Bruxelles, 22 marzo 2016, giorno della duplice esplosione all’aeroporto di Zaventem e alla fermata della metropolitana di Maelbeek. Un ufficio internazionale qualsiasi, a un chilometro dal secondo attentato, in pieno quartiere europeo. Nessuno riesce a lavorare e, tra un’e-mail e una telefonata, indossano tutti le cuffie attaccate al computer per ascoltare Sky News in sottofondo. Capo e capetti si affannano a fare il giro dell’ufficio per rassicurare tutti: una pacca sulla spalla qua, un sorriso là, un “come va” da un’altra parte. Nel frattempo aspettano che un’istituzione europea decida se l’ufficio dovrà restare aperto o no il giorno dopo, in virtù del fatto che il servizio è in appalto.

Verso fine pomeriggio il capo riceve un’e-mail: “Dicono che domani tocca lavorare.” Non commenta, aggiunge solo: “Dobbiamo contare quanti verranno al lavoro, il servizio va coperto.” Capetto, che si sente molto intelligente, controlla l’indirizzo di casa di ciascuno sul curriculum e si mette a fare i calcoli su Google Maps della distanza tra casa di ogni dipendente e ufficio; dopodiché, fa il giro delle persone dicendo “tu abiti a Evere: domani vieni, vero?” oppure “tu arrivi da fuori Bruxelles, mmh, forse i treni non vanno, sei giustificato”. Un essere umano (si fa per dire) che stabilisce l’usabilità (è il caso di dire) delle persone in base alla distanza che separa la loro vita privata dalla loro vita lavorativa, che praticamente coincide con il luogo dell’attentato. Il tutto con l’inconsapevole benedizione di un’istituzione europea, che non si pone neanche il problema del benessere dei suoi impiegati, figuriamoci degli altri. Quando da ente pubblico concedi l’appalto a una compagnia privata solo in base a quanto meno la paghi rispetto alle altre, del resto, cosa aspettarsi: mica hai tempo da sprecare, soldi da perdere.

Qualcuno dice che non si sente sicuro ad andare al lavoro in quelle condizioni; il capo ribadisce che non obbligherà nessuno a presentarsi, data la situazione straordinaria, ma continua a chiedere ripetutamente a ciascuno cosa ha intenzione di fare. Nessuna pietà finché non hai risposto sì o no. Ad ogni modo, il capo dice con convinzione che non bisogna farsi intimidire e che la vita deve andare avanti – sennò, poi, i soldi chi li fa?

Se accenni al fatto che preferiresti lavorare da casa, capetta ti guarda con aria scocciata e quasi incredula, come se fossi un po’ scemo; sembra pensare “poveretto, è così out”. Del resto, dimostra già abbastanza il suo grande cuore quando dice di voler prendere una settimana di vacanza per fare la volontaria a Lesvos: mica c’è bisogno di altro per il resto dell’anno, no? Essere umani con i propri dipendenti non è una cosa che ci si racconta tra amici radical chic davanti a uno spritz.

Il governo belga non ritiene opportuno dichiarare il lutto nazionale: fosse mai che, sospendendo l’inarrestabile catena della produzione, qualcuno si renda conto dell’altra catena, quella indistruttibile di errori infilati l’uno dietro l’altro: errori politici, strategici, amministrativi, umani. O fosse mai che qualcuno faccia semplicemente silenzio.

Peccato non avere a disposizione una Google Maps che misuri la distanza dell’anima dal buco del culo.

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Losers

7 marzo 2013

Mi chiedo se, quando la nostra generazione sarà bella che passata, qualche storico o sociologo si occuperà di noi, se qualcuno parlerà di come milioni di persone hanno vissuto senza che venisse data loro alcuna possibilità, se non quella di sopravvivere – e a volte neanche quella. Perché a me sembra di lottare giornalmente nel fango contro enormi avversari invisibili che nemmeno si sporcano le mani.

Oggi ho parlato per l’ennesima volta con il “capo”, chiedendogli in sostanza di sfruttarmi, sì, di sfruttare le mie capacità per farmi fare qualcosa di diverso dal rispondere al telefono. Lui – licenza di scuola superiore tecnica, conoscenza di una lingua, la sua lingua madre, maschilista fino all’osso – mi parlava, spiegandomi con disegnini che un allievo di scuola elementare avrebbe saputo rendere più intellegibili, dicendomi che mi stima tanto, ma che devo pazientare un paio d’anni per poter cambiare ruolo. Un paio d’anni là dentro mi uccideranno, poi non avrò bisogno di cambiare un bel niente.

Il mio compagno, disoccupato da diversi mesi, sempre perché “l’Estero” è il paradiso terrestre, oggi è riuscito finalmente a parlare di contratto e paga per un lavoro che gli era stato offerto tre mesi fa nell’organizzazione di una prestigiosa conferenza internazionale che richiedeva la di lui competenza acquisita con un dottorato: esce fuori che gli offrono a 35 anni un contratto di stage per occuparsi della segreteria, con pagamento una tantum a lavoro praticamente fatto, 2000 euro in totale, forse meno, ma glielo sapranno dire alla fine. La durata di questo stage non è definita: tra un mese si comincia e non si sa quando si finisce.

Forse la cosa più tremenda è che non ho nemmeno più la forza di incazzarmi. Abbiamo fatto tutto ciò che era umanamente possibile fare, ma tanto non basta mai. C’è un tappo che ti impedisce di uscire, di andare avanti, di farti una vita “normale”, perfino di prendere aria.

Comincio anche a pentirmi di aver votato alle scorse elezioni: non credo ci sia qualcuno in grado di risolvere la situazione, è tutto chiuso, e questo non cambierà con un cambiamento di maggioranza, seppur di sinistra.

Non so che cosa pensare e, soprattutto, non so che cosa fare, se vi è qualcosa da fare.

E chi più ne ha più ne metta, viste le considerazioni che possono essere fatte in merito.

Lavoro per una compagnia a cui un’Istituzione europea ha esternalizzato, tra le altre cose, un servizio informativo multilingue: roba di basso profilo, che i funzionari non vogliono svolgere e che l’Istituzione vuole pagare poco. Ovviamente la compagnia ha vinto l’appalto perché ha fatto un’offerta al ribasso, che l’Istituzione ha accettato non solo per una questione economica, ma anche perché cercava qualcuno che accompagnasse il servizio alla sua fine, visto che è ormai evidente che verrà soppresso, nei tagli indiscriminati che interrompono perfino i canali di comunicazione tra Europa e cittadini.

Mi sono chiesta più volte seguendo quali criteri fossero state scelte le persone che vi lavorano: per la maggioranza ignoranti al limite dell’analfabetismo, e anche quei pochi (23%, tutti italiani, immigrati di nuova generazione) che hanno un titolo di studio non si distinguono per cultura generale; un modo quantomeno bizzarro di selezionare persone che saranno la voce di un’Istituzione. Del resto, gli stessi funzionari responsabili del servizio non sono nemmeno laureati, figuriamoci se possono arrivare a fare considerazioni di immagine. (E qui partirebbe anche un’infinita riflessione sui metodi di selezione dei funzionari stessi, ma glisso.)

Anyway. La compagnia chiede spesso ai dipendenti di segnalare amici e conoscenti che si pensa possano andar bene per un posto, e dà pure un premio di 1000 euro lordi nel caso il segnalato venga scelto – per inciso, immagino che sia uno dei motivi per cui a Bruxelles le aziende il curriculum di uno sconosciuto nemmeno lo guardano. Ho segnalato diversi amici: tutti con laurea e master o dottorato, con precedente esperienza nelle istituzioni europee e diverse lingue all’attivo. Ne avessero mai chiamato uno almeno per un colloquio. Eh, beh, ma i 1000 euro mica si danno all’ultimo stronzo arrivato. Io stessa ho fatto guadagnare 1000 euro all’amico di un’amica che mi ha fatta entrare in azienda, dicendo che sarei stata perfetta senza conoscermi – però lavora qui da molti anni e ha diritto a un “premio”, ché sennò l’aumento ricorda troppo un diritto sindacale, non è elegante.

L’ultima arrivata di questo magnifico team ha 22 anni, praticamente nessun titolo di studio, qualche esperienza professionale come cameriera e solo le due lingue locali (manco a un buon livello) più l’inglese a completare il quadro. Contratto a tempo indeterminato dal primo giorno e non voglio conoscere la sua busta paga, potrei accusare forti dolori al fegato. Ovviamente è figlia di un manager della compagnia e di una funzionaria europea. Scommetto che tra un annetto sarà il mio capo.

Così, tanto per dare una risposta a chi dice che in Italia il nepotismo è una piaga sociale. Lo è, ma lo è anche all’estero, semplicemente lo si pratica con maggiore discrezione e non se ne parla a gran voce, con il tipico atteggiamento politicamente corretto imperante in Nord Europa. Tanto per puntualizzare, visto che in Italia si parla dell’Estero come fosse il Paradiso terrestre.

La domanda, piuttosto, è: almeno le istituzioni europee non dovrebbero adottare (o, meglio, far applicare, perché in teoria già ce l’hanno) una carta etica che imponga ai provider di servizi determinate condizioni minime? Paga e trattamento dei dipendenti, criteri di selezione del personale, standard di qualità (e non solo statistiche), richiesta di feedback per migliorare il servizio – robetta, insomma.

“Ah! La tauromachia!”

Non lavoro nell’outbound, ho un contratto a tempo indeterminato e sto in un call center esternalizzato all’interno di un’istituzione europea: più di lusso di così! So che molti “colleghi” italiani – ma che cosa vuol dire essere colleghi quando si parla di call center? Nulla, che poi è la forza di chi ti sfrutta – darebbero un braccio per questo lavoro. Dipende, però, da ciò che uno si aspetta dalla vita: Great Expectations, Grandi Fregature.

La verità è che quello di call center è forse il lavoro d’ufficio peggiore che possa capitare, sempre: ti devasta i neuroni, ti distrugge l’autostima e onestamente ‘sti cazzi della sicurezza economica.

Non è vero, l’ho scelto io di non continuare a fare la traduttrice sfruttata e occasionale, di non dover fare ore e ore di lavoro supplementare cercando gli autori da tradurre, proponendoli all’editore (che li scarta in 9 casi su 10, quindi ti sei pure fatto il culo a vuoto), di rivedere le bozze della mia traduzione, il tutto gratis. L’ho scelto io, perché non potevo permettermi di farmi mantenere a 33 anni dai genitori.

Questa è una scelta?

Oh, se ho cercato altro! Ormai è un anno che cerco altro, qui a Bruxelles. Pensate che ci sia lavoro, qui?

Certo, posso usufruire di uno stato sociale che è tra i migliori d’Europa. Ma quando mi sono iscritta all’Università, e poi al Master, non mi è mai venuto in mente lo stato sociale a consolarmi degli sforzi. Choosy.

Allora domani torno alla mia scrivania, al mio telefono, schiava tra i funzionari privilegiati, che quando si accorgono che sei una “risorsa esterna” smettono di salutarti. Vero, non esagero, sei trasparente. Il bello è che per loro sei anche quello che sottrae il lavoro, come se la scelta delle istituzioni di appaltare ad aziende esterne scevre da ogni vincolo morale l’avessi fatta tu. Come se a te non piacerebbe guadagnare quei quasi 4000 euro al mese più privilegi di cui gode l’ultimo funzionario entrato in servizio (AST1: per intendersi, livello segretari).

E così continuerò a rispondere al telefono a gente che non aspetta altro che dimostrarti quanto è importante, che parte dall’idea che tu sia un imbecille che si è ritrovato lì perché l’unico altro lavoro che avrebbe potuto fare sarebbe stato quello di sguattero, al massimo, mentre loro sono dei dell’Olimpo. Oh, sì, i peggiori, i più arroganti, i più schifosamente classisti e maleducati, nonché assolutamente incapaci di elaborare una minima informazione, sono proprio i funzionari: complimenti ancora all’EPSO per i criteri di scelta adottati nei concorsi!

Manderò domande per altri lavori anche domani, come ogni giorno, sperando di vincere non dico al Superenalotto ma almeno a un piccolo gratta e vinci: un lavoro dignitoso, con uno stipendio dignitoso, in un luogo dignitoso, dove non è necessario farsi calpestare ogni giorno dalle ultime merde della terra.

Perché è questo il lavoro oggi, no? Un gratta e vinci, ritenta e sarai più fortunato.

Avvertenza: se quanto segue sembrerà sconclusionato, nichilista o vetero-idealista è perché sto scrivendo un post sulla realtà del lavoro ascoltando The Dark Side of the Moon: è chiaro che sono nata nell’epoca sbagliata, fatevene una ragione.

Ho avuto la pessima idea di leggere (mai detto che sono masochista?) quello pseudo-articolo su Monster chiamato “Avoid these killer Cover Letter [sì, quelle due maiuscole, n.d.r.] mistakes”. Di là mi si è aperta una finestra, anzi, un tombino, sul mondo di consigli sugli errori da evitare nella cover letter; ne cito solo due random, scusandomi in anticipo con gli autori perché sono CERTA che ci sia di molto peggio in giro: uno è un post su Italians in fuga (che a volte qualcosa di interessante, en revanche, la pubblica), “3 motivi perché [sarebbe ‘per cui’, n.d.r.] i recruiter non vi rispondono”, l’altro è la fonte del primo, ovvero un articolo su Business Insider, “5 Reasons Why You Never Hear Back After Applying For A Job”.

Ecco, partendo da queste ultime 5 ragioni, do le mie 5 ragioni speculari per cui potete tranquillamente e senza alcun senso di colpa scrivere minchiate nella cover letter senza che questo cambi assolutamente nulla del risultato del processo di selezione.

1. Non siete qualificati per quel posto di lavoro

Allora che cazzo ve ne frega? Un selezionatore è pagato per selezionare, che significa scartare gente che non è stata segnalata da qualcuno: fategli sudare i suoi soldi, che trovi il motivo per cui non sareste qualificati. Potrebbe essere qualsiasi cosa: non siete perfettamente quadrilingui in un ambiente dove poi si parla solo l’inglese, non sapete usare AutoCad quando il lavoro da svolgere è di semplice segreteria, non siete proficient in Excel quando dovete scrivere contenuti per siti web, qualsiasi cosa, ho detto! Tanto le aziende pubblicano sempre annunci ai quali gli unici qualificati a rispondere sono il dio Mercurio e la dea Atena e gli unici selezionati sono poi puntualmente i cazzoni che vanno in Place Luxembourg “a fare network” (sì, parlo di Bruxelles, non dell’Italia). Allora rompete le balle, anche solo intasando loro la casella di posta di application inutili.

2. Non avete ottimizzato il vostro CV e la vostra lettera di presentazione

Ammetto che forse sottolineare in carattere 22 neretto maiuscolo le parole chiave e metterle in ordine secondo le richieste dell’annuncio faciliterebbe il compito alle scimm… ops… ai selezionatori, ma, da punto 1, perché farlo? A questo livello di scazzo, un giorno o l’altro manderò una cover letter con tanti “asshole” tra parole a caso, voglio vedere se se ne accorgono: tanto il lavoro, come da punto 1, non lo avrei comunque, almeno potrei fare i complimenti per il livello di istruzione (la skill ‘lettura’) agli schiavi preposti che hanno il buon cuore di dare un’occhiata veloce, se non altro per pruderie,  alla lettera di presentazione.

3. Il vostro CV non è correttamente formattato

Dopo anni di formattazione, credo di avere abbastanza esperienza per poter ricorrere all’espediente carrolliano (che Carroll mi perdoni) di impaginare il testo a formare l’immagine di un dito medio.

4. Il vostro CV è nettamente diverso dal vostro profilo online (vedi LinkedIn, Monster, etc.)

Pensate che il potenziale datore di lavoro si vada a guardare il vostro profilo online? In effetti, forse per guardare la vostra foto, sì, infatti ho pensato più volte di cambiare la mia formale fototessera su LinkedIn e Monster con quella di una smandrappata in costume: ho come l’impressione che avrei più visite. Ad ogni modo il mio CV (nelle sue 850 versioni) e i miei profili pubblici su siti di annunci lavoro sono sostanzialmente uguali e non è cambiata una mazza, quindi al massimo vi consiglio di cambiare la vostra foto con quella degli ultimi modelli (uomo/donna) che hanno posato per qualche campagna di intimo. I babuin… ops… le risorse umane potrebbero essere tentate di concedervi una chance. A quel punto avete l’asso: datela/o.

5. L’azienda ha ricevuto 500 CV per quel posto e il vostro era il 499°

Non mettetevi la sveglia all’alba per controllare gli ultimi annunci (tanto all’alba anche lo zelante selezionatore dorme, as usual, del resto), non pagate per un profilo Pro su LinkedIn (quella stronzata che mette la vostra candidatura “on top”: è come fare il biglietto Ryanair e poi pagare per il priority boarding), non fate stalking di follow-up. Non guardate gli annunci, alzatevi all’ora dell’aperitivo e poi chiamate l’amico che lavora in un’azienda che ha contatti con quella che vi interessa. Dopo penserete, se l’amico vi ha lasciato un minimo spiraglio, a come redigere CV e cover letter, ora andate a ubriacarvi con la birra del night shop a Place Lux e auguri.

È guerra, tra us and them.

Overqualified

18 giugno 2012

Questo post non è un post, è una sfida! Sfido te, che stai leggendo, a trovare una parola più stupida, vuota e discriminatoria di “overqualified”. Tiè, il guanto è lanciato!

Si tratta della definizione più utilizzata dagli esperti di risorse umane, i “selezionatori” – termine che già in sé evoca qualcosa di nazista, visto che, in sostanza, questi esseri si configurano come “portatori di normalizzazione” all’interno di un’azienda -, per liquidare velocemente una persona che secondo loro ha studiato troppo e/o ha troppe esperienze di lavoro per il posto offerto. E sottolineo “secondo loro” perché di non più di un’opinione si tratta: troppo qualificato rispetto a che cosa? Al livello medio dei dipendenti? O dei selezionatori? Al tipo di lavoro da svolgere? Ma se anche sfrutti per quel poco una persona che ne sa di più, non ti conviene lo stesso? Rispetto alla paga? Alla percentuale di cervello da utilizzare nello svolgimento delle proprie mansioni? E in che modo questa viene quantificata? Così?

La paga: no, non è quella la causa. Perché se uno si propone per uno stage pur avendo un dottorato senza chiedere più degli altri, saranno pure cazzi suoi, no? E giuro che succede: mio marito, dottorato in Scienze politiche, che scrive a una ONG che si occupa di diritti umani (bell’ironia…) per fare uno stage e gli rispondono che è “overqualified”. Ma Cristo santo, t’ha chiesto di più? No. Allora uno con un dottorato in Scienze politiche allo stesso prezzo di un neolaureato non ti può far comodo in un’organizzazione che si occupa di diritti umani? E perché un’organizzazione che si occupa di diritti umani considera, giustamente, discriminatorio selezionare in base al colore della pelle e all’orientamento sessuale ma non, ingiustamente, in base al titolo di studio troppo alto? Pensate sia un caso? No, è la regola. E parlo di Bruxelles, mica della profonda provincia del mondo, l’Italia, come amano dipingerci all’estero – e come spesso noi, io per prima, sbagliamo a credere.

I consigli su come strutturare il curriculum e la lettera di presentazione su internet e non solo si sprecano. Ma prendo spunto da uno scambio con i miei amici Jaulleixe (che scrivono un bellissimo ecodiario che consiglio a tutti di leggere) per dire che, per quanto uno cerchi di essere flessibile, e adattare, personalizzare, accorciare, fornire dettagli, abbellire, riguardare, correggere o modificare radicalmente, a seconda della situazione, la verità ultima è che si è sempre fuori posto, per la sola ragione di non apparire omologati. Fosse mai che la mente di chi devo assumere dovesse produrre… dio ce ne scampi! … un pensiero!

A mio marito un amico belga è arrivato a dire – ed è un amico… – di non scrivere sul curriculum che ha un dottorato e che ha girato il mondo per i suoi studi. Ma questa non è una richiesta di flessibilità, è voler spezzare la schiena a una persona per piazzarla fissa a 90 gradi! Questo è chiedere di rinunciare alla propria dignità, alla propria storia, alla propria identità. Non siamo molto lontani da Tempi Moderni, la differenza è che oggi la standardizzazione della manodopera non riguarda più solo chi lavora in catena di montaggio, anzi.

Eh, cari Jaulleixe, se solo avessi un baracca in campagna, un pezzetto di terreno da coltivare e qualcuno che mi insegna come farlo, eccome se non mi darei domani stesso all’agricoltura! Solo per non avere più a che fare giornalmente con l’illogica, cieca ottusità che, nostro malgrado, governa il mondo.

Che gli esami AD e AST per l’accesso alle carriere nelle istituzioni europee fossero molto difficili lo sappiamo tutti. Difficili. Truccati è un’altra storia. Ed è di di questa storia che qui si racconta.

Dopo la selezione per correttori di bozze italiani, l’EPSO (l’Ufficio europeo di selezione del personale) dà nuovamente prova dell’enorme scollamento tra la maschera del politicamente corretto e la realtà delle logiche verticistiche e immeritocratiche che affliggono le istituzioni europee. Del resto non ci si può attendere che una classe dirigente mediocre, se non dannosa, scelga di competere con chi un briciolo di intelligenza ce l’ha, o sarebbe come ammettere una scheggia impazzita in una cristalleria.

Passo la prima fase di selezione di un concorso per redattori in lingua italiana – un test imbecille che non valuta un bel niente, ma serve solo a tagliare le gambe al maggior numero di persone possibile – e, dopo ben un anno di attesa, ricevo i risultati dello screening del curriculum da parte dei cosiddetti “esperti”: per non essere ammessa mi mancano nove punti, nove. Poi vado a vedere nel dettaglio e osservo che hanno “smangiucchiato” punteggio un po’ qui un po’ lì, a caso, diciamocelo, e non hanno nemmeno avuto la furbizia di farlo dove potevano – mi hanno sottratto punti sulle lingue e i titoli. Un po’ come leggere i risultati dei concorsi per ricercatore in Italia, quando (sempre) sai che il risultato è già deciso. Solo che qui siamo nel cuore (marcio) d’Europa, da dove ci dicono che i corrotti siamo noi, e non hanno nemmeno la decenza di stilare una classifica con le (presunte) qualifiche detenute da ciascuno.

Venerdì ne parlavo con un funzionario che lavora nel mio stesso ufficio – ricordo che io sono solo la dipendente di una compagnia privata che lavora per la Commissione – il quale, forse perché molto prossimo alla pensione, mi ha detto senza peli sulla lingua che gli esami AD e AST non si passano, perché si intende che uno prima deve aver fatto anni di gavetta nelle istituzioni come agente contrattuale (i cosiddetti CAST). Ho provato a dirgli “ah, sa, io sto ancora aspettando i risultati di un CAST per traduttori italiani…” ma lui mi ha risposto: “No, no, ma nemmeno quelli si passano, troppo qualificati, devi fare domanda di CAST per funzioni più basse, tipo l’usciere”. E io che ho passato trent’anni a studiare.

Del resto una mia amica, arrivata miracolosamente in selezione finale di un concorso AD, mi ha detto che gli unici outsider in quel caso erano lei e altre tre-quattro persone – ovviamente nessuno di loro è stato preso -, mentre gli altri erano tutti già impiegati a tempo in agenzie e istituzioni varie. Ma allora perché fare un concorso pubblico? Ecco, quando l’ipocrisia uccide.

Fare ricorso? L’ho fatto, come l’altra volta, del resto. E come l’altra volta non servirà a nulla: se gli organi che devono vigilare sono gli stessi di quelli che selezionano a che cosa serve?

E dire che fino a non molto tempo fa nell’Europa ci credevo pure.

Liaison officer (?), operatrice di call center, traduttrice letteraria, correttrice di bozze, redattrice, traduttrice tecnica, responsabile della strategia marketing su un social medium, copywriter, ricercatrice di mercato, redattrice multimediale, ricercatrice iconografica, ufficio stampa, critica letteraria e cinematografica, insegnante di linguaggio pubblicitario, analista di mercato, insegnante di un software audio per un gruppo di ragazzi disabili, assistente universitaria, stagista al Parlamento europeo, assistente di un ricercatore qualitativo, e non so se ne ho dimenticato qualcuno. È la lista dei lavori, tra e fuori virgolette, che ho fatto nella mia vita. L’ho riscritta ieri sera, nel compilare per l’ennesima volta un profilo online su un sito di ricerca di lavoro. Perché ogni giorno c’è qualcuno pronto a dispensare buoni consigli: non ho nemmeno dovuto candidarmi, hanno visto il mio cv su Monster e mi hanno chiamato; sai, le offerte di LinkedIn sono sempre più attendibili; ma hai già inserito le tue qualifiche su Actiris?; devi scrivere un curriculum breve; meglio se il tuo curriculum è dettagliato; sei passato dal centro per l’impiego?; ma conosci il fiammingo? è fondamentale; devi migliorare il tuo francese; ma che ti importa, qui tutte le aziende lavorano in inglese; e il gaelico lo sai? Quando poi le uniche cose che contano sono le conoscenze (all’estero “network”, che, non essendo una parola di derivazione italiana, suona a orecchie estere meno mafiosa) e la consapevolezza che comunque sei nato nel periodo storico più sbagliato possibile.

Troppo qualificato, troppo incostante (!), poca esperienza in fuffa e scartoffie, troppa in lavori di alto profilo. E poi, belli miei, siete vecchi! Che cosa volete fare a 33 e 34 anni? Qui la gente fa i figli a 28 e voi ancora cercate un lavoro. Il network? Serve solo se hai qualcosa da dare in cambio, che sia il premio in denaro che offre l’azienda per aver presentato il nuovo assunto oppure qualche pagamento in natura – o almeno è quello che devi far credere. Soldi e sesso, è così Bruxelles. O magari è il mondo che è così. O magari, invece, sono i miei occhi, sempre più disincantati. Che sia anche questo la “vecchiaia”? Fingere davanti ai propri figli che la gente non fa schifo come sembra, sperando che si accorgano del trucco al più tardi possibile. E nel frattempo guadagnare giusto i soldi per sopravvivere, con l’angoscia di non poter aiutare chi ti ha aiutato per anni – e ora ne avrebbe bisogno – e di non riuscire mai a raggiungere un grado minimo di “sicurezza” prima che sia troppo tardi perché una distanza d’età incolmabile arrivi a separarti da figli che ancora non hai.

Where troubles melt like lemon drops away above the chimney tops that’s where you’ll find me.

L’esternalizzazione delle risorse umane da parte delle istituzioni europee – al di là della poco condivisibile etica del lavoro che ne è alla base – ha causato un effetto inatteso: l’inserimento massiccio di “esterni” (forse sarebbe più appropriato il termine “paria”) che beneficiano di condizioni di lavoro molto (MOLTO) peggiori di quelle riservate ai funzionari europei sta velocemente creando la consapevolezza diffusa dello scollamento con la realtà di questi luoghi di produzione di politiche. E quando si parla di “inserimento massiccio” si intende che sono stati esternalizzati i servizi informativi (help desk, call center, etc.) e la sicurezza, solo per fare due esempi macroscopici: frotte di persone che lavorano negli stessi edifici riservati ai funzionari e percepiscono un terzo, se non meno, del loro stipendio, non usufruiscono dei loro benefit, non hanno alcuna possibilità di fare carriera all’interno delle istituzioni né di rivendicare da esse diritti. Forza lavoro che costa meno, chi se ne frega del resto. One night stand, baby, now fuck off.
Stamattina parlavo con una funzionaria di circa sessant’anni che diceva di avere una figlia della mia età e mi chiedeva perché non avessi figli. Da connazionale le ho risposto ironicamente – presupponendo che conoscesse la situazione in Italia – che alla mia età non si usa, sono troppo giovane. Lei mi ha guardata in modo strano, quindi ho aggiunto: “Eh, sa, con le condizioni lavorative che ci sono in Italia – solo contratti precari, nessun ammortizzatore sociale – non è molto facile fare figli, soprattutto se le famiglie sono lontane.” E la sua risposta è stata: “Eh, lo so che è un po’ una moda, però io non sono d’accordo a mettere il lavoro sempre prima di tutto.” Io: “Mah, e se uno rimane senza lavoro come fa con i figli? Non è che in Italia ci sia uno stato sociale…” Lei: “Sarà che vengo da una città dove si vive molto bene…” Eh, sì, sarà pure che i tuoi contatti con la realtà risalgono al paleolitico e chissà dove hai piazzato a lavorare quella raccomandata di tua figlia. Stronza. E dire che questa è gente che è entrata a lavorare nelle istituzioni quando per vincere un concorso europeo bastava praticamente poco più che saper leggere e scrivere – adesso è più o meno come beccare un terno al lotto, altro che titoli e competenze. Eppure quanto si sentono superiori ai paria con master e dottorati che lustrano i pavimenti dei loro uffici.

La riflessione di questo post può essere sintetizzata in quattro domande: la responsabilità del fatto che la governance faccia così schifo (mi limito all’Europa perché quella conosco) è da attribuire alla selezione della classe dirigente? E se sì, esiste una selezione migliore? E se ancora sì, perché non la si mette in atto: è una precisa volontà politica o richiederebbe una competenza maggiore da parte di chi delega ai “selezionatori” la facoltà di selezionare? E, alla fine dei conti, che cosa sono le “risorse umane” se non la gestione standardizzata di un esercito standardizzato di selezionati in virtù della loro standardizzazione?

Il tutto nasce da un dialogo con mio marito sulle modalità di selezione nei concorsi europei e sulla classifica annuale delle università stilata dal Times Higher Education. Chi vince un concorso europeo magari non diventerà membro del Parlamento, ma può pur sempre arrivare a dirigere un’intera unità o una direzione generale della Commissione, rispondendo direttamente al commissario di riferimento; quindi in sostanza ha una funzione di indirizzo politico, sebbene non generale ma particolare. La preselezione a cui questa persona deve sottoporsi è standardizzata (varia solo nel caso degli avvocati, credo): tre esercizi di ragionamento verbale, numerico e astratto, più eventualmente un “situational judgement test” e/o altri esercizi di velocità di ragionamento. Quindi che uno vada a fare il redattore o l’economista deve sottoporsi allo stesso test preselettivo. Cosa che, paradossalmente, favorisce sempre e comunque l’economista anche se si tratta di passare un test per redattori… Nessuna domanda di cultura generale o, almeno, di conoscenza delle istituzioni europee e del loro funzionamento: mi dicono che una volta c’erano ed era peggio, ma ne dubito e non vedo come uno che ha un impiego così importante non sia tenuto a sapere nemmeno che cosa sia l’Europa. Complimenti al team di espertoni del European Personnel Selection Office, dunque.

Inoltre, nonostante possa sembrare una posizione snob, non capisco perché non venga valutato anche il tipo di istituto di formazione che ha fornito l’educazione universitaria! Perché conta un test numerico e non, per esempio, l’istituto di conseguimento del titolo per vincere un concorso per redattori? Per due ordini di motivi, credo: fare dei test standardizzati è una procedura semplice, poco dispendiosa e che ha perfino una patina di “scientificità”, mentre per fare selezioni “serie” sarebbe necessario almeno uno specialista della materia per ogni figura ricercata (sennò, per esempio, come faccio a sapere quali sono i titoli di studio che, al di là del “titolo”, appunto, sono più validi rispetto ad altri in un dato campo?). Inoltre, alzare il livello, facendo entrare nel sistema qualche individuo non omologato, forse provocherebbe reazioni a catena poco controllabili: verrebbe fuori, per esempio, che 34.000 dipendenti, con stipendi peraltro altissimi (ma di cui loro si lamentano…), più schiere di esterni e interinali che lavorano solo per la Commissione, sono un vero abominio, considerati anche i risultati che raggiungono. E a quel punto, forse, nascerebbe una spinta esterna (l’opinione pubblica di Habermas, se questa ancora esiste) verso la razionalizzazione, che converrebbe magari ai singoli cittadini, ma non certo a chi ha interesse che le cose si mantengano come sono.

E così questa è la selezione della “classe dirigente” europea: se già ora non siamo in buone mani, considerando i parametri di accesso non credo che la situazione possa migliorare, anzi.

Per quanto riguarda le università, le classifiche e i parametri di valutazione, non sarò certo io a dire che quelli del Times Higher Education “non capiscono proprio nulla”, come riassume il Prof. Aparo la posizione di chi è contrario (posizione da cui comunque non sarei toccata, non essendo nell’accademia), però mi pare inutile scivolare nell’esterofilia e nella piaggeria solo perché si scrive del supplemento più importante al mondo di higher education. In Italia ci sono dei centri di eccellenza – pochi, purtroppo: per esempio, chi sarà a portare su quell’Università di Bologna, prima tra le italiane, se non Scienze internazionali e diplomatiche e la Scuola per interpreti e traduttori, entrambe a Forlì? Eppure entrambe rischiano di chiudere per mancanza di fondi, rimanendo anonime anche perché in queste classifiche si considerano sempre gli atenei, mai le facoltà, con tutto ciò che ne consegue.

I criteri di chi redige queste classifiche sono puramente quantitativi e pressoché insindacabili, come apparirebbe evidente a qualunque laureato in materie umanistiche che si interessi un minimo alla questione. In sostanza, il fattore che rende vincenti è sempre la standardizzazione, una sorta di “misurabilità matematica”. Ciò che maggiormente balza all’occhio, tra questi criteri, è la mancanza di valutazione della qualità dell’apprendimento nel tempo, che non consiste nel dare un voto al corso di un professore (che magari piace per motivi che con la materia c’entrano poco o nulla), ma nel considerare, per esempio, l’assorbimento di alcuni concetti fondamentali per la disciplina, possibilmente in senso diacronico. Si potrebbe semplificare in modo estremo parlando di apprendimento di un programma/percorso formativo: il crollo verticale del prestigio di una Facoltà come Scienze della comunicazione, per esempio, è facilmente rilevabile considerando solo il fatto che dieci anni fa non era possibile trovare un laureato che non avesse una conoscenza seppur minima della semiotica, della storia del cinema o di McLuhan; oggi mi pare la regola. Non per colpa degli studenti, intendiamoci, è solo per dire che un criterio del genere dovrebbe trovare ampio spazio nella valutazione di un corso di laurea, altro che quantità di ricerca prodotta! Altrimenti La Sapienza rischia di passare al primo posto… Ma che ricerca produce, e questa ricerca fa avanzare la conoscenza della materia o è solo mangime per i polli in batteria dell’ingranaggio accademico? Inoltre questi benedetti criteri andrebbero sottoposti a verifica e migliorati qualitativamente ogni anno, almeno per cercare di rendere quanto più vicina alla realtà possibile la fotografia che si mostra: in fondo si tratta di un’indagine di stampo sociale, mica di astrazione matematica!

Non so se è questa incapacità generalizzata di utilizzare criteri qualitativi nella valutazione che produce questa scoraggiante standardizzazione – lo si può chiamare anche istupidimento? -, con tutti gli enormi danni socioeconomici che ne conseguono, o se a un certo punto, complice l’aumento della popolazione e l’incapacità (quella, da qualche parte, c’è sempre) a governare il cambiamento, sia subentrata una spinta ben precisa al livellamento verso il basso, al “reclutamento”, è il caso di dirlo, di persone che avessero un’impronta di un certo tipo, “economico”, per la precisione, forse anche con meno propensione al ragionamento astratto, perché si facessero meno domande.

So, però, che si tratta di una tendenza inquietante, destinata a ridurre in polvere ogni forma di dissenso e “diversità”. La matematica è nata come disciplina filosofica e ora si candida a schiacciasassi del mondo?