Sento il bisogno di rispondere a “Sara”, l’ex studentessa di Giovanna Cosenza che le ha scritto una lettera pubblicata poi sul blog della professoressa.

Perdonami, Sara, perché sarò cattiva e provocatoria. Perdonami, perché capisco bene ciò che dici, ma non lo condivido. Sono, però, sicura che riceverai diverse manifestazioni di sostegno da chi si trova nella tua stessa situazione, quindi accetta una voce contraria e, se riesci, prendila per ciò che vorrebbe essere: uno schiaffo a chi ha perso i sensi. A volte funziona, a volte, purtroppo, fa solo male.

Non ho mai sopportato chi si lamenta della propria situazione e non fa nulla per cambiarla. E non lo dico per questioni ideologiche o perché così sembro più figa. Probabilmente sono l’educazione e la storia personale, unite al bisogno talvolta anche un po’ crudele di vedersi per ciò che si è, e ciò che si è non è quasi mai piacevole da guardare in dettaglio: spesso è meglio addossare le proprie mancanze ad altri e continuare per la strada che si conosce. Ho fatto anche questo, è umano.

Ho lavorato in editoria, ambito per cui ho studiato e che ho amato molto malgrado le batoste che mi ha riservato: è stato bellissimo vedere il mio nome da traduttrice su testi che ho adorato, nonostante la paga che definire da fame è un complimento, come è stato splendido avere in mano le “mie” riviste, piene delle immagini e degli articoli che io stessa avevo scelto, a fronte di litigi, prese di posizione e perfino mobbing da parte di chi al massimo aveva una licenza media. E tutto ciò perché volevo tenere alta un’idea di “qualità” che, in fondo, là dentro solo io avevo. Proprio come te. Mi sono licenziata, ho deciso che non valeva la pena barattare la mia vita per l’ombra di una vita, mi sono trasferita all’estero, ho ricominciato da capo a 32 anni.

Vogliamo quindi continuare a chiederci di chi è la colpa? Prego, basta che dopo si faccia il passo successivo. Invece no, la mia esperienza è che quel passo lì non si fa quasi mai, si continua a guardarsi allo specchio senza guardare mai in faccia i colleghi, anzi, spesso passando sul loro cadavere, magari nell’istante stesso in cui ci si lamenta della propria vita agra. E sai che c’è? Che se io ho lasciato l’editoria non lo imputo solo a me stessa, alla mia mancanza di bravura o tenacia, né solo agli editori, alle condizioni vergognose che impongono ai loro lavoratori. Lo imputo anche ai colleghi, alla loro completa assenza di solidarietà, alla loro paura perenne e insuperabile, alla loro ipocrisia. Ipocrisia, sì, perché la verità è che per continuare a fare quel lavoro a quelle condizioni devi avere i genitori che ti coprono le spalle, e te le coprono per bene, altrimenti a un certo punto devi cambiare vita.

Accetti a 30 anni un part-time in cui ti pagano 400 euro al mese, con 4 anni di esperienza e una laurea, per andare a sostituire un assunto a 1500 euro al mese? Sì, la colpa è la tua. Ed è colpa tua anche perché impedisci a me di farlo, quel lavoro, soltanto perché io le tue stesse condizioni non le accetterei mai. Perché non posso permettermele, e non solo per una questione economica, che comunque esiste, ma anche di dignità personale. Allora chi “vince” non è mai il più bravo, anche se te lo fanno credere perché hanno bisogno di te, è chi abbassa la testa più a lungo.

Se ho cambiato vita è, ovviamente, perché credo che questo non sia vincere, ma far vincere loro, e questo sulla mia pelle non lo permetto.

Essere “speciali” non è (credere di) scalare le vette del successo, è mantenere la schiena dritta. Fate un piacere a voi stessi e alla società: incazzatevi invece di sentirvi falliti. Fate rete, incontratevi, parlatevi, collaborate. Magari non solo per raccontarvi che la vostra vita fa schifo. Sappiate dire “avrei preferenza di no”.

Perdonami, ma quale mai può essere il peggio che tanto temi, Sara?

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Riprendo la grave questione della trattativa Mondadori, della proposta dei precari e del ruolo di Ichino, perché è stato pubblicato un comunicato stampa dei suddetti precari di risposta alla dichiarazione del giuslavorista al Corriere.

Ebbene, la situazione è esattamente quella che si poteva estrapolare dalle parole di Ichino: i 50 mondadoriani denunciano l’illegale condizione di precarietà contrattuale in cui versano i lavoratori dell’azienda da anni e il fatto che, approfittando della Riforma Fornero, questa abbia deciso di “precarizzare ulteriormente i lavoratori delle redazioni, imponendo loro di aprire la partita Iva o di prestare il proprio lavoro attraverso l’intermediazione di un’agenzia interinale”. Per cercare di sanare questa situazione, i 50 mandano alla dirigenza una lettera con una bozza di proposta, per stilare la quale si rivolgono a Pietro Ichino, ovvero, nelle loro parole, “per proporre all’azienda una soluzione alternativa all’esternalizzazione selvaggia, che preveda la trasformazione delle collaborazioni autonome in rapporti di lavoro subordinato, anche rinunciando ad alcune delle prerogative di questi rapporti, e rispettando la necessità di evitare aumenti di costo e di rigidità per l’azienda“.

In questa luce, le questioni sono tre:

1. La rappresentanza. I firmatari sono 50, nell’intero Gruppo Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (fonte: comunicato stampa di Slc Cgil). Chi non ha firmato ha fatto la fine della zavorra? Sono stati informati della trattativa e hanno rifiutato di firmare? O erano troppo “esterni” per essere presi in considerazione? Sì, perché coloro che stanno proponendo tale inquadramento sono le stesse persone che fino a ieri lavoravano internamente all’azienda, svolgendo mansioni in tutto e per tutto simili a quelle di un dipendente, ma con contratto a progetto. Quindi 50 persone che avrebbero avuto il pieno diritto di fare causa all’azienda per utilizzo illegale di contratto a progetto: attenzione, non è un giudizio, è un fatto, va preso per ciò che è.

2. La scelta di rivolgersi a Ichino. I 50 precari in questione si sono rivolti a Ichino consapevoli del fatto che costui sia il paladino della flexsecurity, tanto da aver dichiarato nel loro comunicato di aver messo sul tavolo delle trattative la loro rinuncia ad alcune prerogative. Quindi l’ingenuità da parte loro è fuori questione. O non tutti ne erano consapevoli e per disperazione si sarebbero rivolti a chiunque? E l’ignoranza è giustificata? Ex colleghi, siete persone con master e dottorati, non potete farvi guidare solo da buona fede, disperazione e colleghi arrivisti che, magari manipolandovi (tutto da capire, infatti, chi abbia proposto proprio Ichino come “consulente”), vi porterebbero ovunque. No, l’ignoranza in questo caso non si giustifica, mi spiace.

3. L’opportunità di preferire un contratto monco a una partita Iva. Ed è sicuramente il punto più delicato. Premetto che non ho mai lavorato con partita Iva, al massimo con contratti di prestazione occasionale (ancora più inconsistenti, volendo). Il problema è duplice, di ordine personale e collettivo. Ho avuto un tempo determinato per due anni e mezzo con una casa editrice che ogni giorno mi faceva scontare il mio contratto (in barba al Ccnl Grafici Editoriali, al quale esso si ascriveva) come fosse una grazia emanata direttamente dall’empireo. Risultato: molta salute persa (e non è un modo di dire), tanto da pensare seriamente di intentare una causa per mobbing. Alla fine, nonostante il mio contratto si sarebbe trasformato quasi certamente in un indeterminato, con tutte le tutele del caso, ho scelto di licenziarmi e chiudere con l’editoria – non perché lo volessi, ma perché in editoria se non ti ritrovi (per fatica, dove si intende un sacco di lavoro gratuito, o sorte) nei giri giusti non lavori, a voglia a mandare curricula. Vale la pena lavorare, e vivere, così? Schiavizzati, privati di prospettive e di speranze, soggetti al capriccio del padrone di turno, che generalmente non viene scelto per merito ma perché più “aziendalista” degli altri, più pronto a fottervi senza farsi scrupoli? Come i colleghi che vi hanno guidato su questa strada, i vostri capetti di domani, statene certi. Mi direte: ma almeno così si hanno delle minime tutele. No, non è vero, si ha un costante ricatto che è impossibile ignorare, visto che in azienda dovrete andarci ogni giorno. Ne vale la pena?

Questione collettiva. E qui permettetemi di essere guidata da un’idea, cosa ben diversa dall’ideologia. Sull’onda della rabbia, e cogliendo lo spunto di un amico, ho paragonato Segrate a Pomigliano: alcuni si sono risentiti del paragone, ma a me continua a sembrare perfettamente calzante. Non si possono cancellare sessant’anni di diritti raggiunti tramite azioni collettive, sindacali, per un interesse personale, o più propriamente, per leccare da terra le briciole cadute dal tavolo della dirigenza pensando che sia nel proprio interesse farlo. E se non capite da soli come stanno le cose, è il caso che qualcuno vi metta di fronte alle vostre responsabilità, visto che poi le conseguenze non saranno solo vostre.

Citando un’amica: “Neanche a me piace l’idea di una guerra tra precari. Ma in questo caso si tratta davvero di un’altra partita: qualsiasi critica al modello Ichino sarà del tutto impotente perché Mondadori potrà sempre tirare fuori l’asso nella manica del ‘sono stati i precari a chiederlo’. Ecco perché è fondamentale che siano altri precari a protestare, magari insieme ai lavoratori dipendenti illuminati, se esistono. Ed è importante che siano i precari Mondadori a iniziare la protesta.”

Precari Mondadori che non sono d’accordo con una simile trattativa, se ci siete, battete un colpo. E fatelo al più presto, prima che tale modello venga applicato a tutti. Perché non è difficile immaginare che Mondadori non si farà sfuggire l’occasione di rispondere, sempre se non l’ha già fatto, trattando al ribasso da una posizione di forza in cui alcuni precari stessi l’hanno messa.

E state attenti, perché c’è già chi inizia ad appropriarsi del vostro silenzio, facendolo passare al mondo per consenso.

Non molti, a parte gli addetti ai lavori, sanno che cosa sta succedendo in questi giorni in Mondadori. Quello che so lo conosco da racconti di (ormai ex) colleghi editoriali e dalle notizie diffuse dalla Rete dei Redattori Precari, oltre che dai quotidiani.

In questi giorni si sono levate molte voci scandalizzate in difesa di Giulia Ichino, senior editor Mondadori, dopo l’intervento di Chiara Di Domenico a un incontro del Pd, “Le parole dell’Italia giusta: lavoro”, durante il quale ha accusato la suddetta di aver ottenuto il posto in quanto “figlia di”. Si può discutere, e se n’è discusso più che a sufficienza, dell’opportunità o meno di fare il suo nome, viste le strumentalizzazioni pre-elettorali a cui si va inevitabilmente incontro, ma la sostanza del suo discorso è vera. Basta ascoltarlo.

Eppure mai così tante voci si sono levate a difendere i precari, costretti da anni, nel silenzio generale, ad accettare condizioni ignobili, pur di cercare di mantenere un lavoro in editoria, aggrappandosi con le unghie e coi denti a un mestiere per il quale si erano formati in anni di studio e di gavetta. Come chiede giustamente Vincenzo Iurillo in un post sul Fatto (il quale, vorrei ricordare, non paga i collaboratori dei blog, in quanto dà loro “visibilità”), dov’erano finora Lucia Annunziata, Luca Sofri, Gianni Riotta, Fabrizio Rondolino? E aggiungo, Giuseppe Genna, che in un suo post indignato su Facebook, diceva che il Pd ha perso il suo voto perché Bersani ha osato abbracciare Chiara e non dissociarsene – insomma, una delle poche cose di sinistra che ha fatto il leader del Pd negli ultimi anni. Che tristezza. La difesa del branco.

E segnalo a questo proposito la bellissima lettera di Chiara, che già dal titolo è un programma: ci vuole molta classe nella lotta.

Per non parlare dei colleghi di Mondadori – ex, ci tengo a sottolinearlo. E colleghi non perché io abbia mai lavorato in Mondadori, ma solo in quanto lavoratori dell’editoria. La solidarietà, da quelle parti, va solo alla senior editor, che peraltro si difende anche in modo piuttosto impacciato, dicendo di essere stata “solo fortunata“. Dimenticandosi che, fortunata o meno, in qualità di senior editor un po’ di voce in capitolo ce l’ha quando si tratta di chiedere un contratto per le persone che lavorano per lei. L’Uomo Ragno sapeva che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, forse a lei non l’hanno detto.

Ad ogni modo, che lei sia raccomandata o meno in un paese di raccomandati non fa molta differenza. Io stessa sono stata accusata di essere raccomandata solo perché ho seguito il Master in Editoria di Eco, che peraltro ho pagato per metà di tasca mia (l’altra metà era coperta da borsa di studio, come per tutti i posti di quel Master), eppure ho lasciato l’editoria, figuriamoci. Non è questo il punto, come spiega bene una mia collega della Rete – lei, sì, sono fiera di chiamarla collega. Lasciamo il linciaggio agli squadristi, quelli veri.

Il punto è che i precari Mondadori avevano contratti in scadenza in questi giorni e, a quanto pare, stavano conducendo una trattativa riservata con l’azienda – o, almeno, 51 di loro; gli altri saranno lasciati al loro destino? Mah. Come lo so? Perché qualcuno ha provveduto a passare la notizia al Corriere. Vediamo: un giorno la figlia di Ichino viene attaccata e Bersani appoggia pubblicamente la persona che conduce l’attacco (che poi, avesse detto chissà che…), il giorno dopo filtra la notizia di una trattativa contrattuale riservata in cui il Santo Ichino viene presentato come il salvatore della Patria. E nell’articolo c’è pure un virgolettato di Ichino. Due più due a casa mia fa quattro, e la “rivelazione” mi sa tanto di vendetta trasversale, o avvertimento, come meglio dir si voglia.

Ad ogni modo, nel suddetto articolo Ichino fa riferimento al “modello già sperimentato dalla contrattazione collettiva nel settore del marketing operativo”, da prendere come esempio. Che cos’è? Questo: un contratto “con modifiche che consentano l’instaurazione di nuovi rapporti di lavoro o la trasformazione dei rapporti attuali dalla forma della collaborazione autonoma a quella del lavoro subordinato con aumenti di costo opportunamente graduati nel tempo e rimodulando a tale scopo le materie dei minimi retributivi, le mansioni e gli inquadramenti, l’orario di lavoro, la flessibilità del lavoro, gli artt. 4 e 24 della Legge 223/91“. Una deroga al contratto collettivo a tempo indeterminato, in sostanza, che poi è l’inquadramento contrattuale a cui praticamente quasi tutti i precari editoriali avrebbero diritto, considerando gli anni di contratti a progetto o di partita Iva fasulla passati a lavorare per la stessa azienda. Infatti, la Cgil questo accordo (marketing operativo) non lo ha firmato.

Cgil che, comunque, pare abbia consigliato ai lavoratori con contratto in scadenza di aprire la partita Iva per garantirsi “una continuità di reddito”. Grazie al cavolo! Non che questo mi stupisca, visto l’incontro di un paio di anni fa con due responsabili Cgil dei grafici editoriali.

Molto ci sarebbe da discutere, invece, sull’intelligenza dei 51 precari mondadoriani firmatari della lettera alla dirigenza che si sono affidati alle amorevoli mani di Pietro Ichino, il quale non ha esitato granché a “tradirli” sul montiano Corriere non appena ne ha avuto bisogno. C’è da aspettarsi che ora saranno costretti ad accettare qualsiasi contratto al ribasso verrà loro proposto, in attesa di essere messi alla porta, o di avere condizioni contrattuali ancora peggiori, come i colleghi che hanno lasciato fuori dalla trattativa – tanti, si suppone, considerando che, in base ai dati diffusi dalla Rete dei Redattori Precari un paio di mesi fa, Mondadori fa uso di contratti atipici per il 55% dei suoi lavoratori. A questo punto ci sarebbe solo da aggiungere che ognuno ha ciò che si merita. Se non fosse per il fatto che questo precedente non varrà certo solo per i collaboratori Mondadori in questione, ma per tutti i lavoratori editoriali, di tutte le case editrici. Pomigliano docet.

Ma si sa, chi la pensa come me è solo uno sfigato che, per troppa intransigenza, ha accantonato il sogno di lavorare nel magico mondo dell’editoria.

Cari ex colleghi, ve lo lascio con tutto il cuore, questo magico mondo, continuate pure a distruggerlo con le vostri stesse mani finché, a forza di trattative riservate e deroghe ai contratti nazionali, pensando sempre di essere i più furbi perché più flessibili, non vi sarete accorti di esservi divorati a vicenda. Auguri, che sopravviva il più scaltro. Che non sarete voi, statene certi.

In chiusura, una domanda di carattere personale, ma non solo: a che cosa serve lavorare con i libri quando questi non vi danno nemmeno la capacità critica di vedere un po’ più in là del vostro naso? E che libri può produrre una persona priva di senso critico?

Non posso definirmi una traduttrice, sarebbe ingiusto nei confronti di chi questo mestiere lo fa a tempo pieno e con tutti i sacrifici del caso, dei quali ho enorme rispetto: conosco più o meno le paghe – a fronte anche della preparazione e della passione di questa gente – e non so davvero come si riesca a sopravvivere se non si è Ena Marchi, Ilide Carmignani o altri nomi del medesimo calibro.

Io traduco nel tempo che mi resta dal mio primo lavoro – il classico call center, per fortuna almeno a tempo indeterminato – e spesso anche durante il mio primo lavoro, nei momenti di pausa tra un flusso di chiamate e l’altro, resettando in continuazione il cervello su quattro lingue diverse – e tenendo il tutto rigorosamente nascosto al capo, che accetta che si navighi su Facebook o che si legga Paris Match, ma non che si tenga allenato il cervello. Non ho studiato traduzione, se non durante il Master e dopo, da appassionata, e non ho nemmeno una vera laurea umanistica (faccio parte degli universalmente vituperati scienziati della comunicazione). Eppure ho la “fortuna” di avere all’attivo la traduzione di quattro volumi e un quinto in lavorazione – è giusto che il termine rimanga tra virgolette perché è frutto di dieci lunghi anni di conoscenza con l’editore (sempre lo stesso, fosse mai che da altre case editrici ti chiamino se non vieni presentato dagli interni) e di guadagni, a fronte del lavoro svolto, da far tremare le vene e i polsi. Mai fatto concorrenza sleale, però: a volte ho l’impressione che se quelle traduzioni non gliele facessi io, nemmeno si preoccuperebbe di darle ad altri.

Non racconto questa storia per giocare al caso umano, ma solo perché a volte mi sembra che “là fuori” nessuno sappia, nemmeno in parte, che cosa vuol dire tradurre, rivedere una traduzione, “fare il lavoro culturale”. E mi chiedo sempre più spesso se tutto ciò ne valga la pena.

Oggi mi sono imbattuta in un commento di un utente Anobii su un libro che ho tradotto. Riporto le sue testuali parole: “Non so bene se è piattolo [maschile di piattola, n.d.r….?] per la traduzione; la traduttrice afferma di aver voluto modernizzare qualcosa che ha trovato desueto; ciò mi fa imbestialire. Naturalmente (per propria natura) ogni storia si modernizza nell’immaginazione del lettore. Grazie cara traduttrice, non avevamo proprio bisogno della tua piatta modernità.” Ammetto che non fosse il libro più bello che io abbia mai tradotto (e l’ho amato comunque!), e anche che sia stato ingenuo da parte mia scrivere nella postfazione (o quel che era) che avevo cercato di fare un lavoro di modernizzazione del linguaggio: conosco bene quel testo e sapevo che sarebbe stato di nicchia, non volevo anche condannarlo a scontare il passaggio del tempo, quando potevo farlo apparire per quel che era, un piccolo capolavoro di stile narrativo, una preziosa e sottile lezione di scrittura. Semplicemente dovevo farlo senza dirlo, sono stata intellettualmente e filologicamente troppo onesta. Piatta, però, non credo di esserlo mai stata, io che soppeso e rileggo ogni virgola per cercare di infilarmi giù nell’inchiostro dell’Autore e vedere le parole che prendono forma con i suoi occhi.

Non è la critica in sé che mi deprime – esiste gente al mondo che riesce a odiare perfino Il piccolo principe o Winnie the Pooh -, è la stupidità e la superficialità con le quali viene fatta: come può una persona giudicare se una traduzione è piatta o meno senza conoscere l’originale (e avendo solo vent’anni, quindi nemmeno con la giustificazione dell’esperienza da revisore di traduzioni)? Non stiamo parlando di Queneau o di Vian, non si trattava certo di un autore che ha fatto della sperimentazione linguistica il suo punto di forza – ma mi pare evidente che chi ha criticato non ha idea neanche di questo. Ecco, la sufficienza con cui la responsabilità del fatto che un testo non sia piaciuto viene attribuita al traduttore mi spaventa. E mi spaventa perché MAI viene fatto il contrario – ed è giusto che sia così! Ma allora il traduttore che cos’è? Se deve essere trasparente e discreto, cercando di rimanere nell’ombra per far emergere l’autore (o almeno questo è il mio punto di vista), deve necessariamente modellare il linguaggio perché questo risulti più armonico a quelle che il traduttore ritiene essere le intenzioni comunicative dell’autore. Tant’è vero che spesso ottimi traduttori sono state persone che la lingua di partenza non la conoscevano perfettamente, ma avevano perfettamente capito l’opera.

La traduzione è il risultato di un insieme di scelte traduttive, di interpretazioni: si può contestare che il traduttore abbia interpretato male, o in maniera superficiale, il pensiero di un autore, ma come si fa ad accusarlo di “piattezza” se non intendendo con questo sciatteria? (E francamente non credo sia il mio caso.)

Capisco le frotte di gente che si ammassano alle porte delle case editrici (in fondo il mito ambivalente del lavoro editoriale, amato e odiato, esiste ancora) e capisco anche che l’educazione di impronta puramente quantitativa che viene oggi impartita porti a credere di essere più bravi per via dell’etica dell’accumulo – per gli amici nerdism (libri o pupazzi di Star Trek poco importa, la logica è quella delle crocette sul muro); ciò che non capisco è la completa ignoranza che circonda questo mestiere, a maggior ragione se questa ignoranza è perpetrata dai cosiddetti lettori forti. Si scherza sugli anziani che osservano i lavori stradali dando indicazioni agli operai eppure rimane opinione comune che quello del traduttore (o del redattore), in fondo, sia un mestiere parassitario che potrebbe fare chiunque, tanto che in rete abbondano le traduzioni di volontari che passano così il proprio tempo.

Ah, la logica dominante di screditamento del lavoro culturale…

E così il momento è arrivato. Lo aspettavo, lo cercavo, anzi, da un po’ e adesso eccolo qui, davanti a me: salutare l’editoria – italiana, ma probabilmente non solo – e andare oltre. Se si tratta di un arrivederci o un addio non posso dirlo, ma non mi illudo: entrare nel giro è davvero molto difficile, rientrarci dopo esserne stati lontani è praticamente impossibile. Un po’ come l’università, non è un ambiente che ti perdona il “tradimento”, ancor meno se questo è fatto per vil denaro: se vuoi starci, campi con quello che (non) ti diamo, altrimenti sei fuori, tanto c’è la fila e comunque la qualità delle pubblicazioni non conta nulla.

Che cosa vado a fare: niente di speciale, si tratta di un’azienda che ha in appalto alcuni servizi informativi della Commissione europea. In pratica poco più che un call centre. Stipendio netto: circa 1.000 euro. Ne valeva la pena? Lasciare una casa editrice in cui venivo trattata a pesci in faccia per produrre carta igienica: sì. Lasciare l’Italia per Bruxelles: sì. Imparare a lavorare in una nuova lingua: sì. Accettare questo lavoro: sì – il TFR e ciò che ho guadagnato dalla vendita della macchina sono quasi finiti, il mio compagno è ancora alla ricerca di lavoro, i miei non possono aiutarmi e abbiamo bisogno di soldi. È comunque più di quanto guadagnerei con due traduzioni di circa 100 cartelle – e, ad ogni modo, 200 cartelle in un mese non si fanno e due traduzioni in 30 giorni chi te le dà? Lavori di redazione? Per l’ultima revisione di un indice ho guadagnato 45 euro lordi.

Ci ho provato e a volte è anche stato bello. Certo, espatriare per finire in un call centre, in una lingua non tua, dimostra come il destino, in fondo, sappia essere profondamente beffardo. Affascinante come un uomo stronzo. Ma forse sono io che mi sono illusa di aver trovato nell’editoria my cup of tea quando in realtà era solo una fase, di passaggio come tutto il resto. Che poi chissà, in fondo più che essere ricordata mi interessa vedere il mondo.

Anche quest’anno, come lo scorso, la Rete dei Redattori Precari ha fatto i suoi auguri di buone feste agli editori italiani.

Stavolta non doni, ma opere di bene: una bella cartolina recapitata a Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori e in quanto tale rappresentante di quelle case editrici a cui molti dei redattori precari prestano la propria manodopera.

Nessun “Saluti da …”, ma sette domande scomode a cui ci auguriamo che l’illustre destinatario vorrà dare risposta: è il nostro modo per denunciare quello che non ci piace del sistema editoriale italiano e allo stesso tempo gettare un seme di dialogo, sperando che dall’altra parte si pensi non solo agli utili di un gruppo di aziende ma anche alla cultura e alla civiltà di un paese.

Un piano B

22 novembre 2011

Nel mio scendere e salir per l’altrui scale, mi accorgo ogni tanto di avere quasi trentatré anni e di aver cambiato circa venti lavori, riconducibili più o meno a sette-otto macrosettori differenti, senza vere prospettive di mettere radici da qualche parte – sì, l’editoria: mi piacerebbe, ma non mi pare che lei mi voglia più di tanto tra le scatole.

Così, tanto per allargare il campo, oggi sono andata a informarmi su un dottorato. L’idea, in realtà, non è nuova: in Italia, nel corso degli anni, ho partecipato a cinque concorsi di ammissione, concorsi che hanno puntualmente vinto altri, generalmente quelli che li dovevano vincere, per un motivo o per un altro. Ma non è questo il punto.

Mi chiedo che cosa io abbia intenzione di fare. Ciò che è nei miei sogni più o meno lo so: vorrei continuare a lavorare come traduttrice e redattrice e nel frattempo fare un dottorato, studiando ciò che amo (fiabe e illustrazioni). Respirare nell’università per usare il fiato in editoria e viceversa, come diceva un mio professore. Magari anche scrivere, a saperlo fare – ma se il resto è un sogno, questa è proprio una pia illusione. Il problema, però, è che non ho un piano B. È ridicolo ed è stupido, ma non ce l’ho. E questo mi paralizza, perché mi conosco e so che vivrò ogni altra cosa come una sconfitta.

Non riesco a togliermi dalla mente:

quella che fu l’ossessione della mia prima giovinezza: proprio come un albero, infatti, immaginavo la vita che mi si apriva davanti. Lo chiamavo, a quell’epoca, l’albero delle possibilità. Solo per un tempo brevissimo ci è dato di vedere così la nostra vita. Ben presto essa ci appare come una strada segnata una volta per tutte, come un tunnel da cui non possiamo più uscire. Eppure, la vecchia immagine dell’albero ci rimane dentro sotto forma di un’insopprimibile nostalgia [M. Kundera, L’identità].

A volte mi sento come Jimmy Rabbitte di The Commitments, che rispondeva alle domande di un’intervista immaginaria sulla presunta fama del gruppo (poi sfasciatosi rovinosamente) persino mentre pisciava in un bagno pubblico. Ecco, mi sembra che la mia mente funzioni esattamente così, concentrata su cose che non avverranno mai. Come un’adolescente, come se vivessi un’esistenza parallela che poco si cura della realtà dei fatti e dello scorrere del tempo, tutta incentrata com’è sulle possibilità. Mi sento come La donna del tenente francese, con la differenza che se scelgo il finale sbagliato sono fottuta, perché l’alternativa nella realtà non esiste.

Vedo i miei amici che hanno figli e da un lato penso che sarebbe bello, dall’altro che sarei inadeguata – e soprattutto, egoisticamente, che una scelta del genere manderebbe tutte le mie possibilità in soffitta. Perché mi comporto come se finora non ne avessi fatte, di scelte? E forse è proprio il mio ego smisurato, che sgomita brontolando alla continua ricerca di riconoscimento, a soffocare le possibilità, per inettitudine a viverle.

Itaca mi ha dato il bel viaggio, che cos’altro mi aspetto?

Ora che ho lasciato l’Italia, e che ho messo un po’ di chilometri tra me e quell’orribile fabbrica dove, dicono, si faceva lavoro culturale, posso raccontare dettagliatamente la mia esperienza nel mercato editoriale italiano.

Tanto per fare citazioni colte, This will not be over quickly. You will not enjoy this, quindi se dovete, non so, rivedere il progetto su come salvare il mondo, o avete una quiche nel forno, lasciate perdere, non ve ne voglio.

Non era una notte buia e tempestosa, ma una giornata piuttosto assolata quando ricevetti dalla segreteria del Master la telefonata che mi annunciava che ero stata ammessa. Un Master in Editoria, ovviamente, e il più prestigioso, a quanto pare. Quanto mi sia servito dopo, lascio giudicare a voi. Quel che so è che mi è piaciuto, e molto, e mi ha insegnato probabilmente più di cinque anni di corsi più o meno inutili all’università. Detto questo, per bucare il muro del “semo tutti amici” dell’editoria italiana quanto basta per sopravvivere con gli introiti del proprio mestiere, non è sufficiente un Master, come tanti pensano, è proprio necessario essere: a) parenti o amici stretti di un editore; b) dei grandissimi intrallazzoni. Quindi, sì!, credo fermamente che chi campa bene lavorando per l’editoria italiana faccia parte di una delle due categorie suddette. (Oppure abbia almeno settant’anni, ma questa è un’altra storia e vale per molti settori “produttivi”.)

Finite le lezioni del Master, c’è lo stage: 6-7 mesi generalmente non pagati (tranne che in Mondadori – eh, già, ma non ero tra quelli), sperando che ti dica bene. Mi è sempre piaciuto più Paperino di Gastone, e questa non è una scelta che il karma ti perdona così facilmente, no no! Dopo 7 mesi di stage aggratiss in una casa editrice che stava mettendo i dipendenti in cassa integrazione e che, per continuare a galleggiare, ha cambiato nome e ragione sociale, sono tornata alla ricerca. Lettere e lettere (intendo proprio di carta, perché le mail si cestinano troppo facilmente) mandate a responsabili di redazione, direttori editoriali, deus ex machina – o sarebbe meglio dire oliatori degli ingranaggi editoriali – hanno portato allo stesso risultato: zero. I più magnanimi (percentuale che si aggirava intorno all’8-10%) rispondevano, ovviamente per mail, dicendo di no: signora mia, la crisi, il buco nell’ozono, la moria delle vacche… Chissà se è un discorso che valeva solo per me o se mangiavano davvero gallette a cena.

Ad ogni modo, e rigorosamente tramite conoscenze, ho trovato un lavoro come copywriter, dal quale mi sono sdegnosamente licenziata dopo due mesi per smettere di scrivere di aziende di spurghi e iniziare a “fare Cultura”. Sì, perché nel frattempo una casa editrice mi aveva miracolosamente risposto per invitarmi a un colloquio, ma allora ero giovane e ingenua, e credevo ancora che Babbo Editore (forse un Anziano dell’AIE) lasciasse i classici fuori catalogo sotto l’albero. Come potevo sapere che si trattava dell’editore che vanta il più alto tasso di “mortalità” dei lavoratori dopo le miniere di carbone? Esagero? Io sono stata il numero 107 (numero raggiunto in tre anni) ad andarsene/essere cacciato – orgogliosamente la prima opzione, nel mio caso.

Così inizia l’avventura che mi ha convinta definitivamente a espatriare senza rimpianti. Vengo assunta con contratto a tempo determinato – una mosca bianca in editoria – e lanciata – letteralmente: spinta dall’alto senza paracadute – nel mondo delle riviste. Mi ritrovo dal primo giorno, senza alcuna formazione lavorativa precedente, a essere responsabile di tre riviste, poi aumentate a quattro. “Avranno fiducia in me”, pensai. Certo, oppure il Capo fantoccio delle riviste commerciali, che non vuole responsabilità davanti al Capo vero (il proprietario), deve dare in pasto agli agenti qualcuno da fare a pezzi se non si vende abbastanza pubblicità. Oppure nemmeno loro in realtà sanno che cosa diavolo devono fare. Scegliete voi l’opzione che più vi piace. I fatti sono che mi sono ritrovata a mettere insieme delle riviste bilingui in italiano e russo e italiano e arabo senza conoscere né il russo né l’arabo – ho dovuto reinventare l’intera impaginazione per farne uscire qualcosa: più che una redattrice, ero un ingegnere civile. Sì, in fondo, quando me ne ricordo, mi sento un po’ Jack London che ha solcato tutti i mari uscendone indenne. Ma almeno lui aveva l’alcol, forse avrei dovuto iniziare anch’io.

Anyway, dopo sette mesi così – eppure, amavo ancora quel lavoro -, non appena chiesi la licenza matrimoniale, puntuali come la morte, cominciarono a togliermi le riviste per affidarle a una tizia arrivata dall’organizzazione fiere che non solo non aveva la minima idea del lavoro editoriale, ma sapeva anche male l’italiano. Senza alcuna spiegazione, neanche mezza!, pretendendo da me pure che le facessi formazione. Così per un anno sono diventata la segretaria della redazione: prendevo le telefonate internazionali perché ero l’unica a sapere l’inglese, scrivevo un articolo di qua, correggevo una ciano di là, e nel frattempo mi affidavano qualche missione impossibile tipo fare una nuova rivista in lingua inglese dal nulla in un mese. Per occupare il mio tempo – quindi li ringrazio, perché in fondo pensavano a me – mi davano anche da scrivere qualche grosso progetto (rifacimento siti, un piano di social marketing) che poi nessuno leggeva. Quello che non mancava mai era il lavoro di traduzione in inglese di mail, atti di compravendita, lettere di reclamo, documenti fiscali dei figli del Capo, che pensavano bene di utilizzare me invece di una segretaria personale.

Perché non mi sono rivolta ai sindacati? Oh, sì, che l’ho fatto! E credo che difficilmente disturberò di nuovo il loro sonno.

Arrivata alla fine dei primi 18 mesi di contratto, inaspettatamente questo mi venne rinnovato, non più nella redazione riviste, ma libri. Mi resi conto fin da subito che tutto ciò che mi avevano fatto fino ad allora era niente in confronto a ciò che mi aspettava. Parlo di scenate isteriche davanti a tutti, di attribuzioni di colpe per cose magari fondamentali ma mai spiegate, di pura cattiveria sfogata giornalmente per motivi contrari a ogni logica redazionale: il redattore non deve leggere il testo, non deve correggere troppo (ma il limite di questo “troppo” variava sensibilmente di giorno in giorno), non deve entrare nel merito del contenuto ma se c’è un errore lo deve vedere altrimenti ricomincia il circolo della colpa, della pubblica mortificazione e del disprezzo. La stessa ottusa mancanza di logica che non fosse la pura affermazione gerarchica che riesco a immaginare nell’esercito. Però applicata a una casa editrice, un “luogo che produce cultura”: Se voi signorine finirete questo corso, e se sopravvivrete all’addestramento sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere! Certo, redattori come dispensatori di morte cerebrale.

Diversi malanni dopo, non vedendo luci in fondo al tunnel, e non riuscendo comunque a pagare affitto e rate della macchina, decisi di dimettermi. Alla notizia, chiaramente nessuna controproposta e una figlia del Capo che mi dice: “Brava, fa bene cambiare aria ogni tanto”.

Ora lavoro da esterna per una piccola casa editrice, sempre italiana – e, a scanso di equivoci, per non confutare la mia stessa ipotesi: lavoro per loro perché li conosco da 10 anni, me li presentò il professore che mi seguì per la tesi. Ma, dato che non faccio parte né del gruppo a) né di quello b), guadagno vergognosamente poco, buona parte del lavoro che faccio lo faccio gratis (tipo: cercare autori da proporre, “riguardare l’impaginato”, ecc.) e per riuscire a vedere i soldi che mi spettano devo sempre fare la voce grossa. Attualmente continuo a mangiare grazie ai soldi del TFR del lavoro precedente e sperando di riuscire a vendere la macchina.

Mi piacerebbe molto continuare a lavorare in editoria – amo tradurre, correggere, scrivere, controllare. Magari succederà, molto probabilmente no, ma nonostante gli sforzi, la preparazione, la passione e le notti insonni non sono disposta ad accettare qualsiasi prezzo perché questo accada. I libri mi hanno già salvata.

Questo post solo per segnalare tre begli articoli usciti sulla questione del prezzo del libro: I conti di Sandro Ferri su Lipperatura, Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia di Marco Cassini e Salva un libro, uccidi un editore! della redazione di Derive & Approdi.

Inutile dire che mi trovo d’accordo con tutti e tre.

Premetto che il discorso che segue non è universalmente valido, come nulla di ciò che è contenuto in questo blog del resto, ma si applica solo alla casa editrice per cui lavoro – ancora per poco, grazie al cielo. Si parla quindi di editoria tecnica, ovvero manualistica per professionisti, e (pseudo)universitaria.

Come vengono scelte le opere da pubblicare? Ho a che fare giornalmente con diversi cosiddetti “editoriali” – che poi sarebbero responsabili di collana ma con un profilo spiccatamente commerciale (in sostanza non sanno una mazza di lavoro redazionale/editoriale) – e la risposta è valida per tutti loro e per tutti i settori di cui si occupano: per conoscenze convenienti o tramite finanziamento. Il secondo caso è molto semplice, si paga per pubblicare: lo fanno enti pubblici, società, fondazioni, ecc. (Con noi) non privati, che io sappia, i quali “pagano”, però, in altro modo (e si arriva al primo caso): per esempio, fanno adottare il proprio libro a un corso, universitario o non, oppure arrivano con una bella lista di aziende interessate a comprarlo. Ma come fidarsi dell’autore, ovvero del fatto che in un modo o nell’altro questi porterà guadagno? Perché, direttamente o indirettamente, gli editoriali lo conoscono: pubblica con loro da tempo (escono a volte perfino 4-5 libri l’anno dello stesso autore, con ovvie ricadute sulla qualità del contenuto) oppure è lo/a schiavo/a di coloro che, appunto, sono “dentro” da tempo. Gli “esterni” non vengono presi in considerazione, nemmeno in quanto degni di risposta. Ricambio zero, qualità delle pubblicazioni – tranne rari casi – incredibilmente scadente.

Torno ai finanziati per dire una cosa, questa sì generalizzabile: non pagate mai per pubblicare, mai! La casa editrice che riceve dall’autore (o da chi per lui/lei) dei soldi per produrre un libro, non ha alcun interesse a promuoverlo, né a distribuirlo, perché si è già ripagata i costi e oltre. Vi dicono che ne tireranno 300 copie? Falso, ne tireranno (in digitale) quanto basta per mettervele nella libreria che avete sotto il naso e farvi credere di averle distribuite.

Per i libri non (direttamente) finanziati, esistono invece diverse (basse) strategie di promozione, alias specchietti per le allodole: per esempio, si prende un libro da 40-50 euro in formato grande, se ne tagliuzzano un paio di capitoli e di questi due capitoli, senza variazione alcuna, si fa un libretto in formato ridotto da 18-30 euro circa, rimandando al formato grande per approfondimenti. Non è un’esagerazione, l’ho fatto personalmente tante volte, è una pratica comunissima. Ovviamente questo aborto il più delle volte non passa nemmeno dal correttore, perché pare che non ne abbia bisogno – dato che il redattore non può leggere, i riferimenti interni si correggono da soli, no?

Prima che qualcuno si sogni di dire che l’editoria è tutta una mafia, però, racconterò un’altra cosa – dando per scontato che effettivamente dove lavoro io, nella grande casa editrice di Mordor, è proprio tutta una mafia. Collaboro invece anche con una piccola casa editrice e ho visto personalmente l’editore (lui, il Capo) scegliere per la pubblicazione un manoscritto, effettivamente molto buffo, arrivato per posta dal Signor Nessuno. Questo era a beneficio di chi non capisce la differenza tra grandi e piccole case editrici.