Sono figlia di genitori sessantottini, idealisti lucidi. Essendo anch’io piuttosto idealista (in greco si dice che la mela dovrà cadere per forza sotto il melo…), in passato ho litigato spesso con mio padre quando affermava che non esiste una parte giusta e una sbagliata, è solo che l’ago pende un po’ più in un senso piuttosto che nell’altro. Da pasionaria delle cause, generalmente perse, negavo questo “relativismo” con tutta la forza di cui potevo disporre.

Con il tempo ho imparato che aveva ragione, nessuno è completamente nel giusto o in errore, e credere il contrario è un’illusione. Una distinzione, però, esiste, e continua a essere ai miei occhi ben chiara: in qualsiasi rapporto in un momento dato esistono il più forte e il più debole. Nella mia visione del mondo la sinistra – in qualsiasi modo la si chiami: riformista, radicale, progressista, democratica, etc. – è la parte politica che difende il più debole. Oserei dire che tutto il resto può venire in un secondo momento.

Parlando della situazione di Pomigliano ho sentito, invece, opinioni più “di sinistra” da chi è solo (molto) vagamente orientato che da chi è addirittura iscritto. Per non parlare poi di rappresentanti locali e di amministratori di vario ordine e grado.

Tralascio il parere sulla questione dell’ormai pluricitato feticcio Ichino, tecnicistico come non mai, che, nonostante le sue specializzazioni e la sua esperienza, a volte mi fa sorgere spontaneo il dubbio (ignorantissimo da parte mia, per carità, mea culpa et amore dei ab uno disce omnis!) che non sappia realmente di che cosa si stia parlando.

Ma Veltroni? Grande stima di lui come sindaco, e riconosco che anche come (mancato) leader del Pd aveva un’idea di partito molto più moderna della maggioranza degli iscritti stessi. Adesso come gli viene fuori che è “un accordo duro ma inevitabile”? E che c’entra la questione dell’assenteismo, dei permessi e di tutte le altre porcate che hanno fatto alcuni operai di Pomigliano (che racconta Statera) con l’effettiva abolizione del diritto di sciopero? Per tutti, anche per chi non ci aveva mai marciato. E che cosa vuol dire che “ci si confronta con una sfida, sicuramente difficile dal punto di vista delle relazioni sindacali, e si cerca di trovare il punto più alto di equilibrio tra le esigenze dell’azienda e i diritti dei lavoratori, il primo dei quali è il diritto di sciopero”? Ah Walter, ma l’hai capito che, se un dipendente aderisce a uno sciopero nonostante il sindacato a cui è iscritto abbia accettato le nuove condizioni contrattuali, può essere licenziato? Ma di che cosa parli?? Questo sì che è buttare via il bambino con l’acqua sporca, poi ridiamo di Brunetta. E quanto pensate che ci voglia, tu, l’anima bella Letta e tutti coloro che si sono espressi in modo simile nel Pd perché questa prassi esca dai cancelli Fiat? Due giorni? Una settimana? Accetto scommesse, perché da noi è da mò che hanno iniziato, con il beneplacito dei sindacati.

A volte ho l’impressione che nel Pd vada di moda millantare posizioni pseudoneoliberiste, forse perché è radical chic, o forse perché degli altri non ce ne frega un cazzo ma non è bello dire di essere di destra. O ancora perché parlar male dei sindacati (che se lo meritano, eh!) è in, mentre la povertà, la disoccupazione e le politiche per risolverle sono out. O magari perché abbiamo una coda di paglia che arriva in Asia e una paura fottuta di essere tacciati di “comunismo” (che però è un’altra cosa, ma su questo in tv non risponde mai nessuno). O perché dagli industriali prendiamo finanziamenti a iosa pure noi, e allora conviene abbozzare. Poi vabbè, ci sono anche i soliti residui dello stalinismo, che se il Partito dà una direzione testa bassa e si va, ma non vale nemmeno la pena citarli. Al massimo potrebbero cercare di mordervi, ma tranquilli, come gli zombie, sono lenti.

Il motivo centrale comunque mi sembra essere che chi si esprime a favore di accordi quali quello proposto dalla Fiat ai dipendenti (rimando al documento della Fiom/Cgil) lo fa perché si trova in un modo o nell’altro in una posizione “privilegiata”, e non sarà investito (o almeno così crede) dallo smantellamento della contrattazione collettiva.

Ma continuiamo pure a produrre Panda a Pomigliano, se crediamo che serva. Quanto durerà? Che importa? L’Italia vive ormai solo per l’oggi, e spesso neanche per quello. Magari lo stabilimento di Pomigliano tra uno o due anni chiuderà comunque, ma ciò che a noi tutti rimarrà è un bel po’ di dignità e libertà in meno.

Per chiudere in ottimismo, la lettera degli operai della fabbrica Fiat di Tychy, Polonia.

Un clistere di ottimismo.