Mi sono ritrovata a leggere, come giornalmente mi succede, un articolo de Il Post. Questa sorta di coacervo di blog d’autore mi piace molto, per due motivi: mi interessano molto più le opinioni che le notizie (ed è sempre per questo che compro abitualmente La Repubblica e non Il Sole 24 ORE) e, grazie ai rimandi esterni che formano l’identità del sito, ho letto, dietro “consiglio” ma direttamente, articoli ai quali non sarei arrivata da sola (come per esempio l’interessante riflessione di Derek Thomson sulla crisi greca).

Stamattina leggo, in primo piano, un articolo dal titolo: Poi la gente muore. Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi: la storia di Clara Palomba e di un paese che ignora la scienza, sulla condanna per omicidio colposo dei genitori della ragazza alla quale era stata sospesa l’insulina, dietro gravissima prescrizione della naturopata Marjorie Randolph (in arte “Maya”, che a giudicare dal nome qualche piccolo dubbio magari poteva sorgere almeno a chi era preposto al controllo).

Premetto, ma non ce ne sarebbe bisogno, che santoni del genere dovrebbero starsene in galera, e che capisco bene che dei genitori non riescano ad accettare una malattia che segna per sempre la vita di una figlia. Credere alle promesse è più facile che convivere con qualcuno che deve farsi una puntura al giorno per sopravvivere.

Detto tutto questo, e volendo escludere sia ignoranza in materia che malafede di chi ha scritto l’articolo, vorrei contestare una sola cosa: le parole sono importanti!

Inizio dal sottotitolo, Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi, che, faccio notare, segue un titolo forte come Poi la gente muore: per esempio, i “naturopati” con gli “autori di oroscopi” che c’azzeccano? Non per voler portare per forza le cose sul piano personale, ma mia zia è naturopata e non si sognerebbe mai di togliere l’insulina, il betaferone o i biologici (che nonostante il nome non lo sono affatto) a qualcuno, scherziamo? Vogliamo metterla al rogo perché ha la stessa qualifica di una “Maya”? E siamo proprio sicuri che Maya ce l’avesse? Chi scrive non si pone di questi problemi.

Primo paragrafo:

Clara Palomba è morta il 13 maggio 2008, a sedici anni, di diabete. Qualche mese prima i suoi genitori avevano deciso di sospendere la terapia di insulina che le permetteva di condurre una vita normale. Si erano rivolti a una guaritrice, omeopata, naturopata. Marjorie Randolph, in arte Maya. Diceva di essere esperta di antroposofia, una disciplina a metà tra la filosofia e la medicina alternativa.

Tra le altre cose, “naturopata” in corsivo: perché? Boh. Ironico? Veramente sarebbe una qualifica. In fondo, se non si volevano creare fraintendimenti bastava scrivere: “erano rivolti a una guaritrice che si definiva omeopata e naturopata “.

Mi si vuole almeno concedere che in questo contesto accostare i termini “guaritrice”, “omeopata” e “naturopata” non abbia esattamente una connotazione neutra, soprattutto considerato il tono dell’articolo? E sarebbe come dire che è “donna”, che è “morta”, e che lo avrebbero riportato anche se fosse stata “odontoiatra”, come dice Luca Sofri nei commenti? Eh, no! Forse lo avrebbero riportato ugualmente, ma affermare che il significato sarebbe stato lo stesso no, altrimenti ne devo dedurre che abbiamo qualche problema di comprensione a livello linguistico oppure che non condividiamo la stessa porzione di enciclopedia. E non mi pare.

A me non interessa affatto ciò che ognuno trova migliore per sé e non mi metto a giudicare le convinzioni alla base della vita di ciascuno: mi sento ripetere molto spesso che parlo così perché “credo” nell’omeopatia (sempre questa cazzo di “credenza”, manco fosse una fede, e dire che sono pure agnostica!), ma vivo ugualmente e, anzi, onestamente non me ne può fregare di meno. A differenza degli pseudocrociati del positivismo-a-tutti-i-costi non ho mai tentato di convertire nessuno, e ci mancherebbe, ho pure altro da fare.

Dico però che ci vuole responsabilità nell’usare le parole, soprattutto da parte di chi le usa per mestiere. Forse persino più responsabilità se si scrive sul web che su carta, dato che i lettori in internet sono distratti, difficilmente leggono un pezzo dall’inizio alla fine e nell’interpretazione tendono a semplificare i concetti all’osso, se non a distorcerli (basta leggere il tenore dei commenti all’articolo in questione). Nemmeno più uso del testo, dunque, ma spesso suo abuso e riciclo indiscriminato. E avere responsabilità significa anche fare di tutto perché questo non avvenga, non fomentare una continua, generica e sorda caccia alle streghe.

Se me la prendo è perché credo davvero che Il Post possa fare molto meglio di così, e l’abbia fatto.

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P.S. Alcune aggiunte alla luce dei numerosissimi commenti che hanno seguito l’articolo in questione (e anche al commento piuttosto indicativo del signore qua sotto):

1. Ci sono livelli di intolleranza, arroganza e fascismo incredibili nella pretesa di giudicare, in più con questa violenza, le scelte di chi la pensa diversamente da sé bollandole come stupide, ignoranti e superstiziose. E in prima linea un certo Dario Bressanini – che prima non avevo mai sentito nominare, ma evidentemente è giornalista, e pure per L’Espresso, pensa te – che si compiace di tenere simili posizioni. Alla faccia della professionalità e dell’etica del mestiere, i miei complimenti.

2. Dire che poi questa è tutta gente che a parole si professa razionalista, progressista e libertaria. Altri complimenti. Libertari per i cazzi propri, evidentemente.

3. Ora sì, la presa di posizione de Il Post in questo articolo è diventata proprio indifendibile. Con tutto il casino che hanno sollevato (e posso anche giustificare che in parte fosse voluto), nemmeno un errata corrige, come se in fondo questa crociata fosse legittima. E tutto per cosa? Per non voler ammettere di aver sbagliato?

4. Immagino che buona parte dei lettori di questo giornale sia composta di elettori del PD: è con questa gente, di simile intolleranza, che dovremmo fare un partito non dico nuovo, ma minimamente decente? Che qualcuno ci aiuti…

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