Oggi mi sono capitati per le mani gli originali di un volume, una sorta di manuale universitario, sull’integrazione scolastica di persone con disabilità e relativi case study. Un libro interessante, che affronta la questione dal punto di vista della governance locale. Peccato per la prefazione, scritta da un emerito cretino che di professione fa pure il dirigente scolastico (non si sa come) ma mette la sua firma unicamente come rappresentante dei finanziatori della pubblicazione  – fosse mai che si produca un libro non finanziato, almeno parzialmente, o non adottato praticamente per contratto da un docente universitario; ma questa è un’altra storia.

Per farla breve, in questa prefazione che cambierà le magnifiche sorti e progressive, il cretino esprime il seguente concetto, che cito letteralmente: “[…] verso coloro con cui madre natura non è stata così generosa […]”. In un volume sull’integrazione dei disabili. Mi è caduta la mascella sulla pagina. (Sì, avete ragione, non dovrei leggere per fare editing, è una terribile abitudine che estirperò presto.) Con la bava alla bocca (ma esteriormente tranquilla, sembra che si ottenga di più) ho portato il capolavoro alla mia responsabile, che mi ha risposto più o meno così: “Ma è uno di quelli che pagano? Perché se è così è meglio non cambiare la frase”. Ma la perla è questa: “Anche perché alla fine è vero che con loro la natura non è stata generosa, no?” Domanda ripetutami più volte per conferma, forse a causa del mio sguardo volutamente inespressivo, dato che se avessi dovuto esprimere qualcosa sarebbe stata di sicuro la perfetta replica della testata di Zidane, ma più forte. E con te pensi che lo sia stata, generosa?

Devo dire solo due cose:

1. Baraghini, ho sempre più voglia di lavorare per te.

2. Grazie, Signore, che hai reso il redattore una creatura anonima. Grazie che lo privi della firma nel colophon. Grazie che il mio nome non sarà mai associato a cotanta porcheria.

Consideriamo il caso di un editore che, per ottimizzare il guadagno, decida (benché “decidere” sia un termine impegnativo nel nostro caso) che la produzione vada completamente standardizzata, e per farlo metta in atto delle precise strategie paleocapitalistiche. Prendiamo, quindi, l’esempio concreto dei libri, la produzione dei quali potrebbe verificarsi con gli utili accorgimenti indicati di seguito.

1. Nessun redattore segue la nascita e il compimento di un volume, ma ciascuno di essi può intervenire su qualsiasi cosa, perfino soltanto su una minuscola parte di testo, magari qualche capitolo soltanto. Nessuno sa minimamente, quindi, che cosa si ritrova per le mani.

2. Per fare l’editing non si legge, è tassativamente vietato, sennò si perde tempo. Si indica al tipografo (non al grafico, inutile passaggio eliminato), su originale cartaceo (la tecnologia distrae), come impaginare il volume (perché si usa di volta in volta una tipografia diversa, scelta in base al rapporto tra la maggiore velocità e il minor costo).

3. Si impara che del correttore (persona che spesso di mestiere fa tutt’altro, e si vede: alla correzione di bozze arriva generalmente per parentela) bisogna fidarsi (verbo generalmente e giustamente bandito dal lessico del redattore). Di conseguenza, in clima di amichevole “fiducia”, gli si delegano anche le scelte sostanziali – cosa che comporta, coerentemente alla legge di Murphy, tutte le decisioni sbagliate possibili che un correttore possa prendere.

4. Si limitano, e possibilmente si bandiscono, i rapporti con gli autori, che, per loro stessa natura (esterna), potrebbero instillare dubbi nella fragile e acritica mente del redattore industriale. Anzi, meglio evitare qualsiasi contatto umano, e per raggiungere lo scopo si fomenta la (già grave di suo) paranoia del redattore: gli si fa credere che i colleghi lo odino, che guadagnino più di lui, che vogliano fargli le scarpe. E di norma non ci si discosta troppo dalla realtà: come nei peggiori call center di Caracas, ciascuno è controllato dai suoi pari, e il numero delle volte in cui questi si reca in bagno viene diligentemente riportato al capo.

5. Nessuna formazione. La formazione porta alla consapevolezza del proprio ruolo e della propria professionalità: in sostanza dà meno possibilità al capo di tenerti per le palle. Così, invece, nessuno rivendica nulla, perché l’assenza del nome dal colophon, l’anonimato, garantisce, in fondo e nella maggior parte dei casi, la mancanza di responsabilità. Per questo, per esempio, le norme cambiano senza motivo da una pubblicazione all’altra, perfino all’interno della stessa collana, ma che dico, anche volume, senza che esista una risposta univoca, o quasi, su una dicitura formale: io non so e quindi neanche tu devi sapere, e ti tengo nel dubbio cambiando versione di volta in volta.

Tra le risposte più belle che ho avuto da un collega in questi giorni c’è questa: a un dubbio espresso su alcuni valori all’interno di una tabella, mi è stato detto che se la tabella l’ha fatta l’autore, andrà bene così. Un carpentiere mi avrebbe dato con molta probabilità una risposta più pertinente.

Dopo aver parlato così male dei grafici (industriali), è arrivato insomma il momento dei redattori (industriali).

Un altro aneddoto sulle cose che voi umani e i bastioni di Orione. Ho visto in un testo cinque livelli di note, cinque. Ovvero all’interno del “livello nota a piè di pagina”, vi erano altri quattro livelli di profondità, fino a scendere alla nota della nota della nota della nota. Senza alcun segno grafico a distinguere un livello dall’altro. Magnifico, degno di Borges.