto il naso (“è merda ciò che sento?”), ma che pensino che in fondo potreste essere l’utile idiota: iniziate citando un episodio de Il Piccolo Principe. Consiglio quello dello scienziato che si presenta a una platea vestito da pagliaccio per illustrare la scoperta di un nuovo pianeta e viene deriso; poi si ripresenta in abiti seri e tutti lo ascoltano.

2. Ricordate che lo scopo è affondare la lama, quindi il passo successivo sarà più difficile. Potreste dire per esempio che Clint Eastwood regista non vi piace, innanzitutto per una questione di principio: ha rubato a man bassa idee dagli archivi inediti di Welles (mica penserete che qualcuno sappia chi sia, Welles, no?). In genere non fate questioni di principio sull’arte, perdonate perfino Spielberg (e giù di un altro gradino) di avergli rifiutato i soldi nel momento del bisogno, ma Eastwood fa eccezione. Poi continuate dicendo che l’unico suo film che avete visto recentemente (!) è Mystic River, che vi ha fatto uscire dalla sala incazzati come iene perché se devo andare al cinema a vedere le miserabili vite dei miei ipotetici vicini di casa, uno più schifoso, cinico e meschino dell’altro, resto al caldo e mi apro piuttosto una finestra sul cortile.

3. Se non vi hanno ancora lasciati completamente soli con il Chinotto in mano, partite con l’argomento successivo. La vostra opinione su D’Alema. Spiegate che non è un problema di antipatia, anzi, due o tre volte il signore ha anche assestato qualche battuta niente male agli avversari. Inoltre ha pure i baffi come vostro papà (se non è vero, inventatelo) oltre che la sua stessa età, perché dovreste odiarlo a pelle? Il problema è un altro: come politico fa davvero pena, è quanto di peggio potesse capitare alla sinistra italiana, è l’unico essere umano che sia sempre riuscito a fare scelte politiche sciagurate. Fine statista un paio di palle. Si creerà l’agognato gelo.

4. Prima di dare loro il tempo di fuggire, il tocco di classe finale: fate partecipi gli ospiti del fatto che, se potete, preferite curarvi con l’omeopatia. Non aggiungete altro, siete già morti.

Si tratta ovviamente di indicazioni di massima, da limare e perfezionare con una pratica incessante – finché i gruppi da frequentare non finiscono.

Se invece l’effetto che volete ottenere in società è quello contrario, in attesa di un nuovo catalogo delle idee chic, e di un nuovo Flaubert, mi atterrei alle istruzioni di Biascica: muto!

Mi sono ritrovata a leggere, come giornalmente mi succede, un articolo de Il Post. Questa sorta di coacervo di blog d’autore mi piace molto, per due motivi: mi interessano molto più le opinioni che le notizie (ed è sempre per questo che compro abitualmente La Repubblica e non Il Sole 24 ORE) e, grazie ai rimandi esterni che formano l’identità del sito, ho letto, dietro “consiglio” ma direttamente, articoli ai quali non sarei arrivata da sola (come per esempio l’interessante riflessione di Derek Thomson sulla crisi greca).

Stamattina leggo, in primo piano, un articolo dal titolo: Poi la gente muore. Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi: la storia di Clara Palomba e di un paese che ignora la scienza, sulla condanna per omicidio colposo dei genitori della ragazza alla quale era stata sospesa l’insulina, dietro gravissima prescrizione della naturopata Marjorie Randolph (in arte “Maya”, che a giudicare dal nome qualche piccolo dubbio magari poteva sorgere almeno a chi era preposto al controllo).

Premetto, ma non ce ne sarebbe bisogno, che santoni del genere dovrebbero starsene in galera, e che capisco bene che dei genitori non riescano ad accettare una malattia che segna per sempre la vita di una figlia. Credere alle promesse è più facile che convivere con qualcuno che deve farsi una puntura al giorno per sopravvivere.

Detto tutto questo, e volendo escludere sia ignoranza in materia che malafede di chi ha scritto l’articolo, vorrei contestare una sola cosa: le parole sono importanti!

Inizio dal sottotitolo, Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi, che, faccio notare, segue un titolo forte come Poi la gente muore: per esempio, i “naturopati” con gli “autori di oroscopi” che c’azzeccano? Non per voler portare per forza le cose sul piano personale, ma mia zia è naturopata e non si sognerebbe mai di togliere l’insulina, il betaferone o i biologici (che nonostante il nome non lo sono affatto) a qualcuno, scherziamo? Vogliamo metterla al rogo perché ha la stessa qualifica di una “Maya”? E siamo proprio sicuri che Maya ce l’avesse? Chi scrive non si pone di questi problemi.

Primo paragrafo:

Clara Palomba è morta il 13 maggio 2008, a sedici anni, di diabete. Qualche mese prima i suoi genitori avevano deciso di sospendere la terapia di insulina che le permetteva di condurre una vita normale. Si erano rivolti a una guaritrice, omeopata, naturopata. Marjorie Randolph, in arte Maya. Diceva di essere esperta di antroposofia, una disciplina a metà tra la filosofia e la medicina alternativa.

Tra le altre cose, “naturopata” in corsivo: perché? Boh. Ironico? Veramente sarebbe una qualifica. In fondo, se non si volevano creare fraintendimenti bastava scrivere: “erano rivolti a una guaritrice che si definiva omeopata e naturopata “.

Mi si vuole almeno concedere che in questo contesto accostare i termini “guaritrice”, “omeopata” e “naturopata” non abbia esattamente una connotazione neutra, soprattutto considerato il tono dell’articolo? E sarebbe come dire che è “donna”, che è “morta”, e che lo avrebbero riportato anche se fosse stata “odontoiatra”, come dice Luca Sofri nei commenti? Eh, no! Forse lo avrebbero riportato ugualmente, ma affermare che il significato sarebbe stato lo stesso no, altrimenti ne devo dedurre che abbiamo qualche problema di comprensione a livello linguistico oppure che non condividiamo la stessa porzione di enciclopedia. E non mi pare.

A me non interessa affatto ciò che ognuno trova migliore per sé e non mi metto a giudicare le convinzioni alla base della vita di ciascuno: mi sento ripetere molto spesso che parlo così perché “credo” nell’omeopatia (sempre questa cazzo di “credenza”, manco fosse una fede, e dire che sono pure agnostica!), ma vivo ugualmente e, anzi, onestamente non me ne può fregare di meno. A differenza degli pseudocrociati del positivismo-a-tutti-i-costi non ho mai tentato di convertire nessuno, e ci mancherebbe, ho pure altro da fare.

Dico però che ci vuole responsabilità nell’usare le parole, soprattutto da parte di chi le usa per mestiere. Forse persino più responsabilità se si scrive sul web che su carta, dato che i lettori in internet sono distratti, difficilmente leggono un pezzo dall’inizio alla fine e nell’interpretazione tendono a semplificare i concetti all’osso, se non a distorcerli (basta leggere il tenore dei commenti all’articolo in questione). Nemmeno più uso del testo, dunque, ma spesso suo abuso e riciclo indiscriminato. E avere responsabilità significa anche fare di tutto perché questo non avvenga, non fomentare una continua, generica e sorda caccia alle streghe.

Se me la prendo è perché credo davvero che Il Post possa fare molto meglio di così, e l’abbia fatto.

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P.S. Alcune aggiunte alla luce dei numerosissimi commenti che hanno seguito l’articolo in questione (e anche al commento piuttosto indicativo del signore qua sotto):

1. Ci sono livelli di intolleranza, arroganza e fascismo incredibili nella pretesa di giudicare, in più con questa violenza, le scelte di chi la pensa diversamente da sé bollandole come stupide, ignoranti e superstiziose. E in prima linea un certo Dario Bressanini – che prima non avevo mai sentito nominare, ma evidentemente è giornalista, e pure per L’Espresso, pensa te – che si compiace di tenere simili posizioni. Alla faccia della professionalità e dell’etica del mestiere, i miei complimenti.

2. Dire che poi questa è tutta gente che a parole si professa razionalista, progressista e libertaria. Altri complimenti. Libertari per i cazzi propri, evidentemente.

3. Ora sì, la presa di posizione de Il Post in questo articolo è diventata proprio indifendibile. Con tutto il casino che hanno sollevato (e posso anche giustificare che in parte fosse voluto), nemmeno un errata corrige, come se in fondo questa crociata fosse legittima. E tutto per cosa? Per non voler ammettere di aver sbagliato?

4. Immagino che buona parte dei lettori di questo giornale sia composta di elettori del PD: è con questa gente, di simile intolleranza, che dovremmo fare un partito non dico nuovo, ma minimamente decente? Che qualcuno ci aiuti…