Le trecce di Raperonzolo

16 luglio 2010

Ogni tanto racconto una storia perché è ciò che so fare, e vorrei saperlo fare molto meglio. Un blog serve a questo, credo: a narrare il proprio modo di vedere il mondo. Non è certo un diario segreto – nonostante da bambina e da adolescente ne fossi una compilatrice compulsiva, ma ora preferirei rileggere Baricco piuttosto che dover sfogliare quella noia mortale. La storia che racconto non è sempre a lieto fine.

Nei giorni scorsi mi è capitato uno scambio di mail per chiedere informazioni su un corso di perfezionamento a una docente dell’antica e prestigiosa Università di ***, nonché alla tutor del relativo corso. Tralascio considerazioni dettagliate sull’intelligenza di quest’ultima, perfetta burocrate alla quale si chiede chiaramente X e lei risponde vagamente Y: che sia la solita iperspecializzata che fa un mestiere molto diverso dalle sue aspettative, che venga pagata poco per ciò che fa, che la trattino male, che le sia morto il pesce rosso, ammetto di essere intollerante alla totale mancanza di professionalità di chi non si prende nemmeno la briga di leggere quanto le viene chiesto e rispondere di conseguenza, invece di ripetere una lezione imparata a memoria, dimostrando evidente disinteresse per le esigenze di chi invece dovrebbe “aiutare e guidare”, essendo pagata per questo. Un robot: la caratteristica del tutor perfetto per gli standard italiani.

Per quanto riguarda la docente, la faccenda è più grave e indicativa: nonostante la manciata di link che descrivono la sua lunghissima esperienza in calce alla firma, la professoressa risulta alquanto noncurante del fatto che per sopravvivere il suo corso abbia bisogno di iscritti, e che quindi ogni persona interessata sia un potenziale cliente – “cliente”, sì, non è una bestemmia, chi paga per avere un servizio, anche di formazione, è tale, non è la scuola dell’obbligo. Eppure la signora si permette di rispondere a chi osa proporle di rateizzare la quota di iscrizione che si tratta di una cifra bassa (certo, per un’inamovibile baronessa dal lauto stipendio fisso), ma se proprio vuole provare a cercare da un’altra parte, prego, si accomodi. Non solo: fa pure i conti in tasca al malcapitato che chiede informazioni, dicendogli in sostanza che se si è potuto permettere altre cose (?!) può affrontare anche questa spesa, quasi fosse tutta una questione di volontà.

Piccoli brividi.

Che gente simile non abbia alcun contatto con la realtà mi pare evidente: non solo non sanno che cosa sia un contratto di lavoro precario o la fatica di dover dimostrare ogni momento di valere qualcosa nonostante i figli di qualcuno (spesso di professori universitari, appunto) ti passino sempre avanti, ma dall’alto della loro infinita arroganza si permettono anche di deriderti per le tue scelte.

A questo punto non so proprio che cosa ci sia da ridere: fa ridere che un non raccomandato specializzato non si arrenda al suo destino e cerchi costantemente di migliorare? Anche solo per passione personale, visto nella professione difficilmente la preparazione viene valorizzata. Oppure risulta spiritoso che un “giovane” (si fa per dire) non abbia 800 euro da versare tutti assieme? No, aspetta, ecco!: dev’essere divertente vedere che qualche sfigato venga giudicato per il suo lavoro invece di campare di rendita sul suo posto fisso pubblicando libri quasi esclusivamente con la university press cittadina (e spiega bene Michele Filippini come queste funzionino in Italia) e non alzando mai il sedere per andare a presentare le sue imprescindibili e indispensabili ricerche in convegni esteri, per regalare alla triste giornata dei suoi colleghi stranieri grasse risate. Ovviamente molto simpatico anche notare che, banchettando pantagruelicamente sulla completa mancanza di meritocrazia, persone del genere tendono solo a riprodurre il sistema in maniera identica. Se incoraggiassero menti pensanti ad andare avanti nella carriera universitaria, dovrebbero convivere con la quotidiana angoscia di dover produrre conoscenza. E perfino scientificamente valida, quelle horreur!

Sto morendo dal ridere. Piuttosto che rimanere rinchiusa in simili torri d’avorio, la povera Raperonzolo con le sue trecce si sarebbe impiccata.

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La casa editrice bolognese Odoya/I Libri di Emil ha recentemente inaugurato la collana Libera la Ricerca, che si propone di pubblicare i lavori di ricercatori universitari precari, con scelta delle opere da inserire in catalogo basata su un sistema di doppio blind referee (double-blinded reviewing). Michele Filippini, il responsabile del progetto, si è molto gentilmente prestato a rispondere ad alcune domande.

Non conosco dall’interno il percorso di produzione nelle case editrici di saggistica universitaria, né nelle university press. Quando (sul vostro sito) si parla di richieste di “migliaia di euro per una pubblicazione” ci si riferisce alle prime o alle seconde? E i finanziamenti vengono stanziati a livello statale, o chiesti agli autori?

Michele Filippini: Ormai tutti chiedono soldi. Non c’è mercato in Italia per le pubblicazioni universitarie, se non per una piccolissima parte di esse. Perfino le case editrici più conosciute hanno collane nelle quali si pubblica solo con cofinanziamento, che poi i soldi vengano da stanziamenti per la ricerca, da PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale), da fondi europei, poco importa. All’autore viene fatto uno sconto solo nel caso dimostri che il libro verrà messo in programma come testo obbligatorio di preparazione agli esami.
Le university press non richiedono soldi perché sono l’espressione di un finanziamento “a monte”, e di conseguenza dipendono finanziariamente per intero dalle Università, non producono utili. Inoltre non solo è molto difficile farsi pubblicare se non si fa parte di un certo “giro”, ma i libri praticamente non hanno distribuzione.

Dato che il margine di ricavo di queste pubblicazioni non sarà molto alto, in che modo riuscite a investire così massicciamente sulla distribuzione (Messaggerie)?

M.F.: Disponiamo di Messaggerie solo perché è il distributore di Odoya, altrimenti non sarebbe stato possibile sostenerne i costi.
Messaggerie comunque si occupa unicamente della distribuzione, e non della promozione, dei libri della collana Libera la Ricerca: in sostanza i nostri volumi possono essere ordinati in qualsiasi libreria d’Italia, mentre la promozione è affidata all’autore. Non esistono agenti che “vendono” i LLR alle librerie, e per noi va anche meglio, sia perché così si ha un ulteriore taglio dei costi, sia perché si evitano i resi. Inoltre sappiamo che lo spazio nei punti vendita è limitato, che il nostro pubblico è di nicchia e che con una rete di promotori faremmo tanta fatica per non avere comunque un’adeguata visibilità.
Il fatto che i libri LLR escano con licenza Creative Commons, scaricabili gratuitamente da Google Libri o dal sito della casa editrice, aiuta moltissimo nella promozione e, al contrario di quello che si può pensare, aiuta anche nelle vendite.

Esiste il pericolo reale che si vengano a creare due canali di pubblicazione? Uno, quello “ufficiale” tuttora vigente, e un altro alternativo, che però, ai fini dei concorsi di ricerca e superiori, si configuri come “di serie B”?

M.F.: I diversi canali ci sono già, e sono ben più di due. Esistono “stampatori” (definirli editori è arduo) che hanno addirittura un prezzario a pagina. Fanno un grossolano editing, impaginano, mettono l’ISBN, stampano e ti inviano le copie che hai acquistato. Libro in mano a partire da 500 euro. Uno “stampatore” medio ne fa anche 3-400 l’anno.
Certo, se un aspirante ricercatore si presenta a un concorso con un libro di una casa editrice universitaria importante fa tutt’altra figura, ma tanto anche quello spesso si compra, quindi a mio avviso conta poco.
Con LLR la sfida è anche questa: fare in modo che, grazie al doppio blind referee, le pubblicazioni mantengano sempre un alto livello qualitativo. È una pratica che nessuno mette in atto, ma che noi, proprio in virtù del fatto che non chiediamo soldi, ci possiamo permettere. Sulle copertine dei nostri libri, infatti, è ben visibile il timbro “peer reviewed”.

Si ringraziano Michele Filippini e Libera la Ricerca.

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In altri Paesi, penso per esempio agli Stati Uniti, il ruolo di divulgatori della ricerca universitaria lo assumono in toto proprio le university press, le quali in realtà producono utili, per una ragione molto evidente: sono in concorrenza tra loro e hanno tutto l’interesse a pubblicare – e promuovere, e distribuire! – volumi che diano prestigio non solo a loro, ma anche all’istituzione universitaria che rappresentano. Basta un’occhiata veloce al catalogo della Princeton University Press. In sostanza la possibilità che funzionino, e anche bene, c’è, ma come al solito siamo in Italia.

Partendo, quindi, dalla realtà dei fatti, capisco e condivido la necessità di trovare, e urgentemente, un canale di divulgazione alternativo per la ricerca universitaria.

In qualità di lettrice e di redattrice mi rimane solo qualche dubbio sull’opportunità del peer reviewing, dubbio che in realtà non so quanto sia legato alla pratica in sé e quanto alle scelte delle singole case editrici. Molto spesso, infatti, i paper scelti tramite peer reviewing che vanno a confluire in volumi collettanei o riviste risultano illeggibili se non agli “iper-addetti” ai lavori: non è che, quindi, questo modo di selezione favorisce il rischio di indicare – anche inconsapevolmente – come validi alcuni testi solo perché rispettano determinati standard propri dell’università italiana, primo fra tutti l’autoreferenzialità (uso del linguaggio, tipo di citazioni, etc.)? La saggistica universitaria in lingua inglese non restituisce affatto l’impressione di qualcuno che parla unicamente ai propri simili. Se ci si vuole aprire al mercato forse è più utile un editor oculato e informato che scelga i testi giusti: innovativi, che mostrino la validità reale, non solo accademica, della ricerca italiana.

Mi rendo conto che la mia, però, è la prospettiva dell’editore, non del ricercatore, e di conseguenza non tiene conto di questioni fondamentali – perché l’accesso alla ricerca e il ricambio generazionale (in un ambito dove le idee costituiscono l’essenza stessa del lavoro) lo sono davvero, e per tutti. Per entrare di ruolo all’università servono pubblicazioni, che vengono accettate dalla comunità scientifica anche in virtù di un “bollo” di validità a monte. Oppure si conosce qualcuno. Oppure si è disposti a pagare, spesso anche parecchio. Pratica non sbagliata e immorale in sé, ma disonesta nella sua presentazione: come giustamente detto da Filippini, chi chiede soldi agli autori non è un editore ma uno stampatore. Pratica che diventa ancora più disonesta se chi chiede soldi ha un nome conosciuto e dimensioni non trascurabili, saggistica universitaria o meno.

E aggiungo, tra parentesi: se qualcuno vuole mettervi le mani nel portafogli, non cedete alla vanità, e piuttosto stampate il vostro romanzo nel cassetto con un qualsiasi servizio di self publishing (Il mio libro.it, Lulu.com, …) o, meglio, per iniziare mettetelo a disposizione in pdf con licenza Creative Commons. A trovare un editore si è sempre in tempo.

Tornando a noi, benché servirebbe una riforma strutturale sia dell’università che, di conseguenza, dei mezzi di divulgazione della conoscenza, trovo molto valido e potenzialmente efficace il progetto Libera la Ricerca per due ordini di motivi:

1. i manuali e i libri universitari saranno i primi testi a essere prodotti solo in digitale (per la loro stessa natura di oggetti di consultazione, su dispositivi portatili come il Kindle): una collana che nasce con questa impronta non potrà che trovarsi avanti quando tutti gli altri dovranno riconvertire la produzione.

2. È possibile che gli utenti (lettori), sperimentando la possibilità di scaricare e condividere testi scientificamente validi, e avendo la facoltà di giudicarli, maturino una posizione critica nei confronti dei mezzi (case editrici) tradizionali, che dovranno a quel punto cercare di adattarsi alla fruizione orizzontale anche della saggistica universitaria. Né più né meno di quanto è scaturito dal confronto tra quotidiani e riviste “ufficiali” e i blog, insomma: in molti casi sono i secondi (alcuni dei secondi, ovviamente, ma distinguere è uno dei tratti fondamentali della navigazione internet) a prevalere sui primi, anche per livello di credibilità.

La ricerca rende liberi, e sono fiduciosa che dalle parti di Libera la Ricerca riusciranno anche a divulgarla.