Riporto di seguito un comunicato stampa della Rete dei Redattori Precari che condivido pienamente.

Gentile ministro Fornero,

Abbiamo letto sul Corriere della sera del 14 marzo 2013 una sua dichiarazione nella quale si diceva “moderatamente soddisfatta” per il contrasto che la sua riforma avrebbe messo in atto verso “l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”, nello specifico i contratti a progetto.Le scrive la Rete dei Redattori Precari, un gruppo autorganizzato di lavoratori dell’editoria che, qualche anno fa, ha sentito l’esigenza di unire forze e idee per uscire dalla condizione di isolamento e frustrazione in cui la condizione di precarietà inevitabilmente conduce.

Se il ricorso ai contratti a progetto è sceso del 30% mentre l’incidenza dei contratti a termine sulle nuove assunzioni è salita di soli 2,7 punti percentuali (dati Corriere della sera del 14/3/2013), è evidente che una parte molto consistente di lavoratori non è stata riassorbita dalle aziende, che hanno approfittato della mancata regolamentazione delle partite Iva per esternalizzare ulteriormente e massicciamente il personale, obbligando buona parte di chi lavorava con contratto a progetto ad aprire, appunto, la partita Iva. Un ricatto, insomma.

Le sue dichiarazioni sommano al danno provocato dalla sua riforma la beffa del sentirsi dire, in sostanza, che siamo sulla buona strada per “contrastare l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”. Ebbene, la informiamo che stiamo andando nella direzione opposta.

Corriere della sera, 14/3/2013 Le lasciamo qualche dato sulla situazione in editoria fino a qualche mese fa. In Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (dati Slc-Cgil), molti dei quali lavorano lì da più di 5 anni, ricoprendo a volte ruoli di coordinamento, con presenza fissa in redazione, pur con l’assurda copertura di un generico co.co.pro. In Rcs Libri (Rizzoli, Bur, Bompiani) le cose non funzionano certo meglio: i precari sono oltre 50, quasi la metà dei colleghi regolarmente assunti, anche qui hanno spesso postazioni fisse e ruoli di coordinamento. Passiamo a Zanichelli: perfino il contratto a progetto è diventato un miraggio, e i lavoratori sono pagati con diritto d’autore (quello che, come saprà, il legislatore prevede per le opere dell’ingegno) a forfait, per prestazioni che nulla hanno a che fare con il lavoro autorale, come, per esempio, la ricerca iconografica o la correzione di bozze. Potremmo fare infiniti esempi di queste pratiche, e non solo tra i grandi gruppi editoriali, perché le piccole e medie case editrici adottano le stesse pratiche, spesso in modo perfino più selvaggio, con la scusa della crisi.

Questa era la situazione fino a pochi mesi fa. Adesso, anche a causa della riforma Fornero, è peggiorata.

La legge ha portato a un nuovo giro di vite, che costringe i precari sempre più nell’angolo. Ci sono tanti contratti non rinnovati e magari riproposti sotto forma di prestazione occasionale. C’è, per esempio, in Mondadori, il ricorso all’interinale per alcune aree, oltre che “l’invito” ad aprire la partita Iva. C’è l’obbligo di lavorare da casa per metà settimana, la creazione di uno spazio apposito per i precari, in cui questi lavoratori possano recarsi quando le esigenze produttive lo richiedano… C’è, dunque, l’ennesimo tentativo di eludere la legge.

Perché di questo si tratta: di un sistema diffuso e inveterato di elusione. Le case editrici si guardano bene le spalle, sanno come proteggersi da eventuali ricorsi del lavoratore, mascherando dietro contratti fraudolenti la realtà dei rapporti di lavoro.

La sua legge, caro ministro, non serve a nulla, come a nulla sono servite quelle che l’hanno preceduta nel cercare di arginare (ma erano davvero finalizzate a questo?) i danni del peccato originale: il pacchetto Treu. Non serve perché al limite può aiutare il lavoratore solo nel caso in cui questi decida di fare causa all’editore, e solo nel caso in cui l’editore sia stato così ingenuo da non prendere le opportune precauzioni e scappatoie in qualche modo “suggerite” dalla legge stessa. Quindi non solo non serve, ma risulta perfino dannosa.

Le chiediamo, ministro, se intende fingere che tutto questo non stia accadendo, distogliere lo sguardo dalle violazioni palesi della normativa (forse non della lettera, ma certamente dello spirito della legge) che hanno finora avuto luogo nelle principali case editrici italiane (come in tanti altri settori) – non in un piccolo laboratorio artigianale in uno scantinato – e continuare a rallegrarsi per aver di fatto reso possibile il miracolo che tutte le imprese inadempienti agli obblighi di legge sognavano: un condono di massa e, contestualmente, la messa a norma tramite la maggiore precarizzazione del lavoro.

Ministro, prima di lasciare la carica potrebbe spiegarci come venire fuori da questo pasticcio che lei, consapevolmente o meno, ha creato?

Non crede sia il caso di stabilire, piuttosto, un sistema di controllo capillare, che prescinda dalla denuncia del singolo lavoratore, e che sia in grado di rilevare i comportamenti illeciti come quelli che le abbiamo citato?

Con la speranza di ricevere una sua risposta,

Rete dei Redattori Precari

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Anche quest’anno, come lo scorso, la Rete dei Redattori Precari ha fatto i suoi auguri di buone feste agli editori italiani.

Stavolta non doni, ma opere di bene: una bella cartolina recapitata a Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori e in quanto tale rappresentante di quelle case editrici a cui molti dei redattori precari prestano la propria manodopera.

Nessun “Saluti da …”, ma sette domande scomode a cui ci auguriamo che l’illustre destinatario vorrà dare risposta: è il nostro modo per denunciare quello che non ci piace del sistema editoriale italiano e allo stesso tempo gettare un seme di dialogo, sperando che dall’altra parte si pensi non solo agli utili di un gruppo di aziende ma anche alla cultura e alla civiltà di un paese.

A costo di farci la figura della non-più-giovane-romantica-vetero-anarco-insurrezionalista (o quel che vi pare), alla fine di questo video, realizzato dalla Rete dei Redattori Precari e da San Precario alla Fiera del Libro di Torino 2011, mi sono un po’ commossa. (Ok, senza un po’, maledizione!)

Giudicate voi.

Ok, lo sapevo: il libro di Thomas Murphy sulla precarietà era una bufala. Quei geniacci della Rete dei Redattori Precari si sono inventati, in onore del Salone Internazionale del Libro di Torino, un libro da contestare (Perché la precarietà ci salverà), un autore da fischiare (Thomas Murphy), una casa editrice da stigmatizzare (Narioca PresS, anagramma di San Precario) – con tanto di sito, programma editoriale, collane -, per poi rivelarci che era tutto montato ad arte per sollevare, in particolare, il (grosso) problema del precariato editoriale e, in generale, della scarsissima o nulla importanza assegnata in Italia al lavoro intellettuale.

Booksblog e Denisocka spiegano tutto in dettaglio.

Primo monito di San Precario, il santo in paradiso indispensabile ma alla portata di tutti: attenti, editori, un redattore (correttore di bozze/traduttore/grafico editoriale/ecc.) vi seppellirà!