Sento il bisogno di rispondere a “Sara”, l’ex studentessa di Giovanna Cosenza che le ha scritto una lettera pubblicata poi sul blog della professoressa.

Perdonami, Sara, perché sarò cattiva e provocatoria. Perdonami, perché capisco bene ciò che dici, ma non lo condivido. Sono, però, sicura che riceverai diverse manifestazioni di sostegno da chi si trova nella tua stessa situazione, quindi accetta una voce contraria e, se riesci, prendila per ciò che vorrebbe essere: uno schiaffo a chi ha perso i sensi. A volte funziona, a volte, purtroppo, fa solo male.

Non ho mai sopportato chi si lamenta della propria situazione e non fa nulla per cambiarla. E non lo dico per questioni ideologiche o perché così sembro più figa. Probabilmente sono l’educazione e la storia personale, unite al bisogno talvolta anche un po’ crudele di vedersi per ciò che si è, e ciò che si è non è quasi mai piacevole da guardare in dettaglio: spesso è meglio addossare le proprie mancanze ad altri e continuare per la strada che si conosce. Ho fatto anche questo, è umano.

Ho lavorato in editoria, ambito per cui ho studiato e che ho amato molto malgrado le batoste che mi ha riservato: è stato bellissimo vedere il mio nome da traduttrice su testi che ho adorato, nonostante la paga che definire da fame è un complimento, come è stato splendido avere in mano le “mie” riviste, piene delle immagini e degli articoli che io stessa avevo scelto, a fronte di litigi, prese di posizione e perfino mobbing da parte di chi al massimo aveva una licenza media. E tutto ciò perché volevo tenere alta un’idea di “qualità” che, in fondo, là dentro solo io avevo. Proprio come te. Mi sono licenziata, ho deciso che non valeva la pena barattare la mia vita per l’ombra di una vita, mi sono trasferita all’estero, ho ricominciato da capo a 32 anni.

Vogliamo quindi continuare a chiederci di chi è la colpa? Prego, basta che dopo si faccia il passo successivo. Invece no, la mia esperienza è che quel passo lì non si fa quasi mai, si continua a guardarsi allo specchio senza guardare mai in faccia i colleghi, anzi, spesso passando sul loro cadavere, magari nell’istante stesso in cui ci si lamenta della propria vita agra. E sai che c’è? Che se io ho lasciato l’editoria non lo imputo solo a me stessa, alla mia mancanza di bravura o tenacia, né solo agli editori, alle condizioni vergognose che impongono ai loro lavoratori. Lo imputo anche ai colleghi, alla loro completa assenza di solidarietà, alla loro paura perenne e insuperabile, alla loro ipocrisia. Ipocrisia, sì, perché la verità è che per continuare a fare quel lavoro a quelle condizioni devi avere i genitori che ti coprono le spalle, e te le coprono per bene, altrimenti a un certo punto devi cambiare vita.

Accetti a 30 anni un part-time in cui ti pagano 400 euro al mese, con 4 anni di esperienza e una laurea, per andare a sostituire un assunto a 1500 euro al mese? Sì, la colpa è la tua. Ed è colpa tua anche perché impedisci a me di farlo, quel lavoro, soltanto perché io le tue stesse condizioni non le accetterei mai. Perché non posso permettermele, e non solo per una questione economica, che comunque esiste, ma anche di dignità personale. Allora chi “vince” non è mai il più bravo, anche se te lo fanno credere perché hanno bisogno di te, è chi abbassa la testa più a lungo.

Se ho cambiato vita è, ovviamente, perché credo che questo non sia vincere, ma far vincere loro, e questo sulla mia pelle non lo permetto.

Essere “speciali” non è (credere di) scalare le vette del successo, è mantenere la schiena dritta. Fate un piacere a voi stessi e alla società: incazzatevi invece di sentirvi falliti. Fate rete, incontratevi, parlatevi, collaborate. Magari non solo per raccontarvi che la vostra vita fa schifo. Sappiate dire “avrei preferenza di no”.

Perdonami, ma quale mai può essere il peggio che tanto temi, Sara?

Annunci

Ringrazio innanzitutto un’amica che mi ha segnalato su Facebook alcune fonti e ha così suscitato la mia curiosità sulla questione.

Non dirò niente di nuovo, non sono una giornalista d’inchiesta e questo è solo un minuscolo blog privato, si tratta semplicemente di mettere insieme informazioni pubblicamente accessibili su internet.

Tutti sanno che Marco Travaglio, vicedirettore de Il Fatto quotidiano, si è schierato, direttamente e indirettamente, con il Movimento 5 Stelle, tant’è vero che è l’idolo dei grillini – i miei amici che hanno votato per loro non fanno che postare video di Travaglio. Magari non ha mai detto apertamente “io voto per Grillo” (ah, no, scusate, l’ha detto), ma è ovvio che se attacchi tutti, ma proprio tutti, tranne il M5S (che di lati oscuri ne ha tanti, a cominciare dalla sbandierata “democrazia digitale“) non stai facendo informazione libera, come a lui piace ribadire a ogni piè sospinto, stai facendo una scelta politica, oltre che informativa. Come faceva tempo addietro con l’Idv, prima che Di Pietro diventasse indifendibile.

Per carità, posso non stimarlo – e la pietra tombale sulla mia stima l’ha messa lui stesso, quando ha scritto “cari cerebrolesi, nessuno vi obbliga a leggermi“, riferendosi a chi lo criticava, come se “cerebroleso” fosse un’offesa; tanto valeva scrivere direttamente “mongoloide” -, ma sono scelte. Del resto, io non credo che sia praticamente perseguibile l’adagio secondo il quale i giornalisti dovrebbero essere completamente indipendenti da relazioni politiche: l’importante è che queste relazioni siano trasparenti, in modo che chi legge si possa fare una sua opinione sapendo che sta comunque leggendo un’informazione parziale. Proprio per questo continuo ad aprire anche il Fatto, perché di giornali (online) ne leggo una media di 5-6 al giorno.

Detto questo, non mi piace affatto la spocchia e l’ipocrisia con cui Travaglio sbandiera la sua indipendenza. Travaglio lavora per il Fatto quotidiano, che ha degli azionisti e dei proprietari, proprio come la Repubblica. Purtroppo sul sito della testata ho trovato solo il comunicato dell’Editoriale il Fatto s.p.a., ma niente dati sulle quote, quindi devo affidarmi a Wikipedia, sperando che le informazioni siano corrette. Riporto di seguito uno screenshot.

Screenshot del 24/03/2013

Screenshot del 24/03/2013

In base, quindi, alla pagina di Wikipedia, il 16,26% delle azioni del Fatto è detenuto da Chiarelettere, casa editrice del Gruppo Gems nata nel 2007 che, oltre a pubblicare Travaglio, Gomez, Grillo e Casaleggio, riportava, in data 23/5/2012 (il video linkato è molto interessante, nonostante le ipotesi complottiste massoniche), nei credits la Casaleggio Associati, che ora ha opportunamente rimosso. Il blog d’informazione Cado in piedi, sempre di Chiarelettere, alla pagina “Chi siamo”, indica, invece, ancora nei credits la Casaleggio Associati.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Il Fatto quotidiano, dal canto suo, assegna i credits a Marco Canestrari, il quale, vai a vedere, è stato dipendente della Casaleggio Associati dal 2007 al 2010, continuando poi a collaborare con l’azienda da libero professionista fino a ottobre 2011, nonché organizzatore del secondo V-Day e della raccolta firme per i quesiti referendari. Quindi non solo era interno al movimento di Grillo, ma ne era tra i promotori. Canestrari, 30 anni, ha lavorato anche per i siti di Di Pietro e dell’Italia dei valori.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Anche Daniele Martinelli, attuale consulente alla comunicazione del gruppo M5S alla Camera, oltre a essere stato candidato alle regionali del 2010 con l’Idv e aver collaborato con loro e con i Radicali, ha lavorato sia per Casaleggio, che per il Fatto, non so in quale ordine.

Senza contare Jacopo Fo, altro collaboratore del Fatto.

Cinzia Monteverdi, attuale amministratore delegato e azionista al 16,26% del Fatto, è anche presidente di Zerostudio’s, che produce Servizio pubblico, l’unico programma che ha sempre dato ampio spazio ai monologhi, rigorosamente registrati e senza contraddittorio, di Beppe Grillo.

E poi c’è quel 4,88% di azioni di Travaglio, che ha dichiarato pubblicamente di aver votato per il M5S, oltre che per Di Pietro (che, come già si diceva, prima che diventasse pubblicamente indifendibile, il giornalista non aveva mai attaccato). Contando Travaglio e Chiarelettere, fa circa il 21% di favorevoli a Grillo e Casaleggio, insomma (ipotizzando che gli altri azionisti siano estranei a questa logica): per una società che prevede l’impossibilità di avere un azionista di controllo per statuto, non è male.

Ovviamente il Fatto nega qualsiasi accusa di parzialità, ma certo la famosa intervista molto compiacente (un po’ alla Vespa, diciamolo) di Travaglio a Grillo, due pagine, non era un’ottima dimostrazione di questa tesi (qui la versione digitale). E infatti, andando avanti, ne abbiamo seguito l’evoluzione.

Tutto questo è legittimo, intendiamoci, ma non è legittimo attaccare continuamente gli altri giornali perché appoggiano quella o l’altra forza politica quando a casa propria si fa lo stesso. Si chiede l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali, che per società quotate in borsa ci può anche stare (per tutti, secondo me, no), ma poi renderemo trasparenti i finanziamenti privati? Perché il Fatto dice di sostenersi solo grazie al contributo dei lettori e alla pubblicità – che poi ti credo che i blogger che vi contribuiscono non vengono pagati… -, ma personalmente sarei molto curiosa di sapere se riceve anche qualche appoggio dalla Casaleggio Associati o da società ad essa collegate. Non necessariamente in soldi, ma, che ne so, in strategie di promozione e comunicazione, per esempio. Intanto, come si è visto, le mere relazioni umane tra il Fatto e la Casaleggio Associati ci sono, eccome.

Ecco, un giornalista d’inchiesta non potrebbe occuparsene, al fine di fugare ogni dubbio?

Riporto di seguito un comunicato stampa della Rete dei Redattori Precari che condivido pienamente.

Gentile ministro Fornero,

Abbiamo letto sul Corriere della sera del 14 marzo 2013 una sua dichiarazione nella quale si diceva “moderatamente soddisfatta” per il contrasto che la sua riforma avrebbe messo in atto verso “l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”, nello specifico i contratti a progetto.Le scrive la Rete dei Redattori Precari, un gruppo autorganizzato di lavoratori dell’editoria che, qualche anno fa, ha sentito l’esigenza di unire forze e idee per uscire dalla condizione di isolamento e frustrazione in cui la condizione di precarietà inevitabilmente conduce.

Se il ricorso ai contratti a progetto è sceso del 30% mentre l’incidenza dei contratti a termine sulle nuove assunzioni è salita di soli 2,7 punti percentuali (dati Corriere della sera del 14/3/2013), è evidente che una parte molto consistente di lavoratori non è stata riassorbita dalle aziende, che hanno approfittato della mancata regolamentazione delle partite Iva per esternalizzare ulteriormente e massicciamente il personale, obbligando buona parte di chi lavorava con contratto a progetto ad aprire, appunto, la partita Iva. Un ricatto, insomma.

Le sue dichiarazioni sommano al danno provocato dalla sua riforma la beffa del sentirsi dire, in sostanza, che siamo sulla buona strada per “contrastare l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”. Ebbene, la informiamo che stiamo andando nella direzione opposta.

Corriere della sera, 14/3/2013 Le lasciamo qualche dato sulla situazione in editoria fino a qualche mese fa. In Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (dati Slc-Cgil), molti dei quali lavorano lì da più di 5 anni, ricoprendo a volte ruoli di coordinamento, con presenza fissa in redazione, pur con l’assurda copertura di un generico co.co.pro. In Rcs Libri (Rizzoli, Bur, Bompiani) le cose non funzionano certo meglio: i precari sono oltre 50, quasi la metà dei colleghi regolarmente assunti, anche qui hanno spesso postazioni fisse e ruoli di coordinamento. Passiamo a Zanichelli: perfino il contratto a progetto è diventato un miraggio, e i lavoratori sono pagati con diritto d’autore (quello che, come saprà, il legislatore prevede per le opere dell’ingegno) a forfait, per prestazioni che nulla hanno a che fare con il lavoro autorale, come, per esempio, la ricerca iconografica o la correzione di bozze. Potremmo fare infiniti esempi di queste pratiche, e non solo tra i grandi gruppi editoriali, perché le piccole e medie case editrici adottano le stesse pratiche, spesso in modo perfino più selvaggio, con la scusa della crisi.

Questa era la situazione fino a pochi mesi fa. Adesso, anche a causa della riforma Fornero, è peggiorata.

La legge ha portato a un nuovo giro di vite, che costringe i precari sempre più nell’angolo. Ci sono tanti contratti non rinnovati e magari riproposti sotto forma di prestazione occasionale. C’è, per esempio, in Mondadori, il ricorso all’interinale per alcune aree, oltre che “l’invito” ad aprire la partita Iva. C’è l’obbligo di lavorare da casa per metà settimana, la creazione di uno spazio apposito per i precari, in cui questi lavoratori possano recarsi quando le esigenze produttive lo richiedano… C’è, dunque, l’ennesimo tentativo di eludere la legge.

Perché di questo si tratta: di un sistema diffuso e inveterato di elusione. Le case editrici si guardano bene le spalle, sanno come proteggersi da eventuali ricorsi del lavoratore, mascherando dietro contratti fraudolenti la realtà dei rapporti di lavoro.

La sua legge, caro ministro, non serve a nulla, come a nulla sono servite quelle che l’hanno preceduta nel cercare di arginare (ma erano davvero finalizzate a questo?) i danni del peccato originale: il pacchetto Treu. Non serve perché al limite può aiutare il lavoratore solo nel caso in cui questi decida di fare causa all’editore, e solo nel caso in cui l’editore sia stato così ingenuo da non prendere le opportune precauzioni e scappatoie in qualche modo “suggerite” dalla legge stessa. Quindi non solo non serve, ma risulta perfino dannosa.

Le chiediamo, ministro, se intende fingere che tutto questo non stia accadendo, distogliere lo sguardo dalle violazioni palesi della normativa (forse non della lettera, ma certamente dello spirito della legge) che hanno finora avuto luogo nelle principali case editrici italiane (come in tanti altri settori) – non in un piccolo laboratorio artigianale in uno scantinato – e continuare a rallegrarsi per aver di fatto reso possibile il miracolo che tutte le imprese inadempienti agli obblighi di legge sognavano: un condono di massa e, contestualmente, la messa a norma tramite la maggiore precarizzazione del lavoro.

Ministro, prima di lasciare la carica potrebbe spiegarci come venire fuori da questo pasticcio che lei, consapevolmente o meno, ha creato?

Non crede sia il caso di stabilire, piuttosto, un sistema di controllo capillare, che prescinda dalla denuncia del singolo lavoratore, e che sia in grado di rilevare i comportamenti illeciti come quelli che le abbiamo citato?

Con la speranza di ricevere una sua risposta,

Rete dei Redattori Precari

Riprendo la grave questione della trattativa Mondadori, della proposta dei precari e del ruolo di Ichino, perché è stato pubblicato un comunicato stampa dei suddetti precari di risposta alla dichiarazione del giuslavorista al Corriere.

Ebbene, la situazione è esattamente quella che si poteva estrapolare dalle parole di Ichino: i 50 mondadoriani denunciano l’illegale condizione di precarietà contrattuale in cui versano i lavoratori dell’azienda da anni e il fatto che, approfittando della Riforma Fornero, questa abbia deciso di “precarizzare ulteriormente i lavoratori delle redazioni, imponendo loro di aprire la partita Iva o di prestare il proprio lavoro attraverso l’intermediazione di un’agenzia interinale”. Per cercare di sanare questa situazione, i 50 mandano alla dirigenza una lettera con una bozza di proposta, per stilare la quale si rivolgono a Pietro Ichino, ovvero, nelle loro parole, “per proporre all’azienda una soluzione alternativa all’esternalizzazione selvaggia, che preveda la trasformazione delle collaborazioni autonome in rapporti di lavoro subordinato, anche rinunciando ad alcune delle prerogative di questi rapporti, e rispettando la necessità di evitare aumenti di costo e di rigidità per l’azienda“.

In questa luce, le questioni sono tre:

1. La rappresentanza. I firmatari sono 50, nell’intero Gruppo Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (fonte: comunicato stampa di Slc Cgil). Chi non ha firmato ha fatto la fine della zavorra? Sono stati informati della trattativa e hanno rifiutato di firmare? O erano troppo “esterni” per essere presi in considerazione? Sì, perché coloro che stanno proponendo tale inquadramento sono le stesse persone che fino a ieri lavoravano internamente all’azienda, svolgendo mansioni in tutto e per tutto simili a quelle di un dipendente, ma con contratto a progetto. Quindi 50 persone che avrebbero avuto il pieno diritto di fare causa all’azienda per utilizzo illegale di contratto a progetto: attenzione, non è un giudizio, è un fatto, va preso per ciò che è.

2. La scelta di rivolgersi a Ichino. I 50 precari in questione si sono rivolti a Ichino consapevoli del fatto che costui sia il paladino della flexsecurity, tanto da aver dichiarato nel loro comunicato di aver messo sul tavolo delle trattative la loro rinuncia ad alcune prerogative. Quindi l’ingenuità da parte loro è fuori questione. O non tutti ne erano consapevoli e per disperazione si sarebbero rivolti a chiunque? E l’ignoranza è giustificata? Ex colleghi, siete persone con master e dottorati, non potete farvi guidare solo da buona fede, disperazione e colleghi arrivisti che, magari manipolandovi (tutto da capire, infatti, chi abbia proposto proprio Ichino come “consulente”), vi porterebbero ovunque. No, l’ignoranza in questo caso non si giustifica, mi spiace.

3. L’opportunità di preferire un contratto monco a una partita Iva. Ed è sicuramente il punto più delicato. Premetto che non ho mai lavorato con partita Iva, al massimo con contratti di prestazione occasionale (ancora più inconsistenti, volendo). Il problema è duplice, di ordine personale e collettivo. Ho avuto un tempo determinato per due anni e mezzo con una casa editrice che ogni giorno mi faceva scontare il mio contratto (in barba al Ccnl Grafici Editoriali, al quale esso si ascriveva) come fosse una grazia emanata direttamente dall’empireo. Risultato: molta salute persa (e non è un modo di dire), tanto da pensare seriamente di intentare una causa per mobbing. Alla fine, nonostante il mio contratto si sarebbe trasformato quasi certamente in un indeterminato, con tutte le tutele del caso, ho scelto di licenziarmi e chiudere con l’editoria – non perché lo volessi, ma perché in editoria se non ti ritrovi (per fatica, dove si intende un sacco di lavoro gratuito, o sorte) nei giri giusti non lavori, a voglia a mandare curricula. Vale la pena lavorare, e vivere, così? Schiavizzati, privati di prospettive e di speranze, soggetti al capriccio del padrone di turno, che generalmente non viene scelto per merito ma perché più “aziendalista” degli altri, più pronto a fottervi senza farsi scrupoli? Come i colleghi che vi hanno guidato su questa strada, i vostri capetti di domani, statene certi. Mi direte: ma almeno così si hanno delle minime tutele. No, non è vero, si ha un costante ricatto che è impossibile ignorare, visto che in azienda dovrete andarci ogni giorno. Ne vale la pena?

Questione collettiva. E qui permettetemi di essere guidata da un’idea, cosa ben diversa dall’ideologia. Sull’onda della rabbia, e cogliendo lo spunto di un amico, ho paragonato Segrate a Pomigliano: alcuni si sono risentiti del paragone, ma a me continua a sembrare perfettamente calzante. Non si possono cancellare sessant’anni di diritti raggiunti tramite azioni collettive, sindacali, per un interesse personale, o più propriamente, per leccare da terra le briciole cadute dal tavolo della dirigenza pensando che sia nel proprio interesse farlo. E se non capite da soli come stanno le cose, è il caso che qualcuno vi metta di fronte alle vostre responsabilità, visto che poi le conseguenze non saranno solo vostre.

Citando un’amica: “Neanche a me piace l’idea di una guerra tra precari. Ma in questo caso si tratta davvero di un’altra partita: qualsiasi critica al modello Ichino sarà del tutto impotente perché Mondadori potrà sempre tirare fuori l’asso nella manica del ‘sono stati i precari a chiederlo’. Ecco perché è fondamentale che siano altri precari a protestare, magari insieme ai lavoratori dipendenti illuminati, se esistono. Ed è importante che siano i precari Mondadori a iniziare la protesta.”

Precari Mondadori che non sono d’accordo con una simile trattativa, se ci siete, battete un colpo. E fatelo al più presto, prima che tale modello venga applicato a tutti. Perché non è difficile immaginare che Mondadori non si farà sfuggire l’occasione di rispondere, sempre se non l’ha già fatto, trattando al ribasso da una posizione di forza in cui alcuni precari stessi l’hanno messa.

E state attenti, perché c’è già chi inizia ad appropriarsi del vostro silenzio, facendolo passare al mondo per consenso.

Non molti, a parte gli addetti ai lavori, sanno che cosa sta succedendo in questi giorni in Mondadori. Quello che so lo conosco da racconti di (ormai ex) colleghi editoriali e dalle notizie diffuse dalla Rete dei Redattori Precari, oltre che dai quotidiani.

In questi giorni si sono levate molte voci scandalizzate in difesa di Giulia Ichino, senior editor Mondadori, dopo l’intervento di Chiara Di Domenico a un incontro del Pd, “Le parole dell’Italia giusta: lavoro”, durante il quale ha accusato la suddetta di aver ottenuto il posto in quanto “figlia di”. Si può discutere, e se n’è discusso più che a sufficienza, dell’opportunità o meno di fare il suo nome, viste le strumentalizzazioni pre-elettorali a cui si va inevitabilmente incontro, ma la sostanza del suo discorso è vera. Basta ascoltarlo.

Eppure mai così tante voci si sono levate a difendere i precari, costretti da anni, nel silenzio generale, ad accettare condizioni ignobili, pur di cercare di mantenere un lavoro in editoria, aggrappandosi con le unghie e coi denti a un mestiere per il quale si erano formati in anni di studio e di gavetta. Come chiede giustamente Vincenzo Iurillo in un post sul Fatto (il quale, vorrei ricordare, non paga i collaboratori dei blog, in quanto dà loro “visibilità”), dov’erano finora Lucia Annunziata, Luca Sofri, Gianni Riotta, Fabrizio Rondolino? E aggiungo, Giuseppe Genna, che in un suo post indignato su Facebook, diceva che il Pd ha perso il suo voto perché Bersani ha osato abbracciare Chiara e non dissociarsene – insomma, una delle poche cose di sinistra che ha fatto il leader del Pd negli ultimi anni. Che tristezza. La difesa del branco.

E segnalo a questo proposito la bellissima lettera di Chiara, che già dal titolo è un programma: ci vuole molta classe nella lotta.

Per non parlare dei colleghi di Mondadori – ex, ci tengo a sottolinearlo. E colleghi non perché io abbia mai lavorato in Mondadori, ma solo in quanto lavoratori dell’editoria. La solidarietà, da quelle parti, va solo alla senior editor, che peraltro si difende anche in modo piuttosto impacciato, dicendo di essere stata “solo fortunata“. Dimenticandosi che, fortunata o meno, in qualità di senior editor un po’ di voce in capitolo ce l’ha quando si tratta di chiedere un contratto per le persone che lavorano per lei. L’Uomo Ragno sapeva che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, forse a lei non l’hanno detto.

Ad ogni modo, che lei sia raccomandata o meno in un paese di raccomandati non fa molta differenza. Io stessa sono stata accusata di essere raccomandata solo perché ho seguito il Master in Editoria di Eco, che peraltro ho pagato per metà di tasca mia (l’altra metà era coperta da borsa di studio, come per tutti i posti di quel Master), eppure ho lasciato l’editoria, figuriamoci. Non è questo il punto, come spiega bene una mia collega della Rete – lei, sì, sono fiera di chiamarla collega. Lasciamo il linciaggio agli squadristi, quelli veri.

Il punto è che i precari Mondadori avevano contratti in scadenza in questi giorni e, a quanto pare, stavano conducendo una trattativa riservata con l’azienda – o, almeno, 51 di loro; gli altri saranno lasciati al loro destino? Mah. Come lo so? Perché qualcuno ha provveduto a passare la notizia al Corriere. Vediamo: un giorno la figlia di Ichino viene attaccata e Bersani appoggia pubblicamente la persona che conduce l’attacco (che poi, avesse detto chissà che…), il giorno dopo filtra la notizia di una trattativa contrattuale riservata in cui il Santo Ichino viene presentato come il salvatore della Patria. E nell’articolo c’è pure un virgolettato di Ichino. Due più due a casa mia fa quattro, e la “rivelazione” mi sa tanto di vendetta trasversale, o avvertimento, come meglio dir si voglia.

Ad ogni modo, nel suddetto articolo Ichino fa riferimento al “modello già sperimentato dalla contrattazione collettiva nel settore del marketing operativo”, da prendere come esempio. Che cos’è? Questo: un contratto “con modifiche che consentano l’instaurazione di nuovi rapporti di lavoro o la trasformazione dei rapporti attuali dalla forma della collaborazione autonoma a quella del lavoro subordinato con aumenti di costo opportunamente graduati nel tempo e rimodulando a tale scopo le materie dei minimi retributivi, le mansioni e gli inquadramenti, l’orario di lavoro, la flessibilità del lavoro, gli artt. 4 e 24 della Legge 223/91“. Una deroga al contratto collettivo a tempo indeterminato, in sostanza, che poi è l’inquadramento contrattuale a cui praticamente quasi tutti i precari editoriali avrebbero diritto, considerando gli anni di contratti a progetto o di partita Iva fasulla passati a lavorare per la stessa azienda. Infatti, la Cgil questo accordo (marketing operativo) non lo ha firmato.

Cgil che, comunque, pare abbia consigliato ai lavoratori con contratto in scadenza di aprire la partita Iva per garantirsi “una continuità di reddito”. Grazie al cavolo! Non che questo mi stupisca, visto l’incontro di un paio di anni fa con due responsabili Cgil dei grafici editoriali.

Molto ci sarebbe da discutere, invece, sull’intelligenza dei 51 precari mondadoriani firmatari della lettera alla dirigenza che si sono affidati alle amorevoli mani di Pietro Ichino, il quale non ha esitato granché a “tradirli” sul montiano Corriere non appena ne ha avuto bisogno. C’è da aspettarsi che ora saranno costretti ad accettare qualsiasi contratto al ribasso verrà loro proposto, in attesa di essere messi alla porta, o di avere condizioni contrattuali ancora peggiori, come i colleghi che hanno lasciato fuori dalla trattativa – tanti, si suppone, considerando che, in base ai dati diffusi dalla Rete dei Redattori Precari un paio di mesi fa, Mondadori fa uso di contratti atipici per il 55% dei suoi lavoratori. A questo punto ci sarebbe solo da aggiungere che ognuno ha ciò che si merita. Se non fosse per il fatto che questo precedente non varrà certo solo per i collaboratori Mondadori in questione, ma per tutti i lavoratori editoriali, di tutte le case editrici. Pomigliano docet.

Ma si sa, chi la pensa come me è solo uno sfigato che, per troppa intransigenza, ha accantonato il sogno di lavorare nel magico mondo dell’editoria.

Cari ex colleghi, ve lo lascio con tutto il cuore, questo magico mondo, continuate pure a distruggerlo con le vostri stesse mani finché, a forza di trattative riservate e deroghe ai contratti nazionali, pensando sempre di essere i più furbi perché più flessibili, non vi sarete accorti di esservi divorati a vicenda. Auguri, che sopravviva il più scaltro. Che non sarete voi, statene certi.

In chiusura, una domanda di carattere personale, ma non solo: a che cosa serve lavorare con i libri quando questi non vi danno nemmeno la capacità critica di vedere un po’ più in là del vostro naso? E che libri può produrre una persona priva di senso critico?

Che gli esami AD e AST per l’accesso alle carriere nelle istituzioni europee fossero molto difficili lo sappiamo tutti. Difficili. Truccati è un’altra storia. Ed è di di questa storia che qui si racconta.

Dopo la selezione per correttori di bozze italiani, l’EPSO (l’Ufficio europeo di selezione del personale) dà nuovamente prova dell’enorme scollamento tra la maschera del politicamente corretto e la realtà delle logiche verticistiche e immeritocratiche che affliggono le istituzioni europee. Del resto non ci si può attendere che una classe dirigente mediocre, se non dannosa, scelga di competere con chi un briciolo di intelligenza ce l’ha, o sarebbe come ammettere una scheggia impazzita in una cristalleria.

Passo la prima fase di selezione di un concorso per redattori in lingua italiana – un test imbecille che non valuta un bel niente, ma serve solo a tagliare le gambe al maggior numero di persone possibile – e, dopo ben un anno di attesa, ricevo i risultati dello screening del curriculum da parte dei cosiddetti “esperti”: per non essere ammessa mi mancano nove punti, nove. Poi vado a vedere nel dettaglio e osservo che hanno “smangiucchiato” punteggio un po’ qui un po’ lì, a caso, diciamocelo, e non hanno nemmeno avuto la furbizia di farlo dove potevano – mi hanno sottratto punti sulle lingue e i titoli. Un po’ come leggere i risultati dei concorsi per ricercatore in Italia, quando (sempre) sai che il risultato è già deciso. Solo che qui siamo nel cuore (marcio) d’Europa, da dove ci dicono che i corrotti siamo noi, e non hanno nemmeno la decenza di stilare una classifica con le (presunte) qualifiche detenute da ciascuno.

Venerdì ne parlavo con un funzionario che lavora nel mio stesso ufficio – ricordo che io sono solo la dipendente di una compagnia privata che lavora per la Commissione – il quale, forse perché molto prossimo alla pensione, mi ha detto senza peli sulla lingua che gli esami AD e AST non si passano, perché si intende che uno prima deve aver fatto anni di gavetta nelle istituzioni come agente contrattuale (i cosiddetti CAST). Ho provato a dirgli “ah, sa, io sto ancora aspettando i risultati di un CAST per traduttori italiani…” ma lui mi ha risposto: “No, no, ma nemmeno quelli si passano, troppo qualificati, devi fare domanda di CAST per funzioni più basse, tipo l’usciere”. E io che ho passato trent’anni a studiare.

Del resto una mia amica, arrivata miracolosamente in selezione finale di un concorso AD, mi ha detto che gli unici outsider in quel caso erano lei e altre tre-quattro persone – ovviamente nessuno di loro è stato preso -, mentre gli altri erano tutti già impiegati a tempo in agenzie e istituzioni varie. Ma allora perché fare un concorso pubblico? Ecco, quando l’ipocrisia uccide.

Fare ricorso? L’ho fatto, come l’altra volta, del resto. E come l’altra volta non servirà a nulla: se gli organi che devono vigilare sono gli stessi di quelli che selezionano a che cosa serve?

E dire che fino a non molto tempo fa nell’Europa ci credevo pure.

Liaison officer (?), operatrice di call center, traduttrice letteraria, correttrice di bozze, redattrice, traduttrice tecnica, responsabile della strategia marketing su un social medium, copywriter, ricercatrice di mercato, redattrice multimediale, ricercatrice iconografica, ufficio stampa, critica letteraria e cinematografica, insegnante di linguaggio pubblicitario, analista di mercato, insegnante di un software audio per un gruppo di ragazzi disabili, assistente universitaria, stagista al Parlamento europeo, assistente di un ricercatore qualitativo, e non so se ne ho dimenticato qualcuno. È la lista dei lavori, tra e fuori virgolette, che ho fatto nella mia vita. L’ho riscritta ieri sera, nel compilare per l’ennesima volta un profilo online su un sito di ricerca di lavoro. Perché ogni giorno c’è qualcuno pronto a dispensare buoni consigli: non ho nemmeno dovuto candidarmi, hanno visto il mio cv su Monster e mi hanno chiamato; sai, le offerte di LinkedIn sono sempre più attendibili; ma hai già inserito le tue qualifiche su Actiris?; devi scrivere un curriculum breve; meglio se il tuo curriculum è dettagliato; sei passato dal centro per l’impiego?; ma conosci il fiammingo? è fondamentale; devi migliorare il tuo francese; ma che ti importa, qui tutte le aziende lavorano in inglese; e il gaelico lo sai? Quando poi le uniche cose che contano sono le conoscenze (all’estero “network”, che, non essendo una parola di derivazione italiana, suona a orecchie estere meno mafiosa) e la consapevolezza che comunque sei nato nel periodo storico più sbagliato possibile.

Troppo qualificato, troppo incostante (!), poca esperienza in fuffa e scartoffie, troppa in lavori di alto profilo. E poi, belli miei, siete vecchi! Che cosa volete fare a 33 e 34 anni? Qui la gente fa i figli a 28 e voi ancora cercate un lavoro. Il network? Serve solo se hai qualcosa da dare in cambio, che sia il premio in denaro che offre l’azienda per aver presentato il nuovo assunto oppure qualche pagamento in natura – o almeno è quello che devi far credere. Soldi e sesso, è così Bruxelles. O magari è il mondo che è così. O magari, invece, sono i miei occhi, sempre più disincantati. Che sia anche questo la “vecchiaia”? Fingere davanti ai propri figli che la gente non fa schifo come sembra, sperando che si accorgano del trucco al più tardi possibile. E nel frattempo guadagnare giusto i soldi per sopravvivere, con l’angoscia di non poter aiutare chi ti ha aiutato per anni – e ora ne avrebbe bisogno – e di non riuscire mai a raggiungere un grado minimo di “sicurezza” prima che sia troppo tardi perché una distanza d’età incolmabile arrivi a separarti da figli che ancora non hai.

Where troubles melt like lemon drops away above the chimney tops that’s where you’ll find me.

Non posso definirmi una traduttrice, sarebbe ingiusto nei confronti di chi questo mestiere lo fa a tempo pieno e con tutti i sacrifici del caso, dei quali ho enorme rispetto: conosco più o meno le paghe – a fronte anche della preparazione e della passione di questa gente – e non so davvero come si riesca a sopravvivere se non si è Ena Marchi, Ilide Carmignani o altri nomi del medesimo calibro.

Io traduco nel tempo che mi resta dal mio primo lavoro – il classico call center, per fortuna almeno a tempo indeterminato – e spesso anche durante il mio primo lavoro, nei momenti di pausa tra un flusso di chiamate e l’altro, resettando in continuazione il cervello su quattro lingue diverse – e tenendo il tutto rigorosamente nascosto al capo, che accetta che si navighi su Facebook o che si legga Paris Match, ma non che si tenga allenato il cervello. Non ho studiato traduzione, se non durante il Master e dopo, da appassionata, e non ho nemmeno una vera laurea umanistica (faccio parte degli universalmente vituperati scienziati della comunicazione). Eppure ho la “fortuna” di avere all’attivo la traduzione di quattro volumi e un quinto in lavorazione – è giusto che il termine rimanga tra virgolette perché è frutto di dieci lunghi anni di conoscenza con l’editore (sempre lo stesso, fosse mai che da altre case editrici ti chiamino se non vieni presentato dagli interni) e di guadagni, a fronte del lavoro svolto, da far tremare le vene e i polsi. Mai fatto concorrenza sleale, però: a volte ho l’impressione che se quelle traduzioni non gliele facessi io, nemmeno si preoccuperebbe di darle ad altri.

Non racconto questa storia per giocare al caso umano, ma solo perché a volte mi sembra che “là fuori” nessuno sappia, nemmeno in parte, che cosa vuol dire tradurre, rivedere una traduzione, “fare il lavoro culturale”. E mi chiedo sempre più spesso se tutto ciò ne valga la pena.

Oggi mi sono imbattuta in un commento di un utente Anobii su un libro che ho tradotto. Riporto le sue testuali parole: “Non so bene se è piattolo [maschile di piattola, n.d.r….?] per la traduzione; la traduttrice afferma di aver voluto modernizzare qualcosa che ha trovato desueto; ciò mi fa imbestialire. Naturalmente (per propria natura) ogni storia si modernizza nell’immaginazione del lettore. Grazie cara traduttrice, non avevamo proprio bisogno della tua piatta modernità.” Ammetto che non fosse il libro più bello che io abbia mai tradotto (e l’ho amato comunque!), e anche che sia stato ingenuo da parte mia scrivere nella postfazione (o quel che era) che avevo cercato di fare un lavoro di modernizzazione del linguaggio: conosco bene quel testo e sapevo che sarebbe stato di nicchia, non volevo anche condannarlo a scontare il passaggio del tempo, quando potevo farlo apparire per quel che era, un piccolo capolavoro di stile narrativo, una preziosa e sottile lezione di scrittura. Semplicemente dovevo farlo senza dirlo, sono stata intellettualmente e filologicamente troppo onesta. Piatta, però, non credo di esserlo mai stata, io che soppeso e rileggo ogni virgola per cercare di infilarmi giù nell’inchiostro dell’Autore e vedere le parole che prendono forma con i suoi occhi.

Non è la critica in sé che mi deprime – esiste gente al mondo che riesce a odiare perfino Il piccolo principe o Winnie the Pooh -, è la stupidità e la superficialità con le quali viene fatta: come può una persona giudicare se una traduzione è piatta o meno senza conoscere l’originale (e avendo solo vent’anni, quindi nemmeno con la giustificazione dell’esperienza da revisore di traduzioni)? Non stiamo parlando di Queneau o di Vian, non si trattava certo di un autore che ha fatto della sperimentazione linguistica il suo punto di forza – ma mi pare evidente che chi ha criticato non ha idea neanche di questo. Ecco, la sufficienza con cui la responsabilità del fatto che un testo non sia piaciuto viene attribuita al traduttore mi spaventa. E mi spaventa perché MAI viene fatto il contrario – ed è giusto che sia così! Ma allora il traduttore che cos’è? Se deve essere trasparente e discreto, cercando di rimanere nell’ombra per far emergere l’autore (o almeno questo è il mio punto di vista), deve necessariamente modellare il linguaggio perché questo risulti più armonico a quelle che il traduttore ritiene essere le intenzioni comunicative dell’autore. Tant’è vero che spesso ottimi traduttori sono state persone che la lingua di partenza non la conoscevano perfettamente, ma avevano perfettamente capito l’opera.

La traduzione è il risultato di un insieme di scelte traduttive, di interpretazioni: si può contestare che il traduttore abbia interpretato male, o in maniera superficiale, il pensiero di un autore, ma come si fa ad accusarlo di “piattezza” se non intendendo con questo sciatteria? (E francamente non credo sia il mio caso.)

Capisco le frotte di gente che si ammassano alle porte delle case editrici (in fondo il mito ambivalente del lavoro editoriale, amato e odiato, esiste ancora) e capisco anche che l’educazione di impronta puramente quantitativa che viene oggi impartita porti a credere di essere più bravi per via dell’etica dell’accumulo – per gli amici nerdism (libri o pupazzi di Star Trek poco importa, la logica è quella delle crocette sul muro); ciò che non capisco è la completa ignoranza che circonda questo mestiere, a maggior ragione se questa ignoranza è perpetrata dai cosiddetti lettori forti. Si scherza sugli anziani che osservano i lavori stradali dando indicazioni agli operai eppure rimane opinione comune che quello del traduttore (o del redattore), in fondo, sia un mestiere parassitario che potrebbe fare chiunque, tanto che in rete abbondano le traduzioni di volontari che passano così il proprio tempo.

Ah, la logica dominante di screditamento del lavoro culturale…

E così il momento è arrivato. Lo aspettavo, lo cercavo, anzi, da un po’ e adesso eccolo qui, davanti a me: salutare l’editoria – italiana, ma probabilmente non solo – e andare oltre. Se si tratta di un arrivederci o un addio non posso dirlo, ma non mi illudo: entrare nel giro è davvero molto difficile, rientrarci dopo esserne stati lontani è praticamente impossibile. Un po’ come l’università, non è un ambiente che ti perdona il “tradimento”, ancor meno se questo è fatto per vil denaro: se vuoi starci, campi con quello che (non) ti diamo, altrimenti sei fuori, tanto c’è la fila e comunque la qualità delle pubblicazioni non conta nulla.

Che cosa vado a fare: niente di speciale, si tratta di un’azienda che ha in appalto alcuni servizi informativi della Commissione europea. In pratica poco più che un call centre. Stipendio netto: circa 1.000 euro. Ne valeva la pena? Lasciare una casa editrice in cui venivo trattata a pesci in faccia per produrre carta igienica: sì. Lasciare l’Italia per Bruxelles: sì. Imparare a lavorare in una nuova lingua: sì. Accettare questo lavoro: sì – il TFR e ciò che ho guadagnato dalla vendita della macchina sono quasi finiti, il mio compagno è ancora alla ricerca di lavoro, i miei non possono aiutarmi e abbiamo bisogno di soldi. È comunque più di quanto guadagnerei con due traduzioni di circa 100 cartelle – e, ad ogni modo, 200 cartelle in un mese non si fanno e due traduzioni in 30 giorni chi te le dà? Lavori di redazione? Per l’ultima revisione di un indice ho guadagnato 45 euro lordi.

Ci ho provato e a volte è anche stato bello. Certo, espatriare per finire in un call centre, in una lingua non tua, dimostra come il destino, in fondo, sappia essere profondamente beffardo. Affascinante come un uomo stronzo. Ma forse sono io che mi sono illusa di aver trovato nell’editoria my cup of tea quando in realtà era solo una fase, di passaggio come tutto il resto. Che poi chissà, in fondo più che essere ricordata mi interessa vedere il mondo.

Anche quest’anno, come lo scorso, la Rete dei Redattori Precari ha fatto i suoi auguri di buone feste agli editori italiani.

Stavolta non doni, ma opere di bene: una bella cartolina recapitata a Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori e in quanto tale rappresentante di quelle case editrici a cui molti dei redattori precari prestano la propria manodopera.

Nessun “Saluti da …”, ma sette domande scomode a cui ci auguriamo che l’illustre destinatario vorrà dare risposta: è il nostro modo per denunciare quello che non ci piace del sistema editoriale italiano e allo stesso tempo gettare un seme di dialogo, sperando che dall’altra parte si pensi non solo agli utili di un gruppo di aziende ma anche alla cultura e alla civiltà di un paese.