Psychobabble

26 giugno 2010

Dalle parti della sinistra italiana ci si lamenta rumorosamente dell’assenza di un leader, come in una processione di fustiganti medievali – e mi ci metto anch’io. Non che di un leader non vi sia bisogno, intendiamoci, ma sarebbe forse il caso di iniziare a chiedersi perché non c’è.

È vero che qualsiasi “giovane” che potrebbe emergere viene soffocato in culla, visto che se non sei un perfetto insider con un certo percorso politico alle spalle vieni lanciato giù dal Taigeto nella logica di una precisa “selezione eugenetica della casta dominante“. Va avanti in sostanza chi fa ciò che le/gli dicono di fare, chi di volontà e capacità critica ne ha il meno possibile e che scatta all’attacco come un cane ben ammaestrato se il partito le/gli dice di farlo. Alla faccia di tutti i discorsi sul merito di cui ci si riempie la bocca, infatti, le logiche sottese al funzionamento del Pd non sono tanto diverse da quelle di una piccola-media azienda italiana di provincia a conduzione familiare. Che non va poi tanto bene se devi influenzare la vita di un intero Paese, peraltro in uno scenario globalizzato.

Ma credo che il problema sia anche un altro, ovvero che non ci sono minimamente le condizioni culturali perché un leader emerga, e non tanto tra simpatizzanti ed elettori – che sembrano sempre meno -, quanto proprio tra gli iscritti – che sicuramente sono sempre meno. E per “condizioni culturali” intendo quel minimo di apertura mentale, curiosità intellettuale e passione che dovrebbero costituire i motivi stessi del fare politica.

A livello micro: come è possibile che, se si propongono per una festa del Pd dibattiti su temi quali testamento biologico, politiche dell’immigrazione, rapporto tra università e città, si rischi di essere additati come intellettuali fighetti? Non sarà che abbiamo completamente assorbito il modello ignorante e becero di far politica di Berlusconi? E di cosa si dovrebbe parlare, invece? Perché l’unica controproposta che porta, se la porta, gente che dice cose del genere è di invitare l’amministratore locale amico. Se la politica è ridotta a questo, a un contenitore vuoto, in che retroterra sociopolitico dovrebbe formarsi il tanto atteso “giovane leader”? Il fermento culturale è a zero. A meno che non si voglia credere nella poetica della mangiatoia (il Miracolo), e quindi del Messia venuto a espiare i nostri peccati: un giovane precario (il figlio di falegname, o di operaio, dei nostri tempi), “nato ai bordi di periferia” (eh, lo so, mi sento male nel momento stesso in cui lo cito), piuttosto che iscriversi al Pd e farsi crocifiggere, ha molte più probabilità di farsi girare le palle e iniziare un confronto sul tema di tipo non esattamente pacifico.

A livello macro: si pensa ormai che la politica la debbano fare i tecnici e solo loro. Non è che si parte da idee condivise e da un progetto di medio-lungo termine che poi andranno declinati nella realtà, con l’aiuto dei tecnici, appunto. No, si delega tutto a loro, come se avessero bacchetta magica e facoltà di compattare le persone attorno a un ideale collettivo. Così la politica viene snaturata e decade a mera soddisfazione dei bisogni (e delle poltrone).

È possibile avere un leader senza avere anche una speranza? Dovremo continuare a macinare leader senza speranza?