Sento il bisogno di rispondere a “Sara”, l’ex studentessa di Giovanna Cosenza che le ha scritto una lettera pubblicata poi sul blog della professoressa.

Perdonami, Sara, perché sarò cattiva e provocatoria. Perdonami, perché capisco bene ciò che dici, ma non lo condivido. Sono, però, sicura che riceverai diverse manifestazioni di sostegno da chi si trova nella tua stessa situazione, quindi accetta una voce contraria e, se riesci, prendila per ciò che vorrebbe essere: uno schiaffo a chi ha perso i sensi. A volte funziona, a volte, purtroppo, fa solo male.

Non ho mai sopportato chi si lamenta della propria situazione e non fa nulla per cambiarla. E non lo dico per questioni ideologiche o perché così sembro più figa. Probabilmente sono l’educazione e la storia personale, unite al bisogno talvolta anche un po’ crudele di vedersi per ciò che si è, e ciò che si è non è quasi mai piacevole da guardare in dettaglio: spesso è meglio addossare le proprie mancanze ad altri e continuare per la strada che si conosce. Ho fatto anche questo, è umano.

Ho lavorato in editoria, ambito per cui ho studiato e che ho amato molto malgrado le batoste che mi ha riservato: è stato bellissimo vedere il mio nome da traduttrice su testi che ho adorato, nonostante la paga che definire da fame è un complimento, come è stato splendido avere in mano le “mie” riviste, piene delle immagini e degli articoli che io stessa avevo scelto, a fronte di litigi, prese di posizione e perfino mobbing da parte di chi al massimo aveva una licenza media. E tutto ciò perché volevo tenere alta un’idea di “qualità” che, in fondo, là dentro solo io avevo. Proprio come te. Mi sono licenziata, ho deciso che non valeva la pena barattare la mia vita per l’ombra di una vita, mi sono trasferita all’estero, ho ricominciato da capo a 32 anni.

Vogliamo quindi continuare a chiederci di chi è la colpa? Prego, basta che dopo si faccia il passo successivo. Invece no, la mia esperienza è che quel passo lì non si fa quasi mai, si continua a guardarsi allo specchio senza guardare mai in faccia i colleghi, anzi, spesso passando sul loro cadavere, magari nell’istante stesso in cui ci si lamenta della propria vita agra. E sai che c’è? Che se io ho lasciato l’editoria non lo imputo solo a me stessa, alla mia mancanza di bravura o tenacia, né solo agli editori, alle condizioni vergognose che impongono ai loro lavoratori. Lo imputo anche ai colleghi, alla loro completa assenza di solidarietà, alla loro paura perenne e insuperabile, alla loro ipocrisia. Ipocrisia, sì, perché la verità è che per continuare a fare quel lavoro a quelle condizioni devi avere i genitori che ti coprono le spalle, e te le coprono per bene, altrimenti a un certo punto devi cambiare vita.

Accetti a 30 anni un part-time in cui ti pagano 400 euro al mese, con 4 anni di esperienza e una laurea, per andare a sostituire un assunto a 1500 euro al mese? Sì, la colpa è la tua. Ed è colpa tua anche perché impedisci a me di farlo, quel lavoro, soltanto perché io le tue stesse condizioni non le accetterei mai. Perché non posso permettermele, e non solo per una questione economica, che comunque esiste, ma anche di dignità personale. Allora chi “vince” non è mai il più bravo, anche se te lo fanno credere perché hanno bisogno di te, è chi abbassa la testa più a lungo.

Se ho cambiato vita è, ovviamente, perché credo che questo non sia vincere, ma far vincere loro, e questo sulla mia pelle non lo permetto.

Essere “speciali” non è (credere di) scalare le vette del successo, è mantenere la schiena dritta. Fate un piacere a voi stessi e alla società: incazzatevi invece di sentirvi falliti. Fate rete, incontratevi, parlatevi, collaborate. Magari non solo per raccontarvi che la vostra vita fa schifo. Sappiate dire “avrei preferenza di no”.

Perdonami, ma quale mai può essere il peggio che tanto temi, Sara?

Ora pare che io ce l’abbia con Il Post. Un po’ sì, in realtà, tanto che lo leggo sempre meno: la supponenza di chi vi scrive mi riesce poco sopportabile. Non che sia un vizio solo loro, per carità, anzi, è il più diffuso e il più banale tra i vizi dei giornalisti italiani: sposare un’ideologia e applicarla ai fatti, senza troppo preoccuparsi che la propria tesi aderisca o meno alla realtà. L’informazione è solo un danno collaterale, tanto si suppone che il lettore non sia in grado di farsi una propria opinione, ma possa solo accettare con entusiasmo l’idea più in voga del momento. (Un po’ ciò che fece per esempio anche Alberto Orioli sulla riforma Gelmini dell’università.)

Stavolta si parla di imposizione di un tetto di sconto sui libri (d.d.l. 2281, Nuova disciplina del prezzo dei libri): l’intervento viene definito nel primo articolo in questione “proibizionista”, “smaccatamente statalista e regolamentatorio” e accusato di avvantaggiare “tutti meno che i consumatori”. Riassumendo insomma pare che si tratti di “una barriera corporativa di editori e librai tradizionali nei confronti dell’apertura del mercato alla concorrenza moderna delle librerie online, con i benefici per i consumatori che sempre arrivano dai regimi liberi e di maggiore concorrenza”. Così i paladini della concorrenza.

Come se non bastasse, a (si suppone, dato che l’articolo non è firmato) Luca Sofri si aggiunge Francesco Costa, rincarando la dose: “provvedimento statalista, dirigista, fascista/comunista”.

Eppure informarsi sulla questione era tutto sommato semplice: bastava, per esempio, fare un giro sul blog dei Mulini a Vento (un folto gruppo di piccoli e medi editori e librai italiani), che rimanda anche alla legge francese, la più avanzata (o dirigista/fascista/comunista/mortadellista/fancazzista, come etichettar si voglia) sulla questione del prezzo del libro (e relativi sconti). Una legge del 1981. Infatti da loro una simil-Mondadori (nel senso di un mega-editore che ha fagocitato il resto) non esiste.

Un’informazione: quando parlate di “cartello corporativo” e simili sparate propagandistiche pseudo-liberiste, date un’occhiata alle case editrici che aderiscono ai Mulini a Vento. Avete presente che cosa sono Stampa Alternativa, Edizioni dell’Asino, Terre di Mezzo? Così, solo per citarne tre. Informatevi. E poi attivate il tarlo del dubbio, se da qualche parte l’avete lasciato vivere.

L’approvazione di questa legge innanzitutto non è una vittoria per nessuno, o almeno è una vittoria/sconfitta (secondo il punto di vista) misera, al contrario peraltro di quanto dicono i Mulini a Vento – visto che lo sconto risulta minore ma le campagne promozionali possono essere fatte sempre (mese di dicembre a parte), cambiando semplicemente nome alla promozione. Ma questo ovviamente chi scriveva i due articoli di cui sopra lo sapeva. Giusto?

Se poi il campanello d’allarme nonostante tutto non è ancora suonato, un’altra domanda: sappiamo tutti che a capo del governo c’è Berlusconi. Berlusconi, dai, il tizio basso che ha pure il Gruppo Mondadori! Ed esiste qualcuno sano di mente in Italia che è disposto a credere che il soggetto in questione non solo permetterebbe, ma addirittura farebbe approvare in Senato, una legge che sancisce la creazione di un cartello che non solo non comprende, ma sfavorisce il suo colosso editoriale? Sfavorisce, certo, perché per chiunque abbia messo piede in libreria almeno una volta in stagioni diverse dell’anno è facile ricordare chi può permettersi gli sconti più alti e quante volte nell’arco di 365 giorni.

Ok, niente campanello, proviamo diversamente.

Dagli articoli pare che editori piccoli, medi e grandi siano esattamente la stessa cosa. Certo, più o meno quanto un gatto può somigliare a un dinosauro, a un essere monocellulare, una quercia, una palla da basket, un preservativo, nell’ordine che preferite. Ma fanno tutti libri, no? Chiariamo: un libro è (anche) un prodotto, non sono tra quelli che pensano che sia una specie di Santo Graal. Perché altrimenti invece della redattrice farei la sacerdotessa (fico, ma tipo Le nebbie di Avalon? pagano di più?). MA lavorando sia per una casa editrice grande (grandissima) che per una piccola (minuscola), posso assicurare che si tratta di prodotti completamente diversi, per progettazione, produzione, distribuzione, tutto. Non un po’, non in parte, completamente. Produrre libri in una grande casa editrice è come stare in catena di montaggio, si sfornano volumi come fossero crostatine del Mulino Bianco: per far capire i numeri, da ottobre ad ora mi sono passati per le mani 33 libri, trentatré!, e in redazione non sono certo da sola. Non è una metafora o un’esagerazione, è la realtà. Non imporre una normativa sullo sconto sui libri significa lasciare l’editoria in mano a chi fa libri come fossero merendine. Significa ragionare per principi essendo miopi nella sostanza. (Non per niente chi ha votato contro sono stati i Radicali – i quali avranno pure parte della mia stima, ma spesso, in nome del liberalismo per il liberalismo e del liberismo per il liberismo, riescono a fare scelte quantomeno discutibili.)

Ma forse lasciare che si formi una concentrazione monopolistica/oligopolistica (Mondadori e, molto distanti, Rcs, Gruppo Mauri-Spagnol, Feltrinelli) è il nuovo mantra liberale. Ma sì, in fondo ci bastano un solo Saviano a scrivere di camorra, un solo Travaglio a parlare di giustizia e via dicendo. Il trionfo del pensiero unico, così siamo tutti più controllabili. A me sembra la stessa presa di posizione perbenista e radical chic che ci ha portato a non voler fare una legge sul conflitto di interessi perché sennò sembrava un provvedimento contra personam e dunque degno di uno stato fascista. Sembra che non abbiamo minimamente imparato da allora fino a che punto l’ideologia possa rendere miopi.

(En passant, con il termine “liberali” non si indicava una volta quei signori che volevano le stesse condizioni di accesso al mercato per tutti gli attori economici? Perché, se così è, si è tralasciato di dire che queste condizioni adesso non ci sono.)

Passando alle ricadute reali, e sempre per informazione, questa legge, se avesse un peso effettivo, è bene sottolinearlo, lo avrebbe solo in ultima istanza sulla vendita al dettaglio nelle librerie indipendenti, come sembra aver inteso Costa, dato che la prima conseguenza sarebbe invece a monte sulla produzione editoriale: non essendoci la possibilità di effettuare sconti troppo alti, infatti, l’intera economia di scala del settore cambierebbe volto, causando effetti a catena. Tra questi, per esempio, un rallentamento nella produzione compulsiva di titoli da parte delle grandi case editrici, le quali avrebbero meno spazi dove piazzarli (vedi librerie attualmente “affogate” di volumi dei maggiori gruppi editoriali) e ridotte possibilità di smerciarli. Magari con una ricaduta positiva anche sulla qualità di questi volumi – se non risulta politicamente scorretto parlare di questo. Ciò che potrebbe sembrare in prima battuta una contrazione  del mercato diventerebbe una sua redistribuzione più equa, con buona pace della concorrenza. Non quella strombazzata, intendo, quella vera.

E una scelta molto più ampia, anche nella libertà di parola, a vantaggio di chi va, se non del lettore? O l’unica cosa che conta nell’acquisto è il prezzo? Certo che il libro è anche una merce, ma non si può far finta che sia solo questo. Se c’è qualcosa che davvero io trovo un po’ fascista è la magnificazione della selezione naturale in sé: se non sopravvivi cazzi tuoi. Beh, penso che se non sopravvive la pluralità di voci i cazzi siano di tutti, nessuno escluso, altro che evocazioni di associazioni di consumatori, tirate in ballo a sproposito un po’ per tutto perché va di moda.

Non si confondano dunque mercato e giustizia, selezione naturale e libertà di parola, altrimenti tutto appare immensamente facile. Semplice e chiaro, quasi fosse uno slogan, e non c’è nemmeno bisogno di comprendere i fatti.

Un suggerimento: se proprio si vuole parlare di qualcosa sulla quale gli editori lucrano, si vada a dare un’occhiata ai contratti per diritto di pubblicazione di opere in digitale. Come mai, per esempio, una novità in e-book costa al lettore quasi quanto un libro cartaceo?

Tornando agli articoli in questione, dunque, i casi mi sembrano due: 1. si discute di un vizio di fondo del giornalismo italiano (leggi “supponenza”), di cui si è detto in apertura; oppure 2. c’è un po’ di malafede nello scrivere e pubblicare articoli in cui in realtà non si crede affatto, ma che hanno il “merito” (tra virgolette per i mezzi che si usano allo scopo) di far aumentare traffico e commenti. Un motivo commerciale, insomma. Niente di male, figuriamoci, basta non giocare poi a far finta che si tratti di politica: ché magari qualcuno ci crede e poi il danno non è indifferente.

Sono un po’ stanca di leggere tutta la fuffa politicamente corretta – e inevitabilmente inutile – che viene scritta in questi giorni sulle contestazioni prima a Schifani, poi a Bonanni, sempre nell’ambito della Festa del Pd di Torino.

Inizio con una constatazione facile e piuttosto banale, per la quale però mi prenderei un sacco di insulti (condizionale d’obbligo, che contempla una serie di fortunati eventi per cui gli iscritti al Pd si confrontassero dicendo ciò che pensano): gli ospiti si possono anche scegliere con un minimo di coraggio e sensibilità in più agli input della società civile. Se i responsabili attuali non sono in grado di farlo, perché non li sceglie chi pensa di avere qualcosa di nuovo da dire? E stiamo parlando della Festa nazionale del Pd, non di una sagra di paese: gli ospiti e i temi non sono importanti? Schifani è in forte odore di mafia, e Bonanni è l’ultima persona che, da “giovane” precaria, vorrei trovarmi davanti passeggiando in centro, figuriamoci a una festa del partito che voto. O almeno che si instauri un confronto, una discussione: solo un cretino potrebbe pensare che quello tra Letta e Bonanni possa essere un contraddittorio, e l’essere una giovane precaria non fa automaticamente di me una cretina. Sull’incontro tra Fassino e Schifani, poi, stendo un velo pietoso: chissà cosa avranno da dirci, entrambi. Invito chiunque stia leggendo questo post a dare un’occhiata, anche veloce, al pubblico presente a quell’incontro e a fare qualche doverosa considerazione sull’età media. Né Schifani né Bonanni, ma nemmeno Fassino e Letta, sono personaggi che rappresentano una novità, una visione del Paese, un progetto a lungo termine: sono solo prodotti incartapecoriti del loro (nostro, purtroppo) sistema.

Lascio che altri si affannino a condannare le proteste dei contestatori. Non perché sia d’accordo con i metodi di questi ultimi: piuttosto che sentire i soliti noti che parlano, io resto a casa a leggere un libro o, nel caso di Bonanni, vado e poi borbotto per tutto l’incontro con il malcapitato vicino di sedia, oppure mi segno i passaggi controversi (tipo: tutti), alzo la mano e gli rompo le balle, o ancora ci rimugino su incazzata tutta la notte, capisco come non voglio diventare e poi ne scrivo di conseguenza. Insomma, di metodi ce ne sono tanti e non trovo particolarmente efficace, oltre che elegante, fischiare, urlare e dimenarsi in preda al sacro fuoco. Provo una repulsione spontanea verso proteste che, più che significare, rumoreggiano, mi sembra sempre che nascondano una carenza di contenuti.

Certo, poi un conto è il rumore (vedi Fassino-Schifani), un conto sono i lanci di fumogeni (Letta-Bonanni), e se le due cose vengono assimilate è solo per la strumentale necessità di semplificazione da parte di chi vuole dimostrare le sue tesi, che non si curano affatto di sondare i fenomeni, ma solo di giudicarli, in una strenua ed eterna lotta in difesa dello status quo. E questo sì che è reazionario, baby!

Una delle cose più stupide che io abbia sentito in questi giorni ha a che fare proprio con questo, e suona esattamente così: ecco, vedete che se non si condannano i fischi poi si finisce a lanciare fumogeni? Concetto che più o meno implica la stessa complessità di pensiero sottesa alle seguenti deduzioni:

– se litigo di brutto con una persona e penso che vorrei vederla morta, prima o poi la ucciderò;

– se voglio scaricare un film perché credo che sia una boiata e non mi va di spenderci 10 euro al cinema, un giorno ruberò una macchina;

– se mi sono fatto una canna all’università, sono destinato inesorabilmente all’eroina in vena;

– (si accettano suggerimenti per proseguire questa lista demenziale).

Roba da precrimine. Attenzione solo che a qualcuno non sfugga come soluzione finale la lobotomia.

Tornando al discorso iniziale, ovvero a contestazioni che non sfociano nel penale, pare che Sandro Pertini usasse dire a suo tempo “liberi fischi in libero Stato” – ma forse l’aver ottenuto l’informazione da un intervento di Marco Travaglio fa di me una facinorosa. E pensare che mentre Napolitano si affrettava – pure lui, dio santo! – a condannare, un po’ più a nord dei nostri (mentalmente) ristretti confini, Blair si beccava il lancio di amichevoli scarpe e uova al simpatico grido di “assassino”. God Save the Queen!

Che cosa si poteva fare allora nel nostro piccolo? Per esempio invitare uno dei contestatori sul palco, a condizione che si facesse silenzio per potersi confrontare, e rispondere puntualmente alle sue domande (e accuse). E sì che sarebbe stata una bella lezione di democrazia, invece della ripetizione ossessivo-compulsiva di “antidemocratici, antidemocratici, antidemocratici…” Un maestrino burocrate in meno e un politico in più ci farebbero comodo da queste parti!

L’invito a parlare, invece, non viene mai in mente a nessuno (incapacità di formulare un pensiero? coda di paglia? consunzione da prolungata permanenza nella casta?), e quanto pensate che ci voglia perché qualcuno, esasperato, passi a metodi ben peggiori, avendo pure dalla sua la convinzione di aver fatto di tutto, prima, per farsi ascoltare?

Auguri.

Coèsi se vi pare

6 luglio 2010

Che la pubblicità, di qualsiasi oggetto o servizio, sia piena di luoghi comuni, semplificazioni, stereotipi di genere, e chi più ne ha più ne metta, è cosa risaputa, e il tutto è spesso riassumibile nella formula “donna scosciato-ammiccante modello imperante”. Una bella selezione di esempi in materia sul blog di Giovanna Cosenza.

Chiaro poi che la pubblicità e chi la concepisce non sono la causa del male, potrebbero esserlo semmai decenni di ottimo lavaggio del cervello da parte di chi possiede buona parte dei canali nazionali in chiaro – in sostanza: se la tv faccia bene ai bambini non lo so, ma di sicuro non ne fa alla capacità critica dei grandi, e di conseguenza alle loro aspettative.

Faremo pur bene a scandalizzarci – voglio dire noi poveri quattro sfigati che ci scandalizziamo – per nomine di ex meteorine ad assessori provinciali, e magari anche per la qualifica di “meteorina” in sé, ma certo che anche un po’ di resistenza culturale in più da parte di chi fa della cultura il suo mestiere sarebbe come minimo auspicabile! Esempio a caso: l’editoria.

Stamattina ricevo la newsletter di Hoepli.it – sì, proprio gli editori e librai da generazioni, i discendenti del primo mitico Ulrico – e che cosa mi ritrovo nell’intestazione? Un “prendi 4 paghi 3” sottolineato (?) da una tettona in due pezzi arancione che posa – in modo un po’ improbabile, invero, non si capisce se si tratti di un gesto di gioia o di una parodia del Cristo in croce – con le braccia alzate e, perché non si possa equivocare, il sedere in fuori e il petto pure, la testa abbandonata di lato – tipo “fai di me ciò che vuoi”. La tizia non sta, insomma, leggendo né acquistando libri, ça va sans dire, sta nel “mare di offerte”, ma quali, dato che di libri nemmeno l’ombra? Di donne scontate?

Molto più casto il banner dell’analoga offerta sul loro sito. Ma le tette, per carità, quelle in bella vista.

Mi chiedo, volendo anche con un po’ di moralismo: chi ci rimane se anche Hoepli depone le armi?

Miti dei poveri d’oggi

25 maggio 2010

Mai vorrei che si pensasse che non tengo nella debita considerazione il gossip.

In segno quindi di rispetto per il diverso status sociale degli originali, valuterò seriamente per un mio eventuale figlio il nome di Nathan Ratto.

In&out

20 maggio 2010

Mi capita sempre più spesso di accorgermi di quanto ci si possa sentire fuori luogo perfino in contesti in cui, tutto sommato, vi sono persone simili per convinzioni politiche, formazione, “estrazione sociale” (o è già mito d’oggi?), letture, interessi in genere.

Non che io sia mai stata la persona più socievole, malleabile e diplomatica a questo mondo, conosco i miei difetti, e so che influenzano, spesso pesantemente, il rapporto che ho o che potrei avere con gli altri. Mi chiedo, però: perché mi ritrovo spesso a dovermi ricredere sull’opinione iniziale che ho delle persone? Sono fessa, e quindi non mi preoccupo di rimanere al coperto per vedere che cosa viene dopo, come fa chiunque? Sono “poco urbana”, come diceva una mia collega di master rimproverando la sorella che metteva gli stivali (molto chic, invero) sul divano? O sono solo paranoica come un maledetto Calimero, come mi dice mio marito (ma senza il “maledetto”), e quindi mi sento sempre chiamata in causa?

Anzi, a essere pignoli l’immagine esatta sarebbe questa: io, coperta da un’armatura troppo grande che mi lascia però scoperti il tallone e soprattutto il sedere, che mi scaglio contro un mulino a vento sulle note di Fortuna Imperatrix Mundi, mentre il mantello mi si para rovinosamente sulla faccia.

Per quanto patetica insomma possa essere la scenetta che vi si plasma in mente, la conseguenza rimane identica: ho sempre preso un sacco di tranvate, e continuo a incassare. Tanto che la domanda più frequente che mi faccio è: ma chi cazzo me lo fa fare?

Essendo fatta così, spesso non mi accorgo neanche di pestare i calli a qualcuno. Come non mi accorgo, se non a posteriori, dei totem e tabù riconosciuti in alcuni gruppi, che devi condividere ciecamente a priori oppure star zitto finché qualcuno non cita l’argomento e puoi uniformarti immediatamente alle opinioni e al tono, facendo slalom tra sorrisi, ammiccamenti, espressioni vagamente tediate e quasi sempre sarcastiche. Mai arrabbiate, mai appassionate. E rigorosamente incanalate in rigidissimi schemi di comportamento. La corte di Luigi XIV in fondo non sarà stata tanto diversa, basta trovarsi dalla parte giusta.

Premettendo che esistono sottotribù, pardon!, sottoculture differenti, parlo di ciò che conosco e propongo qualche ideuzza per distruggere lentamente ma inesorabilmente la propria immagine pubblica:

1. Non esordite con troppa enfasi, sennò sarete considerati provocatori e forse persino accettati come tali: per intendersi, non vi sparate subito la cartuccia “Con Kiarostami mi sono fatto le migliori dormite della mia vita” (anche perché rischiate: in alcuni ambienti va molto dirlo, e distinguere a volte può essere insidioso). Sottotono quindi, in modo che vi guardino subito con quella certa distaccata puzza sotto il naso (“è merda ciò che sento?”), ma che pensino che in fondo potreste essere l’utile idiota: iniziate citando un episodio de Il Piccolo Principe. Consiglio quello dello scienziato che si presenta a una platea vestito da pagliaccio per illustrare la scoperta di un nuovo pianeta e viene deriso; poi si ripresenta in abiti seri e tutti lo ascoltano.

2. Ricordate che lo scopo è affondare la lama, quindi il passo successivo sarà più difficile. Potreste dire per esempio che Clint Eastwood regista non vi piace, innanzitutto per una questione di principio: ha rubato a man bassa idee dagli archivi inediti di Welles (mica penserete che qualcuno sappia chi sia, Welles, no?). In genere non fate questioni di principio sull’arte, perdonate perfino Spielberg (e giù di un altro gradino) di avergli rifiutato i soldi nel momento del bisogno, ma Eastwood fa eccezione. Poi continuate dicendo che l’unico suo film che avete visto recentemente (!) è Mystic River, che vi ha fatto uscire dalla sala incazzati come iene perché se devo andare al cinema a vedere le miserabili vite dei miei ipotetici vicini di casa, uno più schifoso, cinico e meschino dell’altro, resto al caldo e mi apro piuttosto una finestra sul cortile.

3. Se non vi hanno ancora lasciati completamente soli con il Chinotto in mano, partite con l’argomento successivo. La vostra opinione su D’Alema. Spiegate che non è un problema di antipatia, anzi, due o tre volte il signore ha anche assestato qualche battuta niente male agli avversari. Inoltre ha pure i baffi come vostro papà (se non è vero, inventatelo) oltre che la sua stessa età, perché dovreste odiarlo a pelle? Il problema è un altro: come politico fa davvero pena, è quanto di peggio potesse capitare alla sinistra italiana, è l’unico essere umano che sia sempre riuscito a fare scelte politiche sciagurate. Fine statista un paio di palle. Si creerà l’agognato gelo.

4. Prima di dare loro il tempo di fuggire, il tocco di classe finale: fate partecipi gli ospiti del fatto che, se potete, preferite curarvi con l’omeopatia. Non aggiungete altro, siete già morti.

Si tratta ovviamente di indicazioni di massima, da limare e perfezionare con una pratica incessante – finché i gruppi da frequentare non finiscono.

Se invece l’effetto che volete ottenere in società è quello contrario, in attesa di un nuovo catalogo delle idee chic, e di un nuovo Flaubert, mi atterrei alle istruzioni di Biascica: muto!

Mi sono ritrovata a leggere, come giornalmente mi succede, un articolo de Il Post. Questa sorta di coacervo di blog d’autore mi piace molto, per due motivi: mi interessano molto più le opinioni che le notizie (ed è sempre per questo che compro abitualmente La Repubblica e non Il Sole 24 ORE) e, grazie ai rimandi esterni che formano l’identità del sito, ho letto, dietro “consiglio” ma direttamente, articoli ai quali non sarei arrivata da sola (come per esempio l’interessante riflessione di Derek Thomson sulla crisi greca).

Stamattina leggo, in primo piano, un articolo dal titolo: Poi la gente muore. Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi: la storia di Clara Palomba e di un paese che ignora la scienza, sulla condanna per omicidio colposo dei genitori della ragazza alla quale era stata sospesa l’insulina, dietro gravissima prescrizione della naturopata Marjorie Randolph (in arte “Maya”, che a giudicare dal nome qualche piccolo dubbio magari poteva sorgere almeno a chi era preposto al controllo).

Premetto, ma non ce ne sarebbe bisogno, che santoni del genere dovrebbero starsene in galera, e che capisco bene che dei genitori non riescano ad accettare una malattia che segna per sempre la vita di una figlia. Credere alle promesse è più facile che convivere con qualcuno che deve farsi una puntura al giorno per sopravvivere.

Detto tutto questo, e volendo escludere sia ignoranza in materia che malafede di chi ha scritto l’articolo, vorrei contestare una sola cosa: le parole sono importanti!

Inizio dal sottotitolo, Guaritori, naturopati, lettori dell’aura e autori di oroscopi, che, faccio notare, segue un titolo forte come Poi la gente muore: per esempio, i “naturopati” con gli “autori di oroscopi” che c’azzeccano? Non per voler portare per forza le cose sul piano personale, ma mia zia è naturopata e non si sognerebbe mai di togliere l’insulina, il betaferone o i biologici (che nonostante il nome non lo sono affatto) a qualcuno, scherziamo? Vogliamo metterla al rogo perché ha la stessa qualifica di una “Maya”? E siamo proprio sicuri che Maya ce l’avesse? Chi scrive non si pone di questi problemi.

Primo paragrafo:

Clara Palomba è morta il 13 maggio 2008, a sedici anni, di diabete. Qualche mese prima i suoi genitori avevano deciso di sospendere la terapia di insulina che le permetteva di condurre una vita normale. Si erano rivolti a una guaritrice, omeopata, naturopata. Marjorie Randolph, in arte Maya. Diceva di essere esperta di antroposofia, una disciplina a metà tra la filosofia e la medicina alternativa.

Tra le altre cose, “naturopata” in corsivo: perché? Boh. Ironico? Veramente sarebbe una qualifica. In fondo, se non si volevano creare fraintendimenti bastava scrivere: “erano rivolti a una guaritrice che si definiva omeopata e naturopata “.

Mi si vuole almeno concedere che in questo contesto accostare i termini “guaritrice”, “omeopata” e “naturopata” non abbia esattamente una connotazione neutra, soprattutto considerato il tono dell’articolo? E sarebbe come dire che è “donna”, che è “morta”, e che lo avrebbero riportato anche se fosse stata “odontoiatra”, come dice Luca Sofri nei commenti? Eh, no! Forse lo avrebbero riportato ugualmente, ma affermare che il significato sarebbe stato lo stesso no, altrimenti ne devo dedurre che abbiamo qualche problema di comprensione a livello linguistico oppure che non condividiamo la stessa porzione di enciclopedia. E non mi pare.

A me non interessa affatto ciò che ognuno trova migliore per sé e non mi metto a giudicare le convinzioni alla base della vita di ciascuno: mi sento ripetere molto spesso che parlo così perché “credo” nell’omeopatia (sempre questa cazzo di “credenza”, manco fosse una fede, e dire che sono pure agnostica!), ma vivo ugualmente e, anzi, onestamente non me ne può fregare di meno. A differenza degli pseudocrociati del positivismo-a-tutti-i-costi non ho mai tentato di convertire nessuno, e ci mancherebbe, ho pure altro da fare.

Dico però che ci vuole responsabilità nell’usare le parole, soprattutto da parte di chi le usa per mestiere. Forse persino più responsabilità se si scrive sul web che su carta, dato che i lettori in internet sono distratti, difficilmente leggono un pezzo dall’inizio alla fine e nell’interpretazione tendono a semplificare i concetti all’osso, se non a distorcerli (basta leggere il tenore dei commenti all’articolo in questione). Nemmeno più uso del testo, dunque, ma spesso suo abuso e riciclo indiscriminato. E avere responsabilità significa anche fare di tutto perché questo non avvenga, non fomentare una continua, generica e sorda caccia alle streghe.

Se me la prendo è perché credo davvero che Il Post possa fare molto meglio di così, e l’abbia fatto.

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P.S. Alcune aggiunte alla luce dei numerosissimi commenti che hanno seguito l’articolo in questione (e anche al commento piuttosto indicativo del signore qua sotto):

1. Ci sono livelli di intolleranza, arroganza e fascismo incredibili nella pretesa di giudicare, in più con questa violenza, le scelte di chi la pensa diversamente da sé bollandole come stupide, ignoranti e superstiziose. E in prima linea un certo Dario Bressanini – che prima non avevo mai sentito nominare, ma evidentemente è giornalista, e pure per L’Espresso, pensa te – che si compiace di tenere simili posizioni. Alla faccia della professionalità e dell’etica del mestiere, i miei complimenti.

2. Dire che poi questa è tutta gente che a parole si professa razionalista, progressista e libertaria. Altri complimenti. Libertari per i cazzi propri, evidentemente.

3. Ora sì, la presa di posizione de Il Post in questo articolo è diventata proprio indifendibile. Con tutto il casino che hanno sollevato (e posso anche giustificare che in parte fosse voluto), nemmeno un errata corrige, come se in fondo questa crociata fosse legittima. E tutto per cosa? Per non voler ammettere di aver sbagliato?

4. Immagino che buona parte dei lettori di questo giornale sia composta di elettori del PD: è con questa gente, di simile intolleranza, che dovremmo fare un partito non dico nuovo, ma minimamente decente? Che qualcuno ci aiuti…