La riflessione di questo post può essere sintetizzata in quattro domande: la responsabilità del fatto che la governance faccia così schifo (mi limito all’Europa perché quella conosco) è da attribuire alla selezione della classe dirigente? E se sì, esiste una selezione migliore? E se ancora sì, perché non la si mette in atto: è una precisa volontà politica o richiederebbe una competenza maggiore da parte di chi delega ai “selezionatori” la facoltà di selezionare? E, alla fine dei conti, che cosa sono le “risorse umane” se non la gestione standardizzata di un esercito standardizzato di selezionati in virtù della loro standardizzazione?

Il tutto nasce da un dialogo con mio marito sulle modalità di selezione nei concorsi europei e sulla classifica annuale delle università stilata dal Times Higher Education. Chi vince un concorso europeo magari non diventerà membro del Parlamento, ma può pur sempre arrivare a dirigere un’intera unità o una direzione generale della Commissione, rispondendo direttamente al commissario di riferimento; quindi in sostanza ha una funzione di indirizzo politico, sebbene non generale ma particolare. La preselezione a cui questa persona deve sottoporsi è standardizzata (varia solo nel caso degli avvocati, credo): tre esercizi di ragionamento verbale, numerico e astratto, più eventualmente un “situational judgement test” e/o altri esercizi di velocità di ragionamento. Quindi che uno vada a fare il redattore o l’economista deve sottoporsi allo stesso test preselettivo. Cosa che, paradossalmente, favorisce sempre e comunque l’economista anche se si tratta di passare un test per redattori… Nessuna domanda di cultura generale o, almeno, di conoscenza delle istituzioni europee e del loro funzionamento: mi dicono che una volta c’erano ed era peggio, ma ne dubito e non vedo come uno che ha un impiego così importante non sia tenuto a sapere nemmeno che cosa sia l’Europa. Complimenti al team di espertoni del European Personnel Selection Office, dunque.

Inoltre, nonostante possa sembrare una posizione snob, non capisco perché non venga valutato anche il tipo di istituto di formazione che ha fornito l’educazione universitaria! Perché conta un test numerico e non, per esempio, l’istituto di conseguimento del titolo per vincere un concorso per redattori? Per due ordini di motivi, credo: fare dei test standardizzati è una procedura semplice, poco dispendiosa e che ha perfino una patina di “scientificità”, mentre per fare selezioni “serie” sarebbe necessario almeno uno specialista della materia per ogni figura ricercata (sennò, per esempio, come faccio a sapere quali sono i titoli di studio che, al di là del “titolo”, appunto, sono più validi rispetto ad altri in un dato campo?). Inoltre, alzare il livello, facendo entrare nel sistema qualche individuo non omologato, forse provocherebbe reazioni a catena poco controllabili: verrebbe fuori, per esempio, che 34.000 dipendenti, con stipendi peraltro altissimi (ma di cui loro si lamentano…), più schiere di esterni e interinali che lavorano solo per la Commissione, sono un vero abominio, considerati anche i risultati che raggiungono. E a quel punto, forse, nascerebbe una spinta esterna (l’opinione pubblica di Habermas, se questa ancora esiste) verso la razionalizzazione, che converrebbe magari ai singoli cittadini, ma non certo a chi ha interesse che le cose si mantengano come sono.

E così questa è la selezione della “classe dirigente” europea: se già ora non siamo in buone mani, considerando i parametri di accesso non credo che la situazione possa migliorare, anzi.

Per quanto riguarda le università, le classifiche e i parametri di valutazione, non sarò certo io a dire che quelli del Times Higher Education “non capiscono proprio nulla”, come riassume il Prof. Aparo la posizione di chi è contrario (posizione da cui comunque non sarei toccata, non essendo nell’accademia), però mi pare inutile scivolare nell’esterofilia e nella piaggeria solo perché si scrive del supplemento più importante al mondo di higher education. In Italia ci sono dei centri di eccellenza – pochi, purtroppo: per esempio, chi sarà a portare su quell’Università di Bologna, prima tra le italiane, se non Scienze internazionali e diplomatiche e la Scuola per interpreti e traduttori, entrambe a Forlì? Eppure entrambe rischiano di chiudere per mancanza di fondi, rimanendo anonime anche perché in queste classifiche si considerano sempre gli atenei, mai le facoltà, con tutto ciò che ne consegue.

I criteri di chi redige queste classifiche sono puramente quantitativi e pressoché insindacabili, come apparirebbe evidente a qualunque laureato in materie umanistiche che si interessi un minimo alla questione. In sostanza, il fattore che rende vincenti è sempre la standardizzazione, una sorta di “misurabilità matematica”. Ciò che maggiormente balza all’occhio, tra questi criteri, è la mancanza di valutazione della qualità dell’apprendimento nel tempo, che non consiste nel dare un voto al corso di un professore (che magari piace per motivi che con la materia c’entrano poco o nulla), ma nel considerare, per esempio, l’assorbimento di alcuni concetti fondamentali per la disciplina, possibilmente in senso diacronico. Si potrebbe semplificare in modo estremo parlando di apprendimento di un programma/percorso formativo: il crollo verticale del prestigio di una Facoltà come Scienze della comunicazione, per esempio, è facilmente rilevabile considerando solo il fatto che dieci anni fa non era possibile trovare un laureato che non avesse una conoscenza seppur minima della semiotica, della storia del cinema o di McLuhan; oggi mi pare la regola. Non per colpa degli studenti, intendiamoci, è solo per dire che un criterio del genere dovrebbe trovare ampio spazio nella valutazione di un corso di laurea, altro che quantità di ricerca prodotta! Altrimenti La Sapienza rischia di passare al primo posto… Ma che ricerca produce, e questa ricerca fa avanzare la conoscenza della materia o è solo mangime per i polli in batteria dell’ingranaggio accademico? Inoltre questi benedetti criteri andrebbero sottoposti a verifica e migliorati qualitativamente ogni anno, almeno per cercare di rendere quanto più vicina alla realtà possibile la fotografia che si mostra: in fondo si tratta di un’indagine di stampo sociale, mica di astrazione matematica!

Non so se è questa incapacità generalizzata di utilizzare criteri qualitativi nella valutazione che produce questa scoraggiante standardizzazione – lo si può chiamare anche istupidimento? -, con tutti gli enormi danni socioeconomici che ne conseguono, o se a un certo punto, complice l’aumento della popolazione e l’incapacità (quella, da qualche parte, c’è sempre) a governare il cambiamento, sia subentrata una spinta ben precisa al livellamento verso il basso, al “reclutamento”, è il caso di dirlo, di persone che avessero un’impronta di un certo tipo, “economico”, per la precisione, forse anche con meno propensione al ragionamento astratto, perché si facessero meno domande.

So, però, che si tratta di una tendenza inquietante, destinata a ridurre in polvere ogni forma di dissenso e “diversità”. La matematica è nata come disciplina filosofica e ora si candida a schiacciasassi del mondo?

Annunci

Ovvero perché, da non-più-studentessa e non-ricercatrice, sono contraria alla Riforma Gelmini.

Due cose mi hanno spinto a scrivere questa nota: la lettura dell’articolo sul merito nell’università di Alberto Orioli e l’essermi resa conto che sulla questione vi sia moltissima confusione diffusa, a cominciare dalla definizione, appunto, dei concetti di “merito”, “valutazione della qualità”, “trasparenza nel reclutamento” e, last but not least, “lotta al baronato”.

Parto da Orioli: trovo piuttosto grave che il vicedirettore de Il Sole 24 Ore non solo parli così ingenuamente di un ambito che non conosce e sul quale evidentemente non si è informato, ma soprattutto che si occupi della questione da un punto di vista ideologico invece che fattivamente economico. Con questo intendo dire che è molto facile decidere in maniera astratta se una riforma sia giusta o sbagliata, molto più difficile è comprendere l’impatto reale che questa può avere in un dato contesto. Si dovrebbe parlare, in sostanza, meno di politica e più di politiche. E se non lo fa Il Sole 24 Ore, da chi aspettarselo?

In tanti invocano il cambiamento per il cambiamento, non rendendosi conto che non necessariamente questo si configurerà come una svolta positiva. Se c’è una cosa che l’Italia dovrebbe averci insegnato, invece, è proprio che non c’è limite al peggio.

Innanzitutto chiarisco una cosa: non so chi abbia detto a Orioli che chi fa un dottorato rientri tra i precari della ricerca, ma di certo non è così. I dottorandi hanno giustamente aderito alla protesta perché si tratta di un ambito che li riguarda e del loro futuro – e non vedo come questo si possa negare –, non perché vogliano opzionare un posto nell’Accademia. Personalmente conosco parecchia gente con un dottorato che fa tutt’altro.

Per non parlare del fatto che un post-doc non è, come dice Orioli, un corso, ma in sostanza un assegno di ricerca, che spesso si è costretti a cercare all’estero, visto che già ora i fondi in Italia scarseggiano, e in genere se uno se ne va difficilmente poi torna. Quindi c’è poco da preoccuparsi del fatto che chi ha un post-doc voglia per forza entrare nell’università italiana. I 4 miliardi di euro che l’Italia ha perso in vent’anni per domande e brevetti depositati all’estero da ricercatori italiani dovrebbero pur dire qualcosa al vicedirettore de Il Sole 24 Ore.

Ad ogni modo, e appurato che Orioli sa ben poco del settore di cui parla (che già non è un ottimo inizio per scriverne), non vedo proprio perché chi consegue un dottorato – magari essendoci entrato dopo numerosi concorsi, magari avendolo frequentato anche senza borsa –, perché chi produce conoscenza (e spero che il fatto che la conoscenza a sua volta produca ricchezza sia assodato, almeno questo! Sia che si studi l’ingegneria, che il latino) non debba avere la legittima ambizione di lavorare nell’Università. E che cosa dovrebbe voler fare allora, pelare patate? E visto che si parla di “eccellenza” – come se chi rimane fuori dall’Università si trovasse in questa condizione solo perché non è all’altezza –, dovrebbe pur essere arrivata a Orioli la voce che un italiano all’estero che abbia questa ambizione riesca mediamente a realizzarla.

Nessuno nega (io no di certo) che a creare questa situazione siano stati anni e anni di governi miopi, che mai hanno capito che l’unico modo per produrre nuova occupazione è investire sulla ricerca. Quindi certo che una riforma dell’Università occorre, eccome, e al più presto! Ma fare una riforma di questo tipo non solo senza investire un centesimo, ma tagliando tutto, equivale soltanto a precarizzare ulteriormente le professioni della libera conoscenza e chiudere definitivamente in faccia la porta al ricambio di idee e generazioni – precludendo in sostanza all’Italia qualsiasi barlume di ripresa. Non è vero che una riforma mediocre sia meglio di niente, una riforma mediocre che metta sul tavolo dei proclami (qualità, merito, mobilità, valutazione) e poi li disattenda completamente nei fatti è dannosa innanzitutto perché fa mistificazione, disinformazione, demagogia. E il giornalismo italiano le va immancabilmente dietro.

Ciò che vuole fare la Gelmini non è diverso da quanto fatto da Brunetta con la sua riforma della pubblica amministrazione: non solo i problemi reali di un Paese non si risolvono così, ma si contribuisce anche a creare una totale fraintendimento, un’impossibilità di fondo di comprendere appieno alcune questioni per un’errata interpretazione dei fatti.

Si dice che le ideologie siano finite, a me sembra che si ragioni solo per ideologie. Quando inizieranno invece ad avere importanza le idee?

Il primo, insormontabile, problema di questa riforma è che non ha copertura finanziaria. Che non è un dettaglio, una cosa alla quale si può rimediare in seguito. La legge Biagi dovrebbe pur averci insegnato che a fare una riforma, magari anche con le migliori intenzioni, senza stanziare i fondi necessari, ci si fa solo del male: a che cosa ha portato l’istituzione di contratti atipici senza i dovuti e necessari controlli e ammortizzatori sociali? Davvero c’è qualcuno che da quei contratti è legato che si sente di difenderla? Se proprio si vuole approvare una riforma dell’Università come quella proposta dal ministro Gelmini, bisogna essere disposti a investirci tanto, tantissimo. A quel punto, forse, si potrebbe parlare di collaborare per migliorarla.

La mancata copertura finanziaria, infatti, implica alcune conseguenze inevitabili:

Per gli studenti:

Taglio delle borse di studio, taglio dei servizi (laboratori, case dello studente, ecc.), con conseguente impossibilità per molti di continuare a frequentare. Altro che attrarre studenti e docenti internazionali, alla faccia della costruzione dell’eccellenza! È solo il tentativo finale di smantellare l’offerta di sapere, altro che concorrenza tra atenei, altro che meritocrazia.

Per i ricercatori, precari e non:

1. Gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, nonostante le promesse, rimangono tali, perché i soldi per i concorsi non ci sono; i cosiddetti “precari della ricerca” non avranno più alcuno spazio, perché saranno i primi a essere tagliati. In sostanza viene negata per legge la possibilità di ricambio all’interno dell’Università: chi è dentro è dentro (e spesso i ricercatori a tempo indeterminato sono dentro da un pezzo), chi è fuori rimane fuori.

2. Attualmente si può diventare associati anche dopo un anno di ricerca: e, visto che si parla di principi, non è più meritocratico questo che doversi fare per legge sei anni da precari per poi essere mandati via, visto che i fondi per l’assunzione comunque non sono previsti?

3. Pare che gli stipendi dei ricercatori verrebbero portati a 2.100 euro: bene, lodevole, ma come?

Il tanto decantato limite temporale a due mandati per la carica di rettore che cosa pensate che cambi? Gli ex rettori rimarranno lì in ogni caso, a esercitare il loro potere da ordinari come è sempre stato. La soluzione vera sarebbe rendere questa gente professionalmente valutabile, anche licenziabile all’occorrenza, cosa che porterebbe loro a dover pagare di persona per cattiva gestione e noi a poter usufruire di un servizio nettamente migliore e burocraticamente più snello. Inoltre nessuno si è accorto che la CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, si è espressa favorevolmente? E qualcuno ha visto rettori sul tetto che si siano dichiarati contrari a questa riforma? Ciò significa che, proclami e ideologie a parte, i meccanismi del sistema non sono stati minimante scalfiti dalla Riforma Gelmini.

Si dice che l’efficacia della didattica e la qualità della ricerca saranno valutate da un’ Agenzia nazionale di valutazione. Ma da chi pensate che sarà formata quest’Agenzia, se non dagli stessi che già decidono tutto all’interno dell’Università? Per questo quando si usano parole come “efficacia”, “qualità”, “valutazione”, “merito” è necessario dire la verità, ed è vitale sforzarsi di leggere dietro gli slogan.

Una vera riforma dell’Università si avrebbe innanzitutto con la sua responsabilizzazione: perché non si lascia che ogni preside assuma direttamente il personale che gli serve, invece di doversi attenere (a volte anche suo malgrado) a concorsi il cui esito è spesso già noto? Perché non trattare professori e ricercatori alla stregua di dipendenti? In questo modo ciascuno con il suo ruolo dovrebbe rispondere personalmente del proprio operato, e quale migliore garanzia di questa?

La Riforma Gelmini va, invece, in direzione opposta anche sotto questo aspetto: si vuole creare una sorta di supergraduatoria nazionale dalla quale ogni Facoltà potrà attingere. Ma indovinate chi deciderà la formazione della graduatoria? Gli stessi di oggi. Anche in questo caso, quindi, che cosa cambia? Cambia che chi già rispondeva poco del suo operato, d’ora in poi potrà allontanare da sé qualsiasi responsabilità, imputando tutto a un non meglio precisato livello decisionale nazionale.

Vorrei segnalare in chiusura che giusto un paio di giorni fa è uscito sul giornale un articolo in cui si dice che entro un anno a Forlì probabilmente chiuderanno la Facoltà di Scienze politiche e anche quella di Economia. Avete una minima idea di quanto il Polo di Forlì faccia salire l’Università di Bologna (prima tra le italiane eppure 176a nel 2010) nel ranking mondiale? Alla luce di quest’ultimo fatto, e a proposito del “merito”, come si può seriamente pensare che chi taglia fondi a questi poli di eccellenza tanto da indurli a temere la chiusura, possa fare realmente e onestamente del bene all’Università italiana?

Le trecce di Raperonzolo

16 luglio 2010

Ogni tanto racconto una storia perché è ciò che so fare, e vorrei saperlo fare molto meglio. Un blog serve a questo, credo: a narrare il proprio modo di vedere il mondo. Non è certo un diario segreto – nonostante da bambina e da adolescente ne fossi una compilatrice compulsiva, ma ora preferirei rileggere Baricco piuttosto che dover sfogliare quella noia mortale. La storia che racconto non è sempre a lieto fine.

Nei giorni scorsi mi è capitato uno scambio di mail per chiedere informazioni su un corso di perfezionamento a una docente dell’antica e prestigiosa Università di ***, nonché alla tutor del relativo corso. Tralascio considerazioni dettagliate sull’intelligenza di quest’ultima, perfetta burocrate alla quale si chiede chiaramente X e lei risponde vagamente Y: che sia la solita iperspecializzata che fa un mestiere molto diverso dalle sue aspettative, che venga pagata poco per ciò che fa, che la trattino male, che le sia morto il pesce rosso, ammetto di essere intollerante alla totale mancanza di professionalità di chi non si prende nemmeno la briga di leggere quanto le viene chiesto e rispondere di conseguenza, invece di ripetere una lezione imparata a memoria, dimostrando evidente disinteresse per le esigenze di chi invece dovrebbe “aiutare e guidare”, essendo pagata per questo. Un robot: la caratteristica del tutor perfetto per gli standard italiani.

Per quanto riguarda la docente, la faccenda è più grave e indicativa: nonostante la manciata di link che descrivono la sua lunghissima esperienza in calce alla firma, la professoressa risulta alquanto noncurante del fatto che per sopravvivere il suo corso abbia bisogno di iscritti, e che quindi ogni persona interessata sia un potenziale cliente – “cliente”, sì, non è una bestemmia, chi paga per avere un servizio, anche di formazione, è tale, non è la scuola dell’obbligo. Eppure la signora si permette di rispondere a chi osa proporle di rateizzare la quota di iscrizione che si tratta di una cifra bassa (certo, per un’inamovibile baronessa dal lauto stipendio fisso), ma se proprio vuole provare a cercare da un’altra parte, prego, si accomodi. Non solo: fa pure i conti in tasca al malcapitato che chiede informazioni, dicendogli in sostanza che se si è potuto permettere altre cose (?!) può affrontare anche questa spesa, quasi fosse tutta una questione di volontà.

Piccoli brividi.

Che gente simile non abbia alcun contatto con la realtà mi pare evidente: non solo non sanno che cosa sia un contratto di lavoro precario o la fatica di dover dimostrare ogni momento di valere qualcosa nonostante i figli di qualcuno (spesso di professori universitari, appunto) ti passino sempre avanti, ma dall’alto della loro infinita arroganza si permettono anche di deriderti per le tue scelte.

A questo punto non so proprio che cosa ci sia da ridere: fa ridere che un non raccomandato specializzato non si arrenda al suo destino e cerchi costantemente di migliorare? Anche solo per passione personale, visto nella professione difficilmente la preparazione viene valorizzata. Oppure risulta spiritoso che un “giovane” (si fa per dire) non abbia 800 euro da versare tutti assieme? No, aspetta, ecco!: dev’essere divertente vedere che qualche sfigato venga giudicato per il suo lavoro invece di campare di rendita sul suo posto fisso pubblicando libri quasi esclusivamente con la university press cittadina (e spiega bene Michele Filippini come queste funzionino in Italia) e non alzando mai il sedere per andare a presentare le sue imprescindibili e indispensabili ricerche in convegni esteri, per regalare alla triste giornata dei suoi colleghi stranieri grasse risate. Ovviamente molto simpatico anche notare che, banchettando pantagruelicamente sulla completa mancanza di meritocrazia, persone del genere tendono solo a riprodurre il sistema in maniera identica. Se incoraggiassero menti pensanti ad andare avanti nella carriera universitaria, dovrebbero convivere con la quotidiana angoscia di dover produrre conoscenza. E perfino scientificamente valida, quelle horreur!

Sto morendo dal ridere. Piuttosto che rimanere rinchiusa in simili torri d’avorio, la povera Raperonzolo con le sue trecce si sarebbe impiccata.

La casa editrice bolognese Odoya/I Libri di Emil ha recentemente inaugurato la collana Libera la Ricerca, che si propone di pubblicare i lavori di ricercatori universitari precari, con scelta delle opere da inserire in catalogo basata su un sistema di doppio blind referee (double-blinded reviewing). Michele Filippini, il responsabile del progetto, si è molto gentilmente prestato a rispondere ad alcune domande.

Non conosco dall’interno il percorso di produzione nelle case editrici di saggistica universitaria, né nelle university press. Quando (sul vostro sito) si parla di richieste di “migliaia di euro per una pubblicazione” ci si riferisce alle prime o alle seconde? E i finanziamenti vengono stanziati a livello statale, o chiesti agli autori?

Michele Filippini: Ormai tutti chiedono soldi. Non c’è mercato in Italia per le pubblicazioni universitarie, se non per una piccolissima parte di esse. Perfino le case editrici più conosciute hanno collane nelle quali si pubblica solo con cofinanziamento, che poi i soldi vengano da stanziamenti per la ricerca, da PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale), da fondi europei, poco importa. All’autore viene fatto uno sconto solo nel caso dimostri che il libro verrà messo in programma come testo obbligatorio di preparazione agli esami.
Le university press non richiedono soldi perché sono l’espressione di un finanziamento “a monte”, e di conseguenza dipendono finanziariamente per intero dalle Università, non producono utili. Inoltre non solo è molto difficile farsi pubblicare se non si fa parte di un certo “giro”, ma i libri praticamente non hanno distribuzione.

Dato che il margine di ricavo di queste pubblicazioni non sarà molto alto, in che modo riuscite a investire così massicciamente sulla distribuzione (Messaggerie)?

M.F.: Disponiamo di Messaggerie solo perché è il distributore di Odoya, altrimenti non sarebbe stato possibile sostenerne i costi.
Messaggerie comunque si occupa unicamente della distribuzione, e non della promozione, dei libri della collana Libera la Ricerca: in sostanza i nostri volumi possono essere ordinati in qualsiasi libreria d’Italia, mentre la promozione è affidata all’autore. Non esistono agenti che “vendono” i LLR alle librerie, e per noi va anche meglio, sia perché così si ha un ulteriore taglio dei costi, sia perché si evitano i resi. Inoltre sappiamo che lo spazio nei punti vendita è limitato, che il nostro pubblico è di nicchia e che con una rete di promotori faremmo tanta fatica per non avere comunque un’adeguata visibilità.
Il fatto che i libri LLR escano con licenza Creative Commons, scaricabili gratuitamente da Google Libri o dal sito della casa editrice, aiuta moltissimo nella promozione e, al contrario di quello che si può pensare, aiuta anche nelle vendite.

Esiste il pericolo reale che si vengano a creare due canali di pubblicazione? Uno, quello “ufficiale” tuttora vigente, e un altro alternativo, che però, ai fini dei concorsi di ricerca e superiori, si configuri come “di serie B”?

M.F.: I diversi canali ci sono già, e sono ben più di due. Esistono “stampatori” (definirli editori è arduo) che hanno addirittura un prezzario a pagina. Fanno un grossolano editing, impaginano, mettono l’ISBN, stampano e ti inviano le copie che hai acquistato. Libro in mano a partire da 500 euro. Uno “stampatore” medio ne fa anche 3-400 l’anno.
Certo, se un aspirante ricercatore si presenta a un concorso con un libro di una casa editrice universitaria importante fa tutt’altra figura, ma tanto anche quello spesso si compra, quindi a mio avviso conta poco.
Con LLR la sfida è anche questa: fare in modo che, grazie al doppio blind referee, le pubblicazioni mantengano sempre un alto livello qualitativo. È una pratica che nessuno mette in atto, ma che noi, proprio in virtù del fatto che non chiediamo soldi, ci possiamo permettere. Sulle copertine dei nostri libri, infatti, è ben visibile il timbro “peer reviewed”.

Si ringraziano Michele Filippini e Libera la Ricerca.

—–

In altri Paesi, penso per esempio agli Stati Uniti, il ruolo di divulgatori della ricerca universitaria lo assumono in toto proprio le university press, le quali in realtà producono utili, per una ragione molto evidente: sono in concorrenza tra loro e hanno tutto l’interesse a pubblicare – e promuovere, e distribuire! – volumi che diano prestigio non solo a loro, ma anche all’istituzione universitaria che rappresentano. Basta un’occhiata veloce al catalogo della Princeton University Press. In sostanza la possibilità che funzionino, e anche bene, c’è, ma come al solito siamo in Italia.

Partendo, quindi, dalla realtà dei fatti, capisco e condivido la necessità di trovare, e urgentemente, un canale di divulgazione alternativo per la ricerca universitaria.

In qualità di lettrice e di redattrice mi rimane solo qualche dubbio sull’opportunità del peer reviewing, dubbio che in realtà non so quanto sia legato alla pratica in sé e quanto alle scelte delle singole case editrici. Molto spesso, infatti, i paper scelti tramite peer reviewing che vanno a confluire in volumi collettanei o riviste risultano illeggibili se non agli “iper-addetti” ai lavori: non è che, quindi, questo modo di selezione favorisce il rischio di indicare – anche inconsapevolmente – come validi alcuni testi solo perché rispettano determinati standard propri dell’università italiana, primo fra tutti l’autoreferenzialità (uso del linguaggio, tipo di citazioni, etc.)? La saggistica universitaria in lingua inglese non restituisce affatto l’impressione di qualcuno che parla unicamente ai propri simili. Se ci si vuole aprire al mercato forse è più utile un editor oculato e informato che scelga i testi giusti: innovativi, che mostrino la validità reale, non solo accademica, della ricerca italiana.

Mi rendo conto che la mia, però, è la prospettiva dell’editore, non del ricercatore, e di conseguenza non tiene conto di questioni fondamentali – perché l’accesso alla ricerca e il ricambio generazionale (in un ambito dove le idee costituiscono l’essenza stessa del lavoro) lo sono davvero, e per tutti. Per entrare di ruolo all’università servono pubblicazioni, che vengono accettate dalla comunità scientifica anche in virtù di un “bollo” di validità a monte. Oppure si conosce qualcuno. Oppure si è disposti a pagare, spesso anche parecchio. Pratica non sbagliata e immorale in sé, ma disonesta nella sua presentazione: come giustamente detto da Filippini, chi chiede soldi agli autori non è un editore ma uno stampatore. Pratica che diventa ancora più disonesta se chi chiede soldi ha un nome conosciuto e dimensioni non trascurabili, saggistica universitaria o meno.

E aggiungo, tra parentesi: se qualcuno vuole mettervi le mani nel portafogli, non cedete alla vanità, e piuttosto stampate il vostro romanzo nel cassetto con un qualsiasi servizio di self publishing (Il mio libro.it, Lulu.com, …) o, meglio, per iniziare mettetelo a disposizione in pdf con licenza Creative Commons. A trovare un editore si è sempre in tempo.

Tornando a noi, benché servirebbe una riforma strutturale sia dell’università che, di conseguenza, dei mezzi di divulgazione della conoscenza, trovo molto valido e potenzialmente efficace il progetto Libera la Ricerca per due ordini di motivi:

1. i manuali e i libri universitari saranno i primi testi a essere prodotti solo in digitale (per la loro stessa natura di oggetti di consultazione, su dispositivi portatili come il Kindle): una collana che nasce con questa impronta non potrà che trovarsi avanti quando tutti gli altri dovranno riconvertire la produzione.

2. È possibile che gli utenti (lettori), sperimentando la possibilità di scaricare e condividere testi scientificamente validi, e avendo la facoltà di giudicarli, maturino una posizione critica nei confronti dei mezzi (case editrici) tradizionali, che dovranno a quel punto cercare di adattarsi alla fruizione orizzontale anche della saggistica universitaria. Né più né meno di quanto è scaturito dal confronto tra quotidiani e riviste “ufficiali” e i blog, insomma: in molti casi sono i secondi (alcuni dei secondi, ovviamente, ma distinguere è uno dei tratti fondamentali della navigazione internet) a prevalere sui primi, anche per livello di credibilità.

La ricerca rende liberi, e sono fiduciosa che dalle parti di Libera la Ricerca riusciranno anche a divulgarla.