Sogno o son destro

18 febbraio 2015

Di seguito alcune considerazioni, sparse e ascientifiche, fatte in seguito alla lettura di commenti, riguardanti la vittoria di Tsipras, dei miei contatti del Pd su Facebook. Perché non esprimere loro queste considerazioni in faccia? In alcuni casi, in privato, lo faccio – in privato, perché si tratta di persone alle quali il Pd ha dato lavoro ma che non per questo sono il Male: quindi esporre pubblicamente la loro ipocrisia a che scopo? Chi ha gli stessi loro interessi farà finta di non capire, chi non ce li ha spesso non ha nemmeno gli strumenti per capire. E, poi, so benissimo che non tutti sono nati leoni, e che ognuno sceglie le proprie battaglie, se vuole farne: da persona che ha sempre tenuto alla propria libertà di espressione, so meglio di loro che si tratta di una scelta che ha un costo. Un prezzo che vale pagare fino all’ultimo centesimo, per me; ma non è la stessa cosa per tutti. In altri casi, invece, semplicemente non ne vale la pena: il mainstream è quello, sul carro del vincitore ci si trovano già, a che scopo dovrebbero riconoscersi come pecora e chiedersi se il re è nudo? Ma l’elenco non è finito. Può trattarsi anche di persone perfettamente in linea col nuovo corso del Pd: liberisti, arrivisti superficiali, reduci di partiti più a destra (sì, so che sembra difficile) che ormai hanno pieno diritto a dirsi “a casa”. Anche qui: a che pro? Sono io a essere fuori luogo, mica loro.

Forse, in una certa misura, sono vigliacca, e superficiale, anch’io: preferisco rimanere con il dubbio che alcuni non siano imbecilli e/o in malafede fino in fondo, che averne la conferma definitiva. Magari è anche un modo per non sentirsi completamente fuori luogo e periodo storico; mantenere la speranza che, se gli eventi dovessero cambiare il loro corso abituale, anche questa gente se ne renderà conto. Chissà.

Se la “sinistra” italiana (o quella che si autodefinisce tale: leggi, appunto, area Pd) avesse un minimo di autocoscienza, ovvero se le sue posizioni non fossero puramente strumentali (id est, lavoro per i fortunati comuni mortali, poltrona per gli eletti), magari si renderebbe conto che le uniche cause a essa esterne (perché, poi, non cito l’autoreferenzialità) che appoggia sono quelle “non politiche”.

Per esempio, la rinegoziazione del debito greco è una questione politica. Soluzione piddina: si parla male del governo Tsipras dal primo giorno (attaccandosi, peraltro, non alla sostanza, ma spesso e volentieri alla forma), in modo da zittire ogni discussione su una possibile evoluzione delle politiche europee. Discussione che passerebbe per il rischio di scoperchiamento del conflitto sociale. E giù critiche da coloro ai quali non piace che vi siano poche donne nel governo, che la Grecia abbia chiesto alla Germania la restituzione del debito di guerra, che un tale o talaltro ministro sia stato piazzato, che il presidente della repubblica sia impresentabile, che non abbiano cercato sufficientemente l’appoggio dei socialdemocratici (tipo Dijsselbloem, per esempio…?), e via dicendo.

Ma guardare la luna (le condizioni di vita di una popolazione, la proposta per un’Europa diversa), invece che il dito che la indica, mai. Esprimersi di conseguenza, mai. Capisco che il gossip sia più leggero, ma appare un po’ penoso vedervi tirare la giacchetta della mamma mentre gli altri tentano di sopravvivere. Perché si parla di sopravvivenza, di condizioni di vita al di sotto di una non ipotetica soglia di dignità, e il tutto in un Paese europeo – ma capisco che la “sinistra” italiana, non avendo alcun legame di rappresentanza con i poveracci, non sappia di che cosa si sta parlando. Ho frequentato abbastanza queste persone per sapere che non solo con i poveracci non hanno – e non vogliono – avere nulla a che fare, ma che credono che la politica sia un gioco a Risiko dove si scelgono le proprie alleanze in base a quanti carrarmati ha l’alleato. Ciò che conta è non essere confinati alla minoranza, perché si è tagliati fuori dal gioco; ciò che non conta sono le idee, perché non se ne hanno – e si sta ben attenti a non dimostrare una qualsiasi vicinanza a chi ne ha. Il Pd non è sinistra, è razza padrona.

(Sennò datemi altri motivi per cui la stragrande maggioranza del suo elettorato non comprende la questione greca: vi ascolto.)

Altro esempio, Kobane: tutti (parlo sempre di contatti Facebook del Pd) a inneggiare alle guerriere curde di Kobane, sostenendo la loro lotta. Per carità, sono d’accordo, e provo ammirazione per queste donne coraggiose, come per gli uomini che resistono con loro, da soli contro una minaccia internazionale. Ma non sono io a ignorare da anni la legittimità di uno stato curdo per non far incazzare la Turchia. Allora l’appoggio alle guerrigliere curde è di tipo politico? No. C.v.d.

#JeSuisCharlie, ovvero tutti solidali con le vittime, tutti per la libertà d’espressione: non-politica. Ricerca e individuazione di eventuali responsabili politici europei, proposta di azioni politiche comuni per contrastare il terrorismo, vedere l’incoerenza e l’ipocrisia dietro al corteo in cui sfilavano, al fianco del “socialdemocratico” (che cosa vorrà dire, ormai?) Hollande, capi di dittature africane e rappresentanti di stati in cui Charlie Hébdo non sarebbe mai esistito: zero assoluto. Quindi, politica: zero assoluto.

Condanna di coloro che esultano pubblicamente perché un detenuto si è appena suicidato: grazie, sacrosanta. Ma non politica. Mentre delle condizioni delle carceri (politica) non gliene può importare di meno.

Che, poi, per tornare al punto, lo dico onestamente: se avessi voluto votare in Grecia, non so nemmeno se mi sarei recata alle urne. Anni di disamoramento della politica fanno anche questo. Trovo la sostanza dei discorsi e il corso d’azione intrapreso da Tsipras e Varoufakis più che condivisibili, finalmente dignitosi, a tratti anche toccanti (come quando, la sera dei risultati, Tsipras dedicò la vittoria di Syriza ai giovani greci all’estero che non erano tornati per votare: sì, mi sono commossa), ma di qua a essere convinta che riusciranno a risolvere la situazione, ne passa. Lo spero, ma non ci credo fino in fondo, magari anche per scaramanzia – come non ci credono fino in fondo tutti quei greci che non sono andati a votare, però.

Sono sempre più convinta, tuttavia, che l’unico modo rimasto per vivere e non sopravvivere (che, poi, non è neanche detto che uno sopravviva, a queste condizioni) è intraprendere quella strada fino in fondo, senza paura e tentennamenti. Che non vuol dire non trattare, ma trattare partendo dalla cognizione del proprio valore e dal saper distinguere la giustizia dall’ingiustizia, mantenendo la dignità. In fondo, credo che la sinistra sia proprio questo: identificazione, lotta per, recupero di dignità. Ma, nel momento in cui quell’ostacolo è superato, bisogna affrontare il successivo, continuare a lottare, abbattere anche quello e poi cambiare, innanzitutto, se stessi.

[…] Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

P.P. Pasolini, Pagine corsare, I ricordi, [Intervento al congresso del Partito radicale], 1975

Mi convinco sempre più del fatto che l’unica sinistra possibile, ormai, sia una sinistra radicale. Il resto, semplicemente, non ha nulla a che fare con la sinistra.

Mi sono finora astenuta dal commentare il risultato delle elezioni politiche in Italia perché sono settimane che faccio indigestione di articoli e analisi e giorni che litigo con gli amici ex “di sinistra” che hanno votato il M5S. Ecco, elettore grillino fanatico, dico a te: su questo blog puoi essere arrivato solo per caso, quindi, ti prego, smetti di leggere, così tu eviterai di incazzarti con una la cui opinione non conta una mazza e io non dovrò perdere tempo a risponderti facendomi venire l’ulcera. Anzi, sappi che i commenti sono soggetti alla mia approvazione: il blog è mio e me lo gestisco io. Almeno io non ho la pretesa di parlare a nome di nessuno.

In sostanza sono d’accordo con l’analisi dei Wu Ming, che “tifano rivolta” nel Movimento 5 Stelle. Sebbene, a differenza loro, io un bel po’ di responsabilità la darei anche agli elettori – un po’ come Leonardo Tondelli, nonostante sarei davvero interessata a capire il perché di un voto – che sembrano dimenticare i punti programmatici più controversi (referendum propositivo senza quorum, abolizione dei finanziamenti pubblici a partiti e giornali, democrazia diretta, solo per dirne alcuni), per non citare poi i toni, a favore di riforme sulle quali qualsiasi “base” (di sinistra) convergerebbe (investimenti nella scuola e nell’università pubbliche, reddito minimo, riduzione degli stipendi dei parlamentari, leggi anticorruzione, sul conflitto di interessi, elettorale). Il problema è che poi non è che ti fanno scegliere se attuare alcuni punti invece di altri, perché tu il voto gliel’hai già dato. Evidentemente pensavano che Grillo su alcune cose scherzasse: ops, faceva sul serio!

Non sto dicendo che da questa situazione non potrebbe uscirne qualcosa di positivo: magari la sinistra si riappropriasse – e portasse avanti seriamente – battaglie che ignora da anni! E se questo deve essere fatto al prezzo di mandare finalmente in pensione la classe dirigente di PD e Sel (ma sopravviverebbe all’uscita di scena di Vendola?) e chiarirsi le idee sul proprio ruolo in politica e in società, sarei la prima a metterci la firma.

Il punto è che non riesco a credere che quel 25% di elettorato abbia fatto attivamente qualcosa negli anni perché non si arrivasse a questo punto. Certo, alcuni di loro saranno sicuramente reduci da movimenti di vario tipo e da battaglie civili, ma tutti gli altri, la maggioranza, il restante 24%? E il motivo per cui non ci credo è che i miei amici che hanno votato il M5S sono tutte persone che si lamentano da anni della situazione ma hanno rarissimamente messo il naso fuori da casa per partecipare a qualcosa, da una raccolta firme a un campo di volontariato, una manifestazione, fino ad arrivare a tenere un semplice blog in cui potevano fare controinformazione. No, la maggioranza di voi non ha fatto nulla, se non farsi condurre dalla rabbia di chi si è sostituito al vostro pensiero e dal falso mito dell’attivismo digitale, come se discutere su un blog fosse uguale anche solo a servire ai tavoli delle feste dell’Unità (sì, faccio questo paragone proprio perché lo odiate tanto), allora perché accusate “la sinistra” di non avervi rappresentato? Questo non per sollevare dalle proprie responsabilità un’intera classe politica miope adagiata sugli allori (quali allori, poi?), ma voi c’eravate a cercare di togliere loro la sedia da sotto al culo? O vi siete svegliati tutti a febbraio 2013, perché tanto sono tutti uguali ed è più facile accettare la pappa pronta da chi dice che fa tutto schifo, promettendovi in cambio mari e monti che sapete benissimo essere falsi? In che cosa esattamente queste promesse sono diverse da quelle fatte da Berlusconi? (A meno che non stiate davvero aspettando di avere la maggioranza in Parlamento e Senato per realizzare tutto il programma, in quel caso mi associo a chi dice che avete, in sostanza, propositi totalitari.)

Sono stata iscritta al Partito Democratico per circa un anno e mezzo, e basta cliccare sul relativo tag di questo blog per capire quanto fossi critica. Il problema è che l’unica voce critica là dentro ero io, non so se perché si trattava di un circolo romagnolo fuori tempo o se è, invece, una tendenza generale. Me ne sono andata perché ero sola, ma almeno io ci sono stata per parlarne. Da allora, profondamente schifata, ho giurato a me stessa che mai più nella vita avrei votato per loro se non avessero prima cacciato i vari impresentabili: D’Alema in primis, il grande genio politico che per ambizione personale ha affossato la sinistra dal momento in cui ci ha messo piede, poi Veltroni, Bindi, Letta e tutti gli altri a seguire. Mi facevano e mi fanno tuttora venire la pelle d’oca ogni volta che aprono bocca.

Ma gli stronzi ci sono ovunque, soprattutto ai vertici, come la vita insegna, e il vero problema era semmai il pensiero unico, il fatto che non si volesse ascoltare il dissenso, anzi, che si emarginasse il dissenso, il politicamente corretto che doveva attenersi agli angusti limiti dei dettami della dirigenza, il verticismo, la cooptazione per garantirsi la fedeltà. In questo, è vero, il PD è tuttora un partito comunista, anzi, stalinista. Ma in che cosa esattamente il M5S rompe questo schema? La democrazia digitale? Mah, nonostante le potenzialità del mezzo, non mi pare che alle “parlamentarie” abbia partecipato tutta questa massa critica (di certo non il 25% degli elettori), né viene dato gran credito a chi chiede di dare una fiducia, anche esterna, a un governo per realizzare almeno una parte di quelle proposte. Tutto o niente è il modo di ragionare dei bambini, o almeno di chi si impunta pensando che il mondo ruoti attorno a sé. O è la democrazia stessa che è diventata un problema secondario? Magari in nome di alcuni obiettivi da raggiungere – che, almeno per me, per quanto importanti, non hanno il suo stesso peso – siete disposti a cedere la vostra capacità critica, la possibilità di ragionare con la vostra testa? Perché se non è pensiero unico questo, che cosa lo è?

Non ho idea di come andrà la storia: nella migliore ipotesi possibile, si attueranno delle riforme con il sostegno esterno di senatori del M5S, nella peggiore si avrà un altro governo “tecnico” che porterà avanti le politiche recessive di quello Monti.

Ex compagni che avete votato il M5S, volete spiegarmi (civilmente e gentilmente) il perché? E vi siete resi conto della natura di questo soggetto politico o, tutto sommato, non la considerate una questione importante?

[No troll grillini, grazie.]

Non molti, a parte gli addetti ai lavori, sanno che cosa sta succedendo in questi giorni in Mondadori. Quello che so lo conosco da racconti di (ormai ex) colleghi editoriali e dalle notizie diffuse dalla Rete dei Redattori Precari, oltre che dai quotidiani.

In questi giorni si sono levate molte voci scandalizzate in difesa di Giulia Ichino, senior editor Mondadori, dopo l’intervento di Chiara Di Domenico a un incontro del Pd, “Le parole dell’Italia giusta: lavoro”, durante il quale ha accusato la suddetta di aver ottenuto il posto in quanto “figlia di”. Si può discutere, e se n’è discusso più che a sufficienza, dell’opportunità o meno di fare il suo nome, viste le strumentalizzazioni pre-elettorali a cui si va inevitabilmente incontro, ma la sostanza del suo discorso è vera. Basta ascoltarlo.

Eppure mai così tante voci si sono levate a difendere i precari, costretti da anni, nel silenzio generale, ad accettare condizioni ignobili, pur di cercare di mantenere un lavoro in editoria, aggrappandosi con le unghie e coi denti a un mestiere per il quale si erano formati in anni di studio e di gavetta. Come chiede giustamente Vincenzo Iurillo in un post sul Fatto (il quale, vorrei ricordare, non paga i collaboratori dei blog, in quanto dà loro “visibilità”), dov’erano finora Lucia Annunziata, Luca Sofri, Gianni Riotta, Fabrizio Rondolino? E aggiungo, Giuseppe Genna, che in un suo post indignato su Facebook, diceva che il Pd ha perso il suo voto perché Bersani ha osato abbracciare Chiara e non dissociarsene – insomma, una delle poche cose di sinistra che ha fatto il leader del Pd negli ultimi anni. Che tristezza. La difesa del branco.

E segnalo a questo proposito la bellissima lettera di Chiara, che già dal titolo è un programma: ci vuole molta classe nella lotta.

Per non parlare dei colleghi di Mondadori – ex, ci tengo a sottolinearlo. E colleghi non perché io abbia mai lavorato in Mondadori, ma solo in quanto lavoratori dell’editoria. La solidarietà, da quelle parti, va solo alla senior editor, che peraltro si difende anche in modo piuttosto impacciato, dicendo di essere stata “solo fortunata“. Dimenticandosi che, fortunata o meno, in qualità di senior editor un po’ di voce in capitolo ce l’ha quando si tratta di chiedere un contratto per le persone che lavorano per lei. L’Uomo Ragno sapeva che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, forse a lei non l’hanno detto.

Ad ogni modo, che lei sia raccomandata o meno in un paese di raccomandati non fa molta differenza. Io stessa sono stata accusata di essere raccomandata solo perché ho seguito il Master in Editoria di Eco, che peraltro ho pagato per metà di tasca mia (l’altra metà era coperta da borsa di studio, come per tutti i posti di quel Master), eppure ho lasciato l’editoria, figuriamoci. Non è questo il punto, come spiega bene una mia collega della Rete – lei, sì, sono fiera di chiamarla collega. Lasciamo il linciaggio agli squadristi, quelli veri.

Il punto è che i precari Mondadori avevano contratti in scadenza in questi giorni e, a quanto pare, stavano conducendo una trattativa riservata con l’azienda – o, almeno, 51 di loro; gli altri saranno lasciati al loro destino? Mah. Come lo so? Perché qualcuno ha provveduto a passare la notizia al Corriere. Vediamo: un giorno la figlia di Ichino viene attaccata e Bersani appoggia pubblicamente la persona che conduce l’attacco (che poi, avesse detto chissà che…), il giorno dopo filtra la notizia di una trattativa contrattuale riservata in cui il Santo Ichino viene presentato come il salvatore della Patria. E nell’articolo c’è pure un virgolettato di Ichino. Due più due a casa mia fa quattro, e la “rivelazione” mi sa tanto di vendetta trasversale, o avvertimento, come meglio dir si voglia.

Ad ogni modo, nel suddetto articolo Ichino fa riferimento al “modello già sperimentato dalla contrattazione collettiva nel settore del marketing operativo”, da prendere come esempio. Che cos’è? Questo: un contratto “con modifiche che consentano l’instaurazione di nuovi rapporti di lavoro o la trasformazione dei rapporti attuali dalla forma della collaborazione autonoma a quella del lavoro subordinato con aumenti di costo opportunamente graduati nel tempo e rimodulando a tale scopo le materie dei minimi retributivi, le mansioni e gli inquadramenti, l’orario di lavoro, la flessibilità del lavoro, gli artt. 4 e 24 della Legge 223/91“. Una deroga al contratto collettivo a tempo indeterminato, in sostanza, che poi è l’inquadramento contrattuale a cui praticamente quasi tutti i precari editoriali avrebbero diritto, considerando gli anni di contratti a progetto o di partita Iva fasulla passati a lavorare per la stessa azienda. Infatti, la Cgil questo accordo (marketing operativo) non lo ha firmato.

Cgil che, comunque, pare abbia consigliato ai lavoratori con contratto in scadenza di aprire la partita Iva per garantirsi “una continuità di reddito”. Grazie al cavolo! Non che questo mi stupisca, visto l’incontro di un paio di anni fa con due responsabili Cgil dei grafici editoriali.

Molto ci sarebbe da discutere, invece, sull’intelligenza dei 51 precari mondadoriani firmatari della lettera alla dirigenza che si sono affidati alle amorevoli mani di Pietro Ichino, il quale non ha esitato granché a “tradirli” sul montiano Corriere non appena ne ha avuto bisogno. C’è da aspettarsi che ora saranno costretti ad accettare qualsiasi contratto al ribasso verrà loro proposto, in attesa di essere messi alla porta, o di avere condizioni contrattuali ancora peggiori, come i colleghi che hanno lasciato fuori dalla trattativa – tanti, si suppone, considerando che, in base ai dati diffusi dalla Rete dei Redattori Precari un paio di mesi fa, Mondadori fa uso di contratti atipici per il 55% dei suoi lavoratori. A questo punto ci sarebbe solo da aggiungere che ognuno ha ciò che si merita. Se non fosse per il fatto che questo precedente non varrà certo solo per i collaboratori Mondadori in questione, ma per tutti i lavoratori editoriali, di tutte le case editrici. Pomigliano docet.

Ma si sa, chi la pensa come me è solo uno sfigato che, per troppa intransigenza, ha accantonato il sogno di lavorare nel magico mondo dell’editoria.

Cari ex colleghi, ve lo lascio con tutto il cuore, questo magico mondo, continuate pure a distruggerlo con le vostri stesse mani finché, a forza di trattative riservate e deroghe ai contratti nazionali, pensando sempre di essere i più furbi perché più flessibili, non vi sarete accorti di esservi divorati a vicenda. Auguri, che sopravviva il più scaltro. Che non sarete voi, statene certi.

In chiusura, una domanda di carattere personale, ma non solo: a che cosa serve lavorare con i libri quando questi non vi danno nemmeno la capacità critica di vedere un po’ più in là del vostro naso? E che libri può produrre una persona priva di senso critico?

Sorella di chi?

13 febbraio 2011

Sono tornata dalla manifestazione “Se non ora, quando?” in anticipo rispetto ai tempi: la mia intolleranza mi impediva di ascoltare oltre donne che parlavano per mezz’ora ciascuna di banalità chiamandomi “sorella”. Mi sono sorbita perfino il coro delle mondine (sic!).

Specifico: non a Roma né a Milano, purtroppo, ma in una cittadina (passatemi la definizione) che conta come residenti meno di 120.000 abitanti. Più gli studenti universitari fuori sede, dato che ospita uno dei più importanti e prestigiosi poli universitari dislocati d’Italia. Di universitari in piazza pochi, pochissimi, e in totale eravamo forse un migliaio. Mi hanno detto che per questa città sono tanti – ma non ci ha degnati di attenzione nemmeno una volante, o un agente, nulla. Potevano essere in borghese, certo, ma figuriamoci, chi dovevano tenere a bada? Le signore in pelliccia con carlino di serie al guinzaglio? Quei quattro sfigati (o forse molto fortunati, lì per difendere il posto) che raccoglievano con un banchetto i 10 milioni di firme per il Pd?

Dal microfono (il palco o qualcosa che vi somigliasse non era stato allestito) ho sentito dire verso l’inizio che le donne che non c’erano era perché non avevano capito un bel niente. Che fine analisi di alta politica. Io non ci avrei mai messo piede a quella manifestazione se non fosse stato per l’appello degli ombrelli rossi, promosso dal Comitato per i diritti delle prostitute e da Femminismo a Sud. Presenti con l’ombrello rosso: io.

Carrellata delle donne che hanno parlato: età dai 45 anni in su, tutte del Pd, molte delle quali con colore e messa in piega fatti per l’occasione (più l’espressione spiritata di chi pensa di realizzare qualcosa di grande, ma per quella non c’è rimedio), molte delle quali ben piazzate in ruoli di potere a livello locale, molte delle quali appartenenti alla buona borghesia. Nessuna di loro che sapesse che cosa siano, in ordine sparso: precariato, solidarietà tra donne anche e soprattutto sul lavoro (sennò di che solidarietà parliamo, per sapere?), impossibilità di progettare un futuro di qualsiasi genere, forte nausea per le stronzate.

Sul sito di La Repubblica, in primo piano, l’urlo delle donne di Roma. Caspita, una roba da aver paura.

Mi sentirò parte di manifestazioni del genere solo quando vi presenzierà qualcuno pronto a rischiarci almeno qualcosa. In Egitto Mubarak è stato cacciato perché c’era gente che si è presa le botte e altra che è stata ammazzata per quello in cui credeva. E noi che cosa siamo disposti a fare? Nulla, perché abbiamo ancora l’illusione di avere il culo parato: i genitori che danno una mano, qualcuno forse una casa o una macchina di proprietà, un parente o un amico che contano. Ma sta crollando e non ce ne siamo ancora resi conto. Ecco, d’ora in poi ci sono solo per dare una mano a spingere, dopo si vedrà.

Per anni hanno detto che il conflitto generazionale non esiste più, superato, fuori moda, roba da Sessantotto: ma io con la gente presente oggi che cos’ho in comune? Il loro interesse è contrario al mio, così come le speranze, le aspettative, le prospettive, i punti di vista, tutto. Mi capita spesso di sentirmi fuori luogo, ma in questo caso mi è sembrato proprio di essere da un’altra parte, di vedere qualcosa di diverso rispetto a ciò che guardano gli altri.

Qualche giorno fa ho ascoltato l’intervista di Beppe Grillo ad Anno Zero (10/2/2011): a parte la sua malsana fissazione per gli architetti, la sua tendenza alla semplificazione e i suoi modi da santone, che cosa dice di non vero, di sbagliato, di stupido nella sostanza? “O fate una rivoluzione o ve ne andate da questo Paese, non avete scampo”. La rivoluzione gli italiani non l’hanno mai fatta, spero di essere almeno tra quelli che se ne vanno.

Una nota positiva oggi c’era: la presenza di tanti uomini. Mi sono sentita molto più sorella loro.

Sono nata a maniche rimboccate, io. Anzi, era talmente certo fin dagli albori del mio carattere che le avrei dovute rimboccare sempre di più con il passare degli anni, che mia madre decise di tenermi direttamente in canottiera. Per portarmi avanti, quindi, non ho mai avuto nemmeno pazienza.

Poi a onor del vero sono pure masochista, eh, perché potevo tranquillamente fare l’architetto nello studio di papà invece di cambiare Paese e più volte città solo per dimostrare a me stessa che le mie maniche erano belle che rimboccate. Sono talmente rimboccate che come molti miei coetanei ho pure lavorato dove mai nessuno al mondo lavorerebbe per soddisfazione personale ma solo per bisogno di soldi, pochi e subito: il call center.

Vorrei sapere che cosa se le rimbocca a fare Bersani, invece, le maniche, e riguardo a che cosa non avrebbe più pazienza. Pur vero che da figlio di artigiani si è laureato e ha fatto poi una “bella” (ha!) carriera politica, ma l’ha fatta da “interno”, “integrato”, da fedelissimo di D’Alema. Ho come l’impressione che il termine giusto sia “yes man”. La disoccupazione è aumentata, i soldi per l’istruzione sono diminuiti, le tasse sono aumentate e la SUA pazienza è finita? Non era il suo compagnuccio di merende che ha evitato cautamente di fare una legge sul conflitto di interessi che ha consegnato l’Italia, con un bel fiocco in testa, nelle mani di Berlusconi?

Ecco, Renzi sarà pure uno che ama le luci della ribalta, ma quando dice che questi vanno rottamati nella sostanza ha torto? Lo si vuole fare con diplomazia? Mai esistiti cambiamenti radicali fatti con i guanti di velluto.

Bersani dovrebbe leggersi e interiorizzare per bene l’articolo di Peppe Provenzano su Norman Zarcone (che l’Unità per motivi inspiegabili ha deciso di non mettere nemmeno online) prima di predicare stupidi rimboccamenti di maniche a chi ha pure le braghe calate.

Sono un po’ stanca di leggere tutta la fuffa politicamente corretta – e inevitabilmente inutile – che viene scritta in questi giorni sulle contestazioni prima a Schifani, poi a Bonanni, sempre nell’ambito della Festa del Pd di Torino.

Inizio con una constatazione facile e piuttosto banale, per la quale però mi prenderei un sacco di insulti (condizionale d’obbligo, che contempla una serie di fortunati eventi per cui gli iscritti al Pd si confrontassero dicendo ciò che pensano): gli ospiti si possono anche scegliere con un minimo di coraggio e sensibilità in più agli input della società civile. Se i responsabili attuali non sono in grado di farlo, perché non li sceglie chi pensa di avere qualcosa di nuovo da dire? E stiamo parlando della Festa nazionale del Pd, non di una sagra di paese: gli ospiti e i temi non sono importanti? Schifani è in forte odore di mafia, e Bonanni è l’ultima persona che, da “giovane” precaria, vorrei trovarmi davanti passeggiando in centro, figuriamoci a una festa del partito che voto. O almeno che si instauri un confronto, una discussione: solo un cretino potrebbe pensare che quello tra Letta e Bonanni possa essere un contraddittorio, e l’essere una giovane precaria non fa automaticamente di me una cretina. Sull’incontro tra Fassino e Schifani, poi, stendo un velo pietoso: chissà cosa avranno da dirci, entrambi. Invito chiunque stia leggendo questo post a dare un’occhiata, anche veloce, al pubblico presente a quell’incontro e a fare qualche doverosa considerazione sull’età media. Né Schifani né Bonanni, ma nemmeno Fassino e Letta, sono personaggi che rappresentano una novità, una visione del Paese, un progetto a lungo termine: sono solo prodotti incartapecoriti del loro (nostro, purtroppo) sistema.

Lascio che altri si affannino a condannare le proteste dei contestatori. Non perché sia d’accordo con i metodi di questi ultimi: piuttosto che sentire i soliti noti che parlano, io resto a casa a leggere un libro o, nel caso di Bonanni, vado e poi borbotto per tutto l’incontro con il malcapitato vicino di sedia, oppure mi segno i passaggi controversi (tipo: tutti), alzo la mano e gli rompo le balle, o ancora ci rimugino su incazzata tutta la notte, capisco come non voglio diventare e poi ne scrivo di conseguenza. Insomma, di metodi ce ne sono tanti e non trovo particolarmente efficace, oltre che elegante, fischiare, urlare e dimenarsi in preda al sacro fuoco. Provo una repulsione spontanea verso proteste che, più che significare, rumoreggiano, mi sembra sempre che nascondano una carenza di contenuti.

Certo, poi un conto è il rumore (vedi Fassino-Schifani), un conto sono i lanci di fumogeni (Letta-Bonanni), e se le due cose vengono assimilate è solo per la strumentale necessità di semplificazione da parte di chi vuole dimostrare le sue tesi, che non si curano affatto di sondare i fenomeni, ma solo di giudicarli, in una strenua ed eterna lotta in difesa dello status quo. E questo sì che è reazionario, baby!

Una delle cose più stupide che io abbia sentito in questi giorni ha a che fare proprio con questo, e suona esattamente così: ecco, vedete che se non si condannano i fischi poi si finisce a lanciare fumogeni? Concetto che più o meno implica la stessa complessità di pensiero sottesa alle seguenti deduzioni:

– se litigo di brutto con una persona e penso che vorrei vederla morta, prima o poi la ucciderò;

– se voglio scaricare un film perché credo che sia una boiata e non mi va di spenderci 10 euro al cinema, un giorno ruberò una macchina;

– se mi sono fatto una canna all’università, sono destinato inesorabilmente all’eroina in vena;

– (si accettano suggerimenti per proseguire questa lista demenziale).

Roba da precrimine. Attenzione solo che a qualcuno non sfugga come soluzione finale la lobotomia.

Tornando al discorso iniziale, ovvero a contestazioni che non sfociano nel penale, pare che Sandro Pertini usasse dire a suo tempo “liberi fischi in libero Stato” – ma forse l’aver ottenuto l’informazione da un intervento di Marco Travaglio fa di me una facinorosa. E pensare che mentre Napolitano si affrettava – pure lui, dio santo! – a condannare, un po’ più a nord dei nostri (mentalmente) ristretti confini, Blair si beccava il lancio di amichevoli scarpe e uova al simpatico grido di “assassino”. God Save the Queen!

Che cosa si poteva fare allora nel nostro piccolo? Per esempio invitare uno dei contestatori sul palco, a condizione che si facesse silenzio per potersi confrontare, e rispondere puntualmente alle sue domande (e accuse). E sì che sarebbe stata una bella lezione di democrazia, invece della ripetizione ossessivo-compulsiva di “antidemocratici, antidemocratici, antidemocratici…” Un maestrino burocrate in meno e un politico in più ci farebbero comodo da queste parti!

L’invito a parlare, invece, non viene mai in mente a nessuno (incapacità di formulare un pensiero? coda di paglia? consunzione da prolungata permanenza nella casta?), e quanto pensate che ci voglia perché qualcuno, esasperato, passi a metodi ben peggiori, avendo pure dalla sua la convinzione di aver fatto di tutto, prima, per farsi ascoltare?

Auguri.

Psychobabble

26 giugno 2010

Dalle parti della sinistra italiana ci si lamenta rumorosamente dell’assenza di un leader, come in una processione di fustiganti medievali – e mi ci metto anch’io. Non che di un leader non vi sia bisogno, intendiamoci, ma sarebbe forse il caso di iniziare a chiedersi perché non c’è.

È vero che qualsiasi “giovane” che potrebbe emergere viene soffocato in culla, visto che se non sei un perfetto insider con un certo percorso politico alle spalle vieni lanciato giù dal Taigeto nella logica di una precisa “selezione eugenetica della casta dominante“. Va avanti in sostanza chi fa ciò che le/gli dicono di fare, chi di volontà e capacità critica ne ha il meno possibile e che scatta all’attacco come un cane ben ammaestrato se il partito le/gli dice di farlo. Alla faccia di tutti i discorsi sul merito di cui ci si riempie la bocca, infatti, le logiche sottese al funzionamento del Pd non sono tanto diverse da quelle di una piccola-media azienda italiana di provincia a conduzione familiare. Che non va poi tanto bene se devi influenzare la vita di un intero Paese, peraltro in uno scenario globalizzato.

Ma credo che il problema sia anche un altro, ovvero che non ci sono minimamente le condizioni culturali perché un leader emerga, e non tanto tra simpatizzanti ed elettori – che sembrano sempre meno -, quanto proprio tra gli iscritti – che sicuramente sono sempre meno. E per “condizioni culturali” intendo quel minimo di apertura mentale, curiosità intellettuale e passione che dovrebbero costituire i motivi stessi del fare politica.

A livello micro: come è possibile che, se si propongono per una festa del Pd dibattiti su temi quali testamento biologico, politiche dell’immigrazione, rapporto tra università e città, si rischi di essere additati come intellettuali fighetti? Non sarà che abbiamo completamente assorbito il modello ignorante e becero di far politica di Berlusconi? E di cosa si dovrebbe parlare, invece? Perché l’unica controproposta che porta, se la porta, gente che dice cose del genere è di invitare l’amministratore locale amico. Se la politica è ridotta a questo, a un contenitore vuoto, in che retroterra sociopolitico dovrebbe formarsi il tanto atteso “giovane leader”? Il fermento culturale è a zero. A meno che non si voglia credere nella poetica della mangiatoia (il Miracolo), e quindi del Messia venuto a espiare i nostri peccati: un giovane precario (il figlio di falegname, o di operaio, dei nostri tempi), “nato ai bordi di periferia” (eh, lo so, mi sento male nel momento stesso in cui lo cito), piuttosto che iscriversi al Pd e farsi crocifiggere, ha molte più probabilità di farsi girare le palle e iniziare un confronto sul tema di tipo non esattamente pacifico.

A livello macro: si pensa ormai che la politica la debbano fare i tecnici e solo loro. Non è che si parte da idee condivise e da un progetto di medio-lungo termine che poi andranno declinati nella realtà, con l’aiuto dei tecnici, appunto. No, si delega tutto a loro, come se avessero bacchetta magica e facoltà di compattare le persone attorno a un ideale collettivo. Così la politica viene snaturata e decade a mera soddisfazione dei bisogni (e delle poltrone).

È possibile avere un leader senza avere anche una speranza? Dovremo continuare a macinare leader senza speranza?

Sono figlia di genitori sessantottini, idealisti lucidi. Essendo anch’io piuttosto idealista (in greco si dice che la mela dovrà cadere per forza sotto il melo…), in passato ho litigato spesso con mio padre quando affermava che non esiste una parte giusta e una sbagliata, è solo che l’ago pende un po’ più in un senso piuttosto che nell’altro. Da pasionaria delle cause, generalmente perse, negavo questo “relativismo” con tutta la forza di cui potevo disporre.

Con il tempo ho imparato che aveva ragione, nessuno è completamente nel giusto o in errore, e credere il contrario è un’illusione. Una distinzione, però, esiste, e continua a essere ai miei occhi ben chiara: in qualsiasi rapporto in un momento dato esistono il più forte e il più debole. Nella mia visione del mondo la sinistra – in qualsiasi modo la si chiami: riformista, radicale, progressista, democratica, etc. – è la parte politica che difende il più debole. Oserei dire che tutto il resto può venire in un secondo momento.

Parlando della situazione di Pomigliano ho sentito, invece, opinioni più “di sinistra” da chi è solo (molto) vagamente orientato che da chi è addirittura iscritto. Per non parlare poi di rappresentanti locali e di amministratori di vario ordine e grado.

Tralascio il parere sulla questione dell’ormai pluricitato feticcio Ichino, tecnicistico come non mai, che, nonostante le sue specializzazioni e la sua esperienza, a volte mi fa sorgere spontaneo il dubbio (ignorantissimo da parte mia, per carità, mea culpa et amore dei ab uno disce omnis!) che non sappia realmente di che cosa si stia parlando.

Ma Veltroni? Grande stima di lui come sindaco, e riconosco che anche come (mancato) leader del Pd aveva un’idea di partito molto più moderna della maggioranza degli iscritti stessi. Adesso come gli viene fuori che è “un accordo duro ma inevitabile”? E che c’entra la questione dell’assenteismo, dei permessi e di tutte le altre porcate che hanno fatto alcuni operai di Pomigliano (che racconta Statera) con l’effettiva abolizione del diritto di sciopero? Per tutti, anche per chi non ci aveva mai marciato. E che cosa vuol dire che “ci si confronta con una sfida, sicuramente difficile dal punto di vista delle relazioni sindacali, e si cerca di trovare il punto più alto di equilibrio tra le esigenze dell’azienda e i diritti dei lavoratori, il primo dei quali è il diritto di sciopero”? Ah Walter, ma l’hai capito che, se un dipendente aderisce a uno sciopero nonostante il sindacato a cui è iscritto abbia accettato le nuove condizioni contrattuali, può essere licenziato? Ma di che cosa parli?? Questo sì che è buttare via il bambino con l’acqua sporca, poi ridiamo di Brunetta. E quanto pensate che ci voglia, tu, l’anima bella Letta e tutti coloro che si sono espressi in modo simile nel Pd perché questa prassi esca dai cancelli Fiat? Due giorni? Una settimana? Accetto scommesse, perché da noi è da mò che hanno iniziato, con il beneplacito dei sindacati.

A volte ho l’impressione che nel Pd vada di moda millantare posizioni pseudoneoliberiste, forse perché è radical chic, o forse perché degli altri non ce ne frega un cazzo ma non è bello dire di essere di destra. O ancora perché parlar male dei sindacati (che se lo meritano, eh!) è in, mentre la povertà, la disoccupazione e le politiche per risolverle sono out. O magari perché abbiamo una coda di paglia che arriva in Asia e una paura fottuta di essere tacciati di “comunismo” (che però è un’altra cosa, ma su questo in tv non risponde mai nessuno). O perché dagli industriali prendiamo finanziamenti a iosa pure noi, e allora conviene abbozzare. Poi vabbè, ci sono anche i soliti residui dello stalinismo, che se il Partito dà una direzione testa bassa e si va, ma non vale nemmeno la pena citarli. Al massimo potrebbero cercare di mordervi, ma tranquilli, come gli zombie, sono lenti.

Il motivo centrale comunque mi sembra essere che chi si esprime a favore di accordi quali quello proposto dalla Fiat ai dipendenti (rimando al documento della Fiom/Cgil) lo fa perché si trova in un modo o nell’altro in una posizione “privilegiata”, e non sarà investito (o almeno così crede) dallo smantellamento della contrattazione collettiva.

Ma continuiamo pure a produrre Panda a Pomigliano, se crediamo che serva. Quanto durerà? Che importa? L’Italia vive ormai solo per l’oggi, e spesso neanche per quello. Magari lo stabilimento di Pomigliano tra uno o due anni chiuderà comunque, ma ciò che a noi tutti rimarrà è un bel po’ di dignità e libertà in meno.

Per chiudere in ottimismo, la lettera degli operai della fabbrica Fiat di Tychy, Polonia.

Un clistere di ottimismo.

Your choice!

11 maggio 2010

Avete presente l’enorme freccia al neon intermittente posta al bivio tra la vita e la morte? Sì, quella dei cartoni animati e di ogni parodia che si rispetti. Ecco, se sulla freccia è scritto a cubitali caratteri luminosi “VITA”, dovremmo seguire quella direzione, giusto? Non prenderemmo mai la strada indicata da una cadente freccia in legno marcio che indica, in scrittura malferma, grumosa e un po’ sbiadita (è mica sangue, quello…?), la via per la “MORTE”, no?

Beh, in genere no, escludendo però due casi.

Nella prima ipotesi sareste un classico personaggio di finzione: un principe che si avventura nel bosco in cerca di serpentoni da sgozzare, Catherine Earnshaw che non trova nulla di meglio che innamorarsi di Heathcliff, oppure Wile E. Coyote.

Nella seconda ipotesi siete sicuramente Bersani.

E per giunta neanche più un Bersani somigliante al simpatico masochista Tafazi.

No, no, un vero e proprio Poppy, il criceto di Rat-Boy, cieco, sordo, glabro e con le zampette posteriori amputate, inconsapevole verso il baratro.

In sunto l’ultima trovata del nostro segretario. Il 21 e 22 di maggio l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico voterà alcune modifiche statutarie (cito da Vassallo, che è quello che lo statuto del PD l’ha scritto, quindi se non altro dovrebbe conoscerlo) sul meccanismo delle primarie:

1. soppressa la possibilità di scelta tramite primarie di Sindaco, Presidente di Provincia e Presidente di Regione;

2. di preferenza primarie di coalizione a cui il PD parteciperebbe però con un suo “candidato ufficiale” scelto a maggioranza semplice dall’Assemblea territoriale del livello corrispondente;

3. nel caso in cui non si tengano primarie di coalizione, “la decisione di ricorrere a primarie di partito, oppure di utilizzare un diverso metodo per la scelta dei candidati comuni concordato con le altre forze alleate, deve essere approvata con il voto favorevole dei tre quinti dei componenti dell’Assemblea del livello territoriale corrispondente”.

In realtà non è affatto una “trovata”, è vero, il sostanziale depotenziamento delle primarie stava nel suo programma; è solo che l’ultimo arrivato, ingenuamente, si interroga: “ha detto che avrebbe tenuto conto delle altre tre mozioni, che ne avrebbe accolto le istanze! E poi solo gli idioti non cambiano mai idea!”. Ma pensa.

E così Poppy si avvicina sempre più alla sua fine, tra le fauci del gatto a due teste (e lo divora “quella di sinistra”, crudeltà del destino).

Se ogni buona storia è in fondo un viaggio per attraversare la Morte, ecco, il PD è sulla buona strada per entrare nella leggenda.