Ora pare che io ce l’abbia con Il Post. Un po’ sì, in realtà, tanto che lo leggo sempre meno: la supponenza di chi vi scrive mi riesce poco sopportabile. Non che sia un vizio solo loro, per carità, anzi, è il più diffuso e il più banale tra i vizi dei giornalisti italiani: sposare un’ideologia e applicarla ai fatti, senza troppo preoccuparsi che la propria tesi aderisca o meno alla realtà. L’informazione è solo un danno collaterale, tanto si suppone che il lettore non sia in grado di farsi una propria opinione, ma possa solo accettare con entusiasmo l’idea più in voga del momento. (Un po’ ciò che fece per esempio anche Alberto Orioli sulla riforma Gelmini dell’università.)

Stavolta si parla di imposizione di un tetto di sconto sui libri (d.d.l. 2281, Nuova disciplina del prezzo dei libri): l’intervento viene definito nel primo articolo in questione “proibizionista”, “smaccatamente statalista e regolamentatorio” e accusato di avvantaggiare “tutti meno che i consumatori”. Riassumendo insomma pare che si tratti di “una barriera corporativa di editori e librai tradizionali nei confronti dell’apertura del mercato alla concorrenza moderna delle librerie online, con i benefici per i consumatori che sempre arrivano dai regimi liberi e di maggiore concorrenza”. Così i paladini della concorrenza.

Come se non bastasse, a (si suppone, dato che l’articolo non è firmato) Luca Sofri si aggiunge Francesco Costa, rincarando la dose: “provvedimento statalista, dirigista, fascista/comunista”.

Eppure informarsi sulla questione era tutto sommato semplice: bastava, per esempio, fare un giro sul blog dei Mulini a Vento (un folto gruppo di piccoli e medi editori e librai italiani), che rimanda anche alla legge francese, la più avanzata (o dirigista/fascista/comunista/mortadellista/fancazzista, come etichettar si voglia) sulla questione del prezzo del libro (e relativi sconti). Una legge del 1981. Infatti da loro una simil-Mondadori (nel senso di un mega-editore che ha fagocitato il resto) non esiste.

Un’informazione: quando parlate di “cartello corporativo” e simili sparate propagandistiche pseudo-liberiste, date un’occhiata alle case editrici che aderiscono ai Mulini a Vento. Avete presente che cosa sono Stampa Alternativa, Edizioni dell’Asino, Terre di Mezzo? Così, solo per citarne tre. Informatevi. E poi attivate il tarlo del dubbio, se da qualche parte l’avete lasciato vivere.

L’approvazione di questa legge innanzitutto non è una vittoria per nessuno, o almeno è una vittoria/sconfitta (secondo il punto di vista) misera, al contrario peraltro di quanto dicono i Mulini a Vento – visto che lo sconto risulta minore ma le campagne promozionali possono essere fatte sempre (mese di dicembre a parte), cambiando semplicemente nome alla promozione. Ma questo ovviamente chi scriveva i due articoli di cui sopra lo sapeva. Giusto?

Se poi il campanello d’allarme nonostante tutto non è ancora suonato, un’altra domanda: sappiamo tutti che a capo del governo c’è Berlusconi. Berlusconi, dai, il tizio basso che ha pure il Gruppo Mondadori! Ed esiste qualcuno sano di mente in Italia che è disposto a credere che il soggetto in questione non solo permetterebbe, ma addirittura farebbe approvare in Senato, una legge che sancisce la creazione di un cartello che non solo non comprende, ma sfavorisce il suo colosso editoriale? Sfavorisce, certo, perché per chiunque abbia messo piede in libreria almeno una volta in stagioni diverse dell’anno è facile ricordare chi può permettersi gli sconti più alti e quante volte nell’arco di 365 giorni.

Ok, niente campanello, proviamo diversamente.

Dagli articoli pare che editori piccoli, medi e grandi siano esattamente la stessa cosa. Certo, più o meno quanto un gatto può somigliare a un dinosauro, a un essere monocellulare, una quercia, una palla da basket, un preservativo, nell’ordine che preferite. Ma fanno tutti libri, no? Chiariamo: un libro è (anche) un prodotto, non sono tra quelli che pensano che sia una specie di Santo Graal. Perché altrimenti invece della redattrice farei la sacerdotessa (fico, ma tipo Le nebbie di Avalon? pagano di più?). MA lavorando sia per una casa editrice grande (grandissima) che per una piccola (minuscola), posso assicurare che si tratta di prodotti completamente diversi, per progettazione, produzione, distribuzione, tutto. Non un po’, non in parte, completamente. Produrre libri in una grande casa editrice è come stare in catena di montaggio, si sfornano volumi come fossero crostatine del Mulino Bianco: per far capire i numeri, da ottobre ad ora mi sono passati per le mani 33 libri, trentatré!, e in redazione non sono certo da sola. Non è una metafora o un’esagerazione, è la realtà. Non imporre una normativa sullo sconto sui libri significa lasciare l’editoria in mano a chi fa libri come fossero merendine. Significa ragionare per principi essendo miopi nella sostanza. (Non per niente chi ha votato contro sono stati i Radicali – i quali avranno pure parte della mia stima, ma spesso, in nome del liberalismo per il liberalismo e del liberismo per il liberismo, riescono a fare scelte quantomeno discutibili.)

Ma forse lasciare che si formi una concentrazione monopolistica/oligopolistica (Mondadori e, molto distanti, Rcs, Gruppo Mauri-Spagnol, Feltrinelli) è il nuovo mantra liberale. Ma sì, in fondo ci bastano un solo Saviano a scrivere di camorra, un solo Travaglio a parlare di giustizia e via dicendo. Il trionfo del pensiero unico, così siamo tutti più controllabili. A me sembra la stessa presa di posizione perbenista e radical chic che ci ha portato a non voler fare una legge sul conflitto di interessi perché sennò sembrava un provvedimento contra personam e dunque degno di uno stato fascista. Sembra che non abbiamo minimamente imparato da allora fino a che punto l’ideologia possa rendere miopi.

(En passant, con il termine “liberali” non si indicava una volta quei signori che volevano le stesse condizioni di accesso al mercato per tutti gli attori economici? Perché, se così è, si è tralasciato di dire che queste condizioni adesso non ci sono.)

Passando alle ricadute reali, e sempre per informazione, questa legge, se avesse un peso effettivo, è bene sottolinearlo, lo avrebbe solo in ultima istanza sulla vendita al dettaglio nelle librerie indipendenti, come sembra aver inteso Costa, dato che la prima conseguenza sarebbe invece a monte sulla produzione editoriale: non essendoci la possibilità di effettuare sconti troppo alti, infatti, l’intera economia di scala del settore cambierebbe volto, causando effetti a catena. Tra questi, per esempio, un rallentamento nella produzione compulsiva di titoli da parte delle grandi case editrici, le quali avrebbero meno spazi dove piazzarli (vedi librerie attualmente “affogate” di volumi dei maggiori gruppi editoriali) e ridotte possibilità di smerciarli. Magari con una ricaduta positiva anche sulla qualità di questi volumi – se non risulta politicamente scorretto parlare di questo. Ciò che potrebbe sembrare in prima battuta una contrazione  del mercato diventerebbe una sua redistribuzione più equa, con buona pace della concorrenza. Non quella strombazzata, intendo, quella vera.

E una scelta molto più ampia, anche nella libertà di parola, a vantaggio di chi va, se non del lettore? O l’unica cosa che conta nell’acquisto è il prezzo? Certo che il libro è anche una merce, ma non si può far finta che sia solo questo. Se c’è qualcosa che davvero io trovo un po’ fascista è la magnificazione della selezione naturale in sé: se non sopravvivi cazzi tuoi. Beh, penso che se non sopravvive la pluralità di voci i cazzi siano di tutti, nessuno escluso, altro che evocazioni di associazioni di consumatori, tirate in ballo a sproposito un po’ per tutto perché va di moda.

Non si confondano dunque mercato e giustizia, selezione naturale e libertà di parola, altrimenti tutto appare immensamente facile. Semplice e chiaro, quasi fosse uno slogan, e non c’è nemmeno bisogno di comprendere i fatti.

Un suggerimento: se proprio si vuole parlare di qualcosa sulla quale gli editori lucrano, si vada a dare un’occhiata ai contratti per diritto di pubblicazione di opere in digitale. Come mai, per esempio, una novità in e-book costa al lettore quasi quanto un libro cartaceo?

Tornando agli articoli in questione, dunque, i casi mi sembrano due: 1. si discute di un vizio di fondo del giornalismo italiano (leggi “supponenza”), di cui si è detto in apertura; oppure 2. c’è un po’ di malafede nello scrivere e pubblicare articoli in cui in realtà non si crede affatto, ma che hanno il “merito” (tra virgolette per i mezzi che si usano allo scopo) di far aumentare traffico e commenti. Un motivo commerciale, insomma. Niente di male, figuriamoci, basta non giocare poi a far finta che si tratti di politica: ché magari qualcuno ci crede e poi il danno non è indifferente.

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Mi sono ritrovata a leggere, come giornalmente mi succede, un articolo de Il Post. Questa sorta di coacervo di blog d’autore mi piace molto, per due motivi: mi interessano molto più le opinioni che le notizie (ed è sempre per questo che compro abitualmente La Repubblica e non Il Sole 24 ORE) e, grazie ai rimandi esterni che formano l’identità del sito, ho letto, dietro “consiglio” ma direttamente, articoli ai quali non sarei arrivata da sola (come per esempio l’interessante riflessione di Derek Thomson sulla crisi greca).

Stamattina leggo, in primo piano, un articolo dal titolo: Poi la gente muore. Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi: la storia di Clara Palomba e di un paese che ignora la scienza, sulla condanna per omicidio colposo dei genitori della ragazza alla quale era stata sospesa l’insulina, dietro gravissima prescrizione della naturopata Marjorie Randolph (in arte “Maya”, che a giudicare dal nome qualche piccolo dubbio magari poteva sorgere almeno a chi era preposto al controllo).

Premetto, ma non ce ne sarebbe bisogno, che santoni del genere dovrebbero starsene in galera, e che capisco bene che dei genitori non riescano ad accettare una malattia che segna per sempre la vita di una figlia. Credere alle promesse è più facile che convivere con qualcuno che deve farsi una puntura al giorno per sopravvivere.

Detto tutto questo, e volendo escludere sia ignoranza in materia che malafede di chi ha scritto l’articolo, vorrei contestare una sola cosa: le parole sono importanti!

Inizio dal sottotitolo, Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi, che, faccio notare, segue un titolo forte come Poi la gente muore: per esempio, i “naturopati” con gli “autori di oroscopi” che c’azzeccano? Non per voler portare per forza le cose sul piano personale, ma mia zia è naturopata e non si sognerebbe mai di togliere l’insulina, il betaferone o i biologici (che nonostante il nome non lo sono affatto) a qualcuno, scherziamo? Vogliamo metterla al rogo perché ha la stessa qualifica di una “Maya”? E siamo proprio sicuri che Maya ce l’avesse? Chi scrive non si pone di questi problemi.

Primo paragrafo:

Clara Palomba è morta il 13 maggio 2008, a sedici anni, di diabete. Qualche mese prima i suoi genitori avevano deciso di sospendere la terapia di insulina che le permetteva di condurre una vita normale. Si erano rivolti a una guaritrice, omeopata, naturopata. Marjorie Randolph, in arte Maya. Diceva di essere esperta di antroposofia, una disciplina a metà tra la filosofia e la medicina alternativa.

Tra le altre cose, “naturopata” in corsivo: perché? Boh. Ironico? Veramente sarebbe una qualifica. In fondo, se non si volevano creare fraintendimenti bastava scrivere: “erano rivolti a una guaritrice che si definiva omeopata e naturopata “.

Mi si vuole almeno concedere che in questo contesto accostare i termini “guaritrice”, “omeopata” e “naturopata” non abbia esattamente una connotazione neutra, soprattutto considerato il tono dell’articolo? E sarebbe come dire che è “donna”, che è “morta”, e che lo avrebbero riportato anche se fosse stata “odontoiatra”, come dice Luca Sofri nei commenti? Eh, no! Forse lo avrebbero riportato ugualmente, ma affermare che il significato sarebbe stato lo stesso no, altrimenti ne devo dedurre che abbiamo qualche problema di comprensione a livello linguistico oppure che non condividiamo la stessa porzione di enciclopedia. E non mi pare.

A me non interessa affatto ciò che ognuno trova migliore per sé e non mi metto a giudicare le convinzioni alla base della vita di ciascuno: mi sento ripetere molto spesso che parlo così perché “credo” nell’omeopatia (sempre questa cazzo di “credenza”, manco fosse una fede, e dire che sono pure agnostica!), ma vivo ugualmente e, anzi, onestamente non me ne può fregare di meno. A differenza degli pseudocrociati del positivismo-a-tutti-i-costi non ho mai tentato di convertire nessuno, e ci mancherebbe, ho pure altro da fare.

Dico però che ci vuole responsabilità nell’usare le parole, soprattutto da parte di chi le usa per mestiere. Forse persino più responsabilità se si scrive sul web che su carta, dato che i lettori in internet sono distratti, difficilmente leggono un pezzo dall’inizio alla fine e nell’interpretazione tendono a semplificare i concetti all’osso, se non a distorcerli (basta leggere il tenore dei commenti all’articolo in questione). Nemmeno più uso del testo, dunque, ma spesso suo abuso e riciclo indiscriminato. E avere responsabilità significa anche fare di tutto perché questo non avvenga, non fomentare una continua, generica e sorda caccia alle streghe.

Se me la prendo è perché credo davvero che Il Post possa fare molto meglio di così, e l’abbia fatto.

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P.S. Alcune aggiunte alla luce dei numerosissimi commenti che hanno seguito l’articolo in questione (e anche al commento piuttosto indicativo del signore qua sotto):

1. Ci sono livelli di intolleranza, arroganza e fascismo incredibili nella pretesa di giudicare, in più con questa violenza, le scelte di chi la pensa diversamente da sé bollandole come stupide, ignoranti e superstiziose. E in prima linea un certo Dario Bressanini – che prima non avevo mai sentito nominare, ma evidentemente è giornalista, e pure per L’Espresso, pensa te – che si compiace di tenere simili posizioni. Alla faccia della professionalità e dell’etica del mestiere, i miei complimenti.

2. Dire che poi questa è tutta gente che a parole si professa razionalista, progressista e libertaria. Altri complimenti. Libertari per i cazzi propri, evidentemente.

3. Ora sì, la presa di posizione de Il Post in questo articolo è diventata proprio indifendibile. Con tutto il casino che hanno sollevato (e posso anche giustificare che in parte fosse voluto), nemmeno un errata corrige, come se in fondo questa crociata fosse legittima. E tutto per cosa? Per non voler ammettere di aver sbagliato?

4. Immagino che buona parte dei lettori di questo giornale sia composta di elettori del PD: è con questa gente, di simile intolleranza, che dovremmo fare un partito non dico nuovo, ma minimamente decente? Che qualcuno ci aiuti…