Ma citare le fonti?

13 aprile 2013

In questi ultimi tre-quattro giorni ho ricevuto sul blog parecchie visite da Facebook per il post Travaglio, Casaleggio, Chiarelettere, il Fatto: a proposito di trasparenza, quindi vorrei ringraziare chi, senza neanche conoscermi, lo ha scovato su un motore di ricerca e segnalato sul suo diario: non ci guadagno nulla, ma grazie lo stesso per averlo trovato interessante, sono piccole, belle soddisfazioni.

Screenshot del 13/04/2013

Screenshot del 13/04/2013

Segnalo, invece, chi si è appropriato del contenuto del medesimo post, facendolo passare per proprio, quindi scopiazzandone (male) pezzi senza citare la fonte: cari amministratori del profilo Facebook Il Grillino Medio, chi fa del suo biglietto da visita il plagio (perché una licenza Creative Commons BY-ND non vi dà la licenza di fare queste operazioni, vi consiglio di leggerla), con quale credibilità pensa di poter criticare chi accetta acriticamente i dettami dei guru Grillo e Casaleggio? E voi l’avete una testa, o vi basta fare cattiva propaganda agli altri e poi continuare voi stessi a razzolare male?

Le fonti, grazie, citate le fonti.

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Liebster AwardGiuro che l’ho cercato (ok, per un’oretta, di sabato, mentre facevo il caffè), ma non ho trovato molte notizie su questo Liebster Award, nessuna “pagina ufficiale”, solo tanti blog che ne parlavano dicendo che si tratta di un premio che i blogger stessi assegnano ad altri blogger con meno di 200 iscritti.

Innanzitutto, quindi, ringrazio la mia amica Precariamamma per avermi citata – ma quindi ho vinto il premio anch’io? Che bello, è dai tempi… Non so, dai tempi, che non vinco un premio. Tranquilla, i miei iscritti sono solo 10, più tre-quattro persone che ricevono direttamente gli aggiornamenti via e-mail. Il contatore WordPress, per qualche ragione a me oscura (GOMBLOTTO!!!11!!1), in home ne indica 40, ma è una cazzata.

Ora tocca a me scegliere 3-5 blog con meno di 200 iscritti da segnalare. Si può inserire chi ti ha citato per primo o non è corretto? Facciamo così, metto una parentesi (la “classifica” non è in ordine di preferenza, è solo una lista):

(1. Precariamamma: una libera professionista dell’editoria, precaria per definizione, che ha il gran coraggio di essere anche la mamma di due bambini.)

2. Operai dell’editoria, unitevi!: una traduttrice e revisora che riesce a sopravvivere e lottare in mezzo a colleghi che si mettono d’impegno a emarginarla solo perché è una voce (intelligente) fuori dal coro. Anche lei, nonostante tutto, ha il coraggio di essere una mamma.

3. Sono Storie: un bel blog dedicato soprattutto ai fumetti, ma anche alle “storie” in genere, compresa la politica, una storia mica da poco. In realtà non sono certa, però, che Marco abbia meno di 200 iscritti.

4. Post Modem Plan: Sara Mazzoni parla di fiction e di suggestioni televisive e cinematografiche senza inseguire la novità a tutti i costi. Un blog nuovo di zecca, che voglio incoraggiare.

5. Prestazione occasionale: “la precarietà è un’arte, l’arte di arrangiarsi”. Ecco, e l’esperta del settore si arrangia con grande ironia e uno sguardo acuto sul mondo.

6. Jaulleixe, Ecodiario: eh, beh, sì, se la prima nomination non vale, me ne resta una! Un bel blog su consumo responsabile, ecologia, riuso. Serve a tutti.

Il mio amico afghano

26 settembre 2011

Ho conosciuto Ali poco tempo fa a una cena, siamo amici nel senso meno comune del termine: parliamo poco, anche perché non abbiamo molto da dirci, ma ci aiutiamo volentieri a vicenda. Ha neanche 19 anni e uno sguardo da anziano. Non abbiamo niente in comune se non il fatto di sentirci stranieri – forse più lui di me – e piuttosto soli – forse più io di lui.

Ogni volta che ci incontriamo mi rendo conto di quanto ancora esistano e siano difficili da abbattere le differenze di ‘classe’, classe che si definisce non tanto ormai per disparità di reddito quanto di istruzione. Ho sempre parlato con gente di tutto il mondo senza sentirmi ‘aliena’, distante dal loro modo di essere, ma la verità è che erano tutte persone con una laurea, un master, un dottorato, andate a studiare all’estero per scelta, esattamente come me.

Quando mi trovo con lui e gli sento dire come se niente fosse, o quasi, che è stato in Grecia perché da Patrasso si è imbarcato sulla nave per Ancona aggrappato sotto un camion – sotto un camion! – e che in Italia l’hanno trovato più morto che vivo, mi rendo conto che in un mondo lontano dal mio c’è qualcuno che perde l’intera famiglia sotto le bombe, occidentali o talebane che siano, che scappa dal suo Paese ma ha la fortuna di essere accolto da una famiglia iraniana (da noi chi è che troverebbe un bambino per strada e se lo porterebbe a casa, crescendolo con i propri figli?), che riparte non ancora maggiorenne e dall’Iran arriva in Italia per miracolo, ogni giorno esce di casa alle sette del mattino e torna dal lavoro alle nove di sera e tutto sommato sta bene, o almeno non si lamenta – adesso sì, per la verità, ma probabilmente perché sa che scappo dall’Italia e quindi ammette che lo vorrebbe fare pure lui.

Che ne so io, con due genitori sessantottini laureati, di che cosa significhi doversi far combinare un matrimonio dai parenti lontani a 27 anni e andarsi a prendere la sposa, mai vista prima, in patria perché “qui le ragazze non ti parlano se sei immigrato e poi, dopo un po’, non ce la fai più ad aspettare”. Combattuti tra la brama di un matrimonio con un’italiana per la cittadinanza e la voglia di conoscere le ragazze, parlarci, andarci a bere un caffè, innamorarsi, anche. E poi magari cambiare, come fanno tutti. Tutti quelli che hanno potuto studiare perché qualcuno li manteneva. Che sanno parlare e non hanno viaggiato sotto un camion. Che non si dimostrano così apertamente e candidamente convinti che una donna non sappia guidare oppure che non ti invitano a una festa perché “c’erano troppi ubriachi, poi per te non va bene”, ma che invece ti fanno battute sullo stirare le loro camicie o che pensano che, anzi, meglio farle bere, le donne, e non certo perché credono nelle pari opportunità. O soltanto che sono italiani tra gli italiani, e hanno la sicurezza del sentirsi a casa.

Non sopporto che qualcuno mi dica che sono ciò che sono per una questione di ‘fortuna’ – è una cosa che, anzi, per varie ragioni mi fa imbestialire -, ma la mia inadeguatezza con Ali dimostra che in fondo è vero. È possibile “essere duri senza mai perdere la tenerezza”? “Restare umani”?

Diario pre-migratorio

7 settembre 2011

Le domande più ricorrenti che mi vengono rivolte in questi giorni: “Allora? Come stai?”, “Contenta di partire?”, “Non ti dispiace andartene?”, “Pronta per la nuova vita?”.

Non lo so, la risposta, anche un po’ infastidita, è: non lo so. Al momento semplicemente credo di non riuscire ancora a realizzare che a giorni – finalmente – me ne vado, lontano da qui.

Ho l’impressione di aver passato gli ultimi due anni e mezzo in letargo, o in apnea, come se al mio posto avessero messo un automa in grado (più o meno) solo di sopportare l’incomprensibile, aspettare che si riaccendesse una luce e nel frattempo bramare intensamente l’arrivo del fine settimana, di ogni singolo giorno in cui non sarei dovuta andare al lavoro, non avrei dovuto incontrare la realtà. A guardarli adesso, questi anni, mi sembra che per la maggior parte del tempo fosse buio. Andarsene è come avviarsi con lentezza verso il disgelo, uscire da una casa piena di giocattoli rotti.

Non sono contenta di partire, sono felice, a dispetto di tutti coloro che vorrebbero intravedere dietro le mie (non) risposte un po’ di rimpianti. Ma sono sopravvissuta grazie alla rabbia e la rabbia mi ha scavato dentro un pozzo che ora inizia a svuotarsi. Silenzi e attese mi hanno confinata in me stessa lasciandomi poche vie di fuga, poca possibilità di immaginare la speranza, o addirittura la libertà.

I miei attimi di bellezza, di vita, erano nell’incontro con autori che ho amato, nella traduzione, la forma di lettura più intensa che io conosca. Il resto non ero io.

Di che cosa ho paura allora? Dell’esilio volontario da una comunanza di sguardi con gli altri esseri umani. Di essere diversa, una volta per tutte, apertamente. E di aver condannato alla diversità anche il mio compagno. So che cosa significa vivere esperienze troppo dissimili rispetto a chi ti circonda: essere cresciuta in un Paese sentendomene estranea, aver fatto della diversità un vanto e un punto fermo per stare dalla parte di un familiare disabile, la sensazione di essere sempre fuori luogo, mai parte di un gruppo, anzi, di doverlo perfino contestare a prescindere. Quante persone simili a me ho incontrato? Quante volte mi sono sentita sulla stessa lunghezza d’onda di qualcun altro? Pochissime. Perché allora dovrebbe spaventarmi il solo fatto di dirlo ad alta voce? È ironico avere la consapevolezza della distanza ed essere condannati invece a desiderare la prossimità, l’accettazione.

“Intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché sennò, anche se un giorno la porta sarà aperta, lui non vorrà uscire.” Ecco, i fiori non sono mai stata in grado di metterli, alla mia cella. Il prezzo che pago è vivere con le valigie sempre fatte, gli scatoloni mai svuotati, letteralmente, ma la libertà di potersene andare è per me ancora come l’aria.

 

E così oggi ho dato il preavviso ufficiale di dimissioni al lavoro: da ottobre parto, mi trasferisco all’estero con il mio compagno di vita, mio marito – mi suona ancora strano chiamarlo così, siamo cresciuti insieme più di quanto l’età o gli anni passati potrebbero suggerire. Cresciuti, non invecchiati, lo vedo sul suo viso.

Non scrivo mai direttamente di me perché non sono brava a farlo, forse mi prendo troppo sul serio, forse non mi piace, e poi questo non è un diario o non sarebbe pubblico. Un mio professore usava dire che l’unica conoscenza vera tra esseri umani è quella indiretta, e l’arte è sicuramente il mezzo più potente per intravedere l’essenza di qualcuno – non certo perché io abbia qualcosa a che fare con l’arte, soltanto perché, come direbbe un Oscar Wilde un po’ echiano, guardo il mondo attraverso la forma della sua espressione: “Le persone oggi vedono la nebbia non perché sia nebbia, ma perché i poeti e i pittori hanno insegnato loro la grazia misteriosa di un simile effetto. Vi possono esser state nebbie per secoli a Londra. Oserei dire che ve ne sono state. Ma nessuno le vedeva e dunque non ne sappiamo nulla. Non esistevano finché l’Arte non le ha inventate” (Wilde, L’arte, la vita e altre menzogne). Altrimenti è solo The Club, aggiungo più prosaicamente – “sono simpatico, solare, misterioso, piuttosto coglione”.

Che cosa faremo lì in realtà non lo sappiamo ancora: non c’è un “posto sicuro” ad attenderci, non avendo più vent’anni non andiamo a fare i lavapiatti (speriamo, intendo…) “per imparare la lingua”, né a fare l’Erasmus in una città “vicina ad Amsterdam” e nemmeno stiamo fuggendo da un posto d’inferno dove probabilmente tra qualche mese il mio contratto si sarebbe trasformato in indeterminato (beh, fuggire io un po’ sì, certo). E mi rendo conto che in Italia sarei stata tra i pochi fortunati ad averlo, soprattutto considerando le condizioni di lavoro nel settore editoriale. Ma la verità è che questa non è la mia vita, che non voglio rinunciare a tutto – serenità, famiglia, soddisfazione anche economica e poi viaggi, viaggi, tanti viaggi, e magari avere un gatto in una casa dove avrò lo spazio per tenere in ordine i miei libri (o almeno lo spazio, senza l’ordine) – per poter dire di lavorare in una casa editrice. Certo, vorrei rimanere in ambito editoriale, magari facendo a tempo pieno la traduttrice, se me ne daranno la possibilità – sarebbe bello – o l’agente di bravissimi illustratori misconosciuti di libri per l’infanzia. Chissà.

Mi viene un po’ da ridere se penso che l’acuta Figlia del Capo incontrandomi oggi nel corridoio mi ha fatto un raggiante (e sincero, giuro) sorriso a 84 denti dicendomi: “Ah, ho saputo, brava, brava, sono contenta per te! Bisogna pur cambiare aria ogni tanto! In bocca al lupo!” Contenta? Cambiare aria? Sei la proprietaria dell’azienda, non la mia amichetta del cuore (manco un po’): sei felice che me ne vada per qualche motivo o pensi solo sul serio che da un’altra parte mi troverò meglio? – e quindi sei scema, visto che qui comandi tu?

Fuori non mi aspetto (più) il paradiso, soprattutto dopo che ieri a mio marito è stato rifiutato un lavoro come ufficio stampa esterno in ambito europeo perché una dirigente ultraraccomandata ha posto il veto per “riservare il posto” a chi voleva lei. Non si può mica competere con chi nel curriculum ha così tanta esperienza orale.

Vedremo. Se anche avanzassi verso la fine del mondo al momento mi sentirei tranquilla, e sollevata. Improvvisamente è tutto diventato piccolo e molto lontano. Anch’io ho bisogno di viaggiare per non diventare cieca.

Que les oiseaux et les sources sont loin! Ce ne peut être que la fin du monde, en avançant (Rimbaud, Enfance).

Confesso di peccare molto spesso di esterofilia, o per meglio dire di “erbadelvicinosemprepiuverdismo”. Quindi, certa che i concorsi pubblici italiani siano tutti decisamente truccati (sebbene ammetta la possibilità di una variabile impazzita – cosa rara, molto molto rara), provo un concorso pubblico europeo, perché loro sì che sono seri, mica come noi italiani! Addirittura non si può nemmeno contattare la commissione esaminatrice, per non influenzarne in alcun modo il giudizio. Cacchio, nemmeno fossero i giurati di un processo a un boss!

Faccio domanda per uno dei posti da correttori di bozze in italiano (sembra che in tutto ne abbiano ricevute 900), posto per il quale avrei più delle qualifiche, dell’esperienza lavorativa e delle pubblicazioni necessarie. In totale dovrebbero convocare per gli esami circa 45 persone, che non sono poche considerando che in genere la metà di coloro che fanno domanda per i concorsi non ha i requisiti minimi per l’ammissione. Coerentemente alla legge di Murphy, dopo ben 6 mesi di preselezioni (!!), non vengo convocata (e aggiungo: nessuna comunicazione, nessuna spiegazione). Direte: ecco che qui inizia la solita solfa maligna dell’escluso. Può darsi, giudicate voi. Quello che so è che ho il titolo di studio italiano (N.B. il concorso è per correttori di bozze italiani) che dovrebbe avere maggior valore per chi voglia lavorare in ambito editoriale, e che alla fine non è poi così scontato avere l’esperienza e le pubblicazioni che ho io. I casi, quindi, sono tre:

1. i miei ex colleghi di master, più altri frequentanti del master di anni precedenti e successivi, si sono iscritti in massa al concorso;

2. tanti piccoli Calasso hanno deciso di uscire dai loro ruoli dirigenziali per entrare nell’istituzione europea in questione;

3. i concorsi europei, esattamente come quelli italiani, servono a “regolarizzare” chi già lavora per l’istituzione da esterno e/o a favorire l’accesso, per così dire, a chi ha buone conoscenze “politiche”. In barba a tutta la burocrazia che è possibile escogitare.

Niente di nuovo, insomma, non per chi sa già di non trovarsi dal lato giusto del muro. Certo, da oggi avrò di che rispondere a conoscenti europei che, con stupore ipocrita, mi chiederanno spiegazioni su come sia possibile votare Berlusconi: in Italia è solo più palese e plateale ciò che funziona ovunque con lo stesso meccanismo.

Stasera non è di grande aiuto pensare che tutto questo accade perché non devo favori a nessuno, perché ho mantenuto l’indipendenza di giudizio e la libertà di parola, perché non devo rispondere ad altri che non a me stessa, perché quel poco che riuscirò a fare nella vita non sarà grazie alla mia appartenenza a questo o a quel “gruppo”, al mio appiattimento su schemi di pensiero e di comportamento richiesti in un dato contesto sociale. Non è d’aiuto nemmeno provare pietà per chi invece a queste logiche è costretto, a volte suo malgrado.

Δεν ελπίζω τίποτα. Δε φοβούμαι τίποτα. Είμαι λεύτερος. (Non spero nulla. Non temo nulla. Sono libero.) Frase liberatoria quanto amara, molto amara.

Agosto

7 agosto 2010

Questo blog è in ferie, nonostante la differenza rispetto a prima non sia proprio evidente.

Divagazioni domenicali

20 giugno 2010

Uno spettro mattutino si aggira per il blog, un utente che, da un pingback su Il Post, è arrivato qui e ha assegnato punteggi a iosa ai miei articoli – tutti bassi, eh, 1-2 stelle di media, pure al resoconto della conferenza di Eco non si è sbilanciato per più di un 3. A onor del vero alla frase di Saramago ha dato 5: è appena morto, poi non sta bene, si sa, anche se l’ho citato io pazienza.

Spero per lui/lei che almeno lo abbia fatto per principio, perché se si è messo a leggere tutto, ma proprio tutto, per dire che era brutto, beh, invidio davvero tantissimo la sua quantità di tempo libero!

Ah, se nel fine settimana almeno smettesse di piovere…

Bonsoir!

8 aprile 2010

Non mi consiglio, ma se proprio non avete di meglio da fare, ben arrivati.

Al momento posso solo dire: “Non mi fido molto delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media”. [Charles Bukowski]

À bientôt!