iPadding in Italy

14 maggio 2010

Sì, ci stiamo provando anche noi, a fare contenuti per iPad.

Non con la progettazione di un prodotto inedito, ovviamente!, ma con il riciclo di vecchi contenuti da riadattare al nuovo mezzo.

Non che io mi scandalizzi, ormai, per queste cose: anche i famosi collaterali, i libri che andavano (e alcuni vanno ancora) in edicola non erano altro, in gran parte, che mediocrizzazioni di prodotti già esistenti sul mercato, e magari perfino vecchi di decenni (per curatela, traduzione, commento al testo, etc.). Ma in quel caso cambiava al massimo il target, non tanto il metodo di fruizione, mentre ora, come direbbe il buon vecchio Hjelmslev, cambiano sia la forma dell’espressione, che la forma del contenuto.

O più prosaicamente: se si vuole scrivere un testo in inglese, non ha senso formarsi in testa le frasi in italiano e poi cercare di creare un discorso nell’altra lingua; occorre pensare direttamente in inglese oppure affidare la traduzione a un professionista, altrimenti il testo farà schifo, provate pure e poi fatevi rileggere da un madrelingua.

Ecco, con l’iPad è esattamente lo stesso discorso. Non ha un gran senso prendere un articolo (fatto da un testo lineare e delle immagini con le relative didascalie) da una rivista e “riadattarlo”: occorre pensarlo in iPad.

Lo stesso discorso, quindi, ma con alcune aggravanti.

Mi sbaglierò, ma al momento a me l’iPad sembra ancora un giochino per ricchi. Si evolverà, sicuro, e probabilmente la sua evoluzione porterà a un mezzo straordinariamente innovativo, ma allo stato attuale non è un portatile (è caro e scomodo) e non è un telefono (scherziamo?).

Essendo un dispositivo per ricchi – o comunque gente che è disposta a spendere anche parecchio per avere una sorta di iPhone più grande e più fico (entrambe ipotesi perfettamente legittime, per carità) – significa che una app che voglia ricavarsi una minima fetta di mercato dovrà essere di grande qualità oppure molto, molto fica (vedi i fumetti della Marvel, se non sbaglio già su iPhone; con questo non intendo certo dire che non siano di qualità, però, intendiamoci, non è la prima cosa che si nota).

C’è anche il caso, in realtà, di avere la fortuna di possedere un nome già noto, per quanto questo sia un beneficio solo nel breve periodo. Basta dare un’occhiata alla app di USA Today, ancora davvero troppo statica e simile a un sito internet, e quanto può durare se non la modificano?

Escludendo l’eventualità che la nostra rivista possa essere di grande qualità, per motivi già spiegati, ci resta la possibilità di renderla però molto, molto accattivante.

Ora mi chiedo: come si fa a costruire un prodotto per iPad, per di più invitante tanto da indurre qualcuno a comprarlo, solo con testo e foto (ed entrambi raramente di buona qualità)?

Niente: autori per i testi, agenzie fotografiche o fotografi che ci vendano delle immagini degne di tale nome, formazione per redattori e grafici, tecnici che sappiano usare il mezzo, registi o almeno videoamatori che forniscano video originali, gente che si occupi di creare animazioni in After Effects, Maya o anche semplicemente in Flash.

Niente. Il risultato di questo fantomatico prodotto evidentemente si vuole ottenere per trasmutazione alchemica. Almeno ce ne insegnassero le tecniche, però.

Non dico di voler arrivare ai livelli di Viv Mag, però non è che basti incapricciarsi di un’idea a settimana perché questa possa avere un qualche tipo di riscontro economico sul bilancio di una casa editrice. Lo sanno anche i bambini che per ottenere un minimo risultato bisogna investire tempo e denaro, che poi sono la stessa cosa.

E dato che la discussione è stata fin troppo seria, voglio scadere in una generalizzazione: non sarà che in Italia, quando si è manager di alto livello, si tenda a pagare troppo poco per i propri errori e le proprie mancanze? E che nelle famose “aziende a gestione familiare” si ascolti sempre più il richiamo del sangue che quello del mercato?

Di questo passo resteremo competitivi come la nonna di Cappuccetto Rosso.

Riviste periodiche, stampate su carta patinata, argomento design, del quale scrive gente (noi) che molto spesso e molto volentieri non ne sa proprio nulla, ed è grasso che cola se almeno ha un po’ di senso estetico, perché il resto (contenuto) non conta, tanto nessuno le legge (cit.). La premessa per dire che l’apparato iconografico, come a questo punto si può ben immaginare, ha il suo bel peso sulla costruzione del prodotto, nel senso che la sua funzione è principalmente quella di supplire ad altre carenze, nella speranza di strappare a qualcuno un “fiiicooo!”.

Non fatevi passare per la mente idee idiote, tipo che allora sicuramente abbiamo un photo editor impiegato a tempo pieno! Certo, e ogni tanto passa anche a trovarci Babbo Natale.

Beh, però sicuramente abbiamo gente che è consapevole dell’importanza delle immagini nell’economia delle riviste, e quindi fa il possibile per mantenerne alto il livello qualitativo, no?

Vi racconterò una storia.

Redazionali a pagamento. Bruttissima storia.

Un cliente manda quello che secondo lui dovrebbe servirci per pubblicargli un redazionale di due pagine: un catalogo dei suoi prodotti in pdf. Passi per il testo, ché tanto ormai facciamo i salti mortali, che cosa vuoi che sia, ci inventeremo qualcosa che possa sembrare sensato. Ma delle immagini in risoluzione da stampa per riviste fichette-dei-poveri le prendo da un cazzo di catalogo in pdf? Passi (?) pure che il materiale che deve fornire non gli venga specificato per filo e per segno nel contratto che lui firma con la casa editrice, ma almeno sapere cosa chiedergli.

No.

La p.m. (a scanso di equivoci, “product manager”), responsabile da tempo di numerose pubblicazioni, tutte fichette-dei-poveri, mi chiede per la milionesima volta le caratteristiche che il file dovrebbe avere per un risultato di stampa decente – la frase precedente è liberamente riscritta perché nessuna delle parole citate rientra nel vocabolario della suddetta. Ai canonici 300 dpi, etc., il cliente risponde che non sa di cosa lei stia parlando (ma nemmeno lei lo immagina del resto) e manda due file Excel con all’interno dei francobolli sparsi intervallati da scritte, dicendo che si tratta della stessa pagina pubblicitaria che gli ha pubblicato Il Sole 24 ORE.

Faccio due calcoli, ma la puntata di Fringe va in onda stasera in seconda serata. No, non me la sto godendo adesso.

Rispondo quindi che è assolutamente impossibile che possiamo usare quelle immagini.

Lei, stizzita (sì, è chiaro che le sto sul cazzo), mi dice di chiedere l’opinione del grafico. Chiamo il grafico con le mani nei capelli, riferendogli il tutto: anche lui conosce bene il soggetto e, dopo aver visto le immagini che ho estrapolato dai file (1,5 cm di altezza, 2 cm di larghezza, e tutto questo a 72 dpi), le risponde che è assolutamente impossibile usarle.
Risposta: “Eh, però deve trovarmi [sì, parla sempre come se le riviste fossero sue, n.d.r.] una soluzione! Se si dice al cliente che la cosa non si può fare si mostra una chiusura, mentre noi dobbiamo farci vedere propositivi”.

Genio.

Se pensiamo tutti insieme intensamente a delle superbe immagini in alta risoluzione della dimensione giusta, e ci crediamo a sufficienza, queste compariranno sui nostri desktop.

Le immagini Campanellino.