La spinta del capitale nella capitale europea della produttività spinta

23 marzo 2016

Bruxelles, 22 marzo 2016, giorno della duplice esplosione all’aeroporto di Zaventem e alla fermata della metropolitana di Maelbeek. Un ufficio internazionale qualsiasi, a un chilometro dal secondo attentato, in pieno quartiere europeo. Nessuno riesce a lavorare e, tra un’e-mail e una telefonata, indossano tutti le cuffie attaccate al computer per ascoltare Sky News in sottofondo. Capo e capetti si affannano a fare il giro dell’ufficio per rassicurare tutti: una pacca sulla spalla qua, un sorriso là, un “come va” da un’altra parte. Nel frattempo aspettano che un’istituzione europea decida se l’ufficio dovrà restare aperto o no il giorno dopo, in virtù del fatto che il servizio è in appalto.

Verso fine pomeriggio il capo riceve un’e-mail: “Dicono che domani tocca lavorare.” Non commenta, aggiunge solo: “Dobbiamo contare quanti verranno al lavoro, il servizio va coperto.” Capetto, che si sente molto intelligente, controlla l’indirizzo di casa di ciascuno sul curriculum e si mette a fare i calcoli su Google Maps della distanza tra casa di ogni dipendente e ufficio; dopodiché, fa il giro delle persone dicendo “tu abiti a Evere: domani vieni, vero?” oppure “tu arrivi da fuori Bruxelles, mmh, forse i treni non vanno, sei giustificato”. Un essere umano (si fa per dire) che stabilisce l’usabilità (è il caso di dire) delle persone in base alla distanza che separa la loro vita privata dalla loro vita lavorativa, che praticamente coincide con il luogo dell’attentato. Il tutto con l’inconsapevole benedizione di un’istituzione europea, che non si pone neanche il problema del benessere dei suoi impiegati, figuriamoci degli altri. Quando da ente pubblico concedi l’appalto a una compagnia privata solo in base a quanto meno la paghi rispetto alle altre, del resto, cosa aspettarsi: mica hai tempo da sprecare, soldi da perdere.

Qualcuno dice che non si sente sicuro ad andare al lavoro in quelle condizioni; il capo ribadisce che non obbligherà nessuno a presentarsi, data la situazione straordinaria, ma continua a chiedere ripetutamente a ciascuno cosa ha intenzione di fare. Nessuna pietà finché non hai risposto sì o no. Ad ogni modo, il capo dice con convinzione che non bisogna farsi intimidire e che la vita deve andare avanti – sennò, poi, i soldi chi li fa?

Se accenni al fatto che preferiresti lavorare da casa, capetta ti guarda con aria scocciata e quasi incredula, come se fossi un po’ scemo; sembra pensare “poveretto, è così out”. Del resto, dimostra già abbastanza il suo grande cuore quando dice di voler prendere una settimana di vacanza per fare la volontaria a Lesvos: mica c’è bisogno di altro per il resto dell’anno, no? Essere umani con i propri dipendenti non è una cosa che ci si racconta tra amici radical chic davanti a uno spritz.

Il governo belga non ritiene opportuno dichiarare il lutto nazionale: fosse mai che, sospendendo l’inarrestabile catena della produzione, qualcuno si renda conto dell’altra catena, quella indistruttibile di errori infilati l’uno dietro l’altro: errori politici, strategici, amministrativi, umani. O fosse mai che qualcuno faccia semplicemente silenzio.

Peccato non avere a disposizione una Google Maps che misuri la distanza dell’anima dal buco del culo.

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One Response to “La spinta del capitale nella capitale europea della produttività spinta”


  1. Agghiacciante, non serve aggiungere altro.

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