Sogno o son destro

18 febbraio 2015

Di seguito alcune considerazioni, sparse e ascientifiche, fatte in seguito alla lettura di commenti, riguardanti la vittoria di Tsipras, dei miei contatti del Pd su Facebook. Perché non esprimere loro queste considerazioni in faccia? In alcuni casi, in privato, lo faccio – in privato, perché si tratta di persone alle quali il Pd ha dato lavoro ma che non per questo sono il Male: quindi esporre pubblicamente la loro ipocrisia a che scopo? Chi ha gli stessi loro interessi farà finta di non capire, chi non ce li ha spesso non ha nemmeno gli strumenti per capire. E, poi, so benissimo che non tutti sono nati leoni, e che ognuno sceglie le proprie battaglie, se vuole farne: da persona che ha sempre tenuto alla propria libertà di espressione, so meglio di loro che si tratta di una scelta che ha un costo. Un prezzo che vale pagare fino all’ultimo centesimo, per me; ma non è la stessa cosa per tutti. In altri casi, invece, semplicemente non ne vale la pena: il mainstream è quello, sul carro del vincitore ci si trovano già, a che scopo dovrebbero riconoscersi come pecora e chiedersi se il re è nudo? Ma l’elenco non è finito. Può trattarsi anche di persone perfettamente in linea col nuovo corso del Pd: liberisti, arrivisti superficiali, reduci di partiti più a destra (sì, so che sembra difficile) che ormai hanno pieno diritto a dirsi “a casa”. Anche qui: a che pro? Sono io a essere fuori luogo, mica loro.

Forse, in una certa misura, sono vigliacca, e superficiale, anch’io: preferisco rimanere con il dubbio che alcuni non siano imbecilli e/o in malafede fino in fondo, che averne la conferma definitiva. Magari è anche un modo per non sentirsi completamente fuori luogo e periodo storico; mantenere la speranza che, se gli eventi dovessero cambiare il loro corso abituale, anche questa gente se ne renderà conto. Chissà.

Se la “sinistra” italiana (o quella che si autodefinisce tale: leggi, appunto, area Pd) avesse un minimo di autocoscienza, ovvero se le sue posizioni non fossero puramente strumentali (id est, lavoro per i fortunati comuni mortali, poltrona per gli eletti), magari si renderebbe conto che le uniche cause a essa esterne (perché, poi, non cito l’autoreferenzialità) che appoggia sono quelle “non politiche”.

Per esempio, la rinegoziazione del debito greco è una questione politica. Soluzione piddina: si parla male del governo Tsipras dal primo giorno (attaccandosi, peraltro, non alla sostanza, ma spesso e volentieri alla forma), in modo da zittire ogni discussione su una possibile evoluzione delle politiche europee. Discussione che passerebbe per il rischio di scoperchiamento del conflitto sociale. E giù critiche da coloro ai quali non piace che vi siano poche donne nel governo, che la Grecia abbia chiesto alla Germania la restituzione del debito di guerra, che un tale o talaltro ministro sia stato piazzato, che il presidente della repubblica sia impresentabile, che non abbiano cercato sufficientemente l’appoggio dei socialdemocratici (tipo Dijsselbloem, per esempio…?), e via dicendo.

Ma guardare la luna (le condizioni di vita di una popolazione, la proposta per un’Europa diversa), invece che il dito che la indica, mai. Esprimersi di conseguenza, mai. Capisco che il gossip sia più leggero, ma appare un po’ penoso vedervi tirare la giacchetta della mamma mentre gli altri tentano di sopravvivere. Perché si parla di sopravvivenza, di condizioni di vita al di sotto di una non ipotetica soglia di dignità, e il tutto in un Paese europeo – ma capisco che la “sinistra” italiana, non avendo alcun legame di rappresentanza con i poveracci, non sappia di che cosa si sta parlando. Ho frequentato abbastanza queste persone per sapere che non solo con i poveracci non hanno – e non vogliono – avere nulla a che fare, ma che credono che la politica sia un gioco a Risiko dove si scelgono le proprie alleanze in base a quanti carrarmati ha l’alleato. Ciò che conta è non essere confinati alla minoranza, perché si è tagliati fuori dal gioco; ciò che non conta sono le idee, perché non se ne hanno – e si sta ben attenti a non dimostrare una qualsiasi vicinanza a chi ne ha. Il Pd non è sinistra, è razza padrona.

(Sennò datemi altri motivi per cui la stragrande maggioranza del suo elettorato non comprende la questione greca: vi ascolto.)

Altro esempio, Kobane: tutti (parlo sempre di contatti Facebook del Pd) a inneggiare alle guerriere curde di Kobane, sostenendo la loro lotta. Per carità, sono d’accordo, e provo ammirazione per queste donne coraggiose, come per gli uomini che resistono con loro, da soli contro una minaccia internazionale. Ma non sono io a ignorare da anni la legittimità di uno stato curdo per non far incazzare la Turchia. Allora l’appoggio alle guerrigliere curde è di tipo politico? No. C.v.d.

#JeSuisCharlie, ovvero tutti solidali con le vittime, tutti per la libertà d’espressione: non-politica. Ricerca e individuazione di eventuali responsabili politici europei, proposta di azioni politiche comuni per contrastare il terrorismo, vedere l’incoerenza e l’ipocrisia dietro al corteo in cui sfilavano, al fianco del “socialdemocratico” (che cosa vorrà dire, ormai?) Hollande, capi di dittature africane e rappresentanti di stati in cui Charlie Hébdo non sarebbe mai esistito: zero assoluto. Quindi, politica: zero assoluto.

Condanna di coloro che esultano pubblicamente perché un detenuto si è appena suicidato: grazie, sacrosanta. Ma non politica. Mentre delle condizioni delle carceri (politica) non gliene può importare di meno.

Che, poi, per tornare al punto, lo dico onestamente: se avessi voluto votare in Grecia, non so nemmeno se mi sarei recata alle urne. Anni di disamoramento della politica fanno anche questo. Trovo la sostanza dei discorsi e il corso d’azione intrapreso da Tsipras e Varoufakis più che condivisibili, finalmente dignitosi, a tratti anche toccanti (come quando, la sera dei risultati, Tsipras dedicò la vittoria di Syriza ai giovani greci all’estero che non erano tornati per votare: sì, mi sono commossa), ma di qua a essere convinta che riusciranno a risolvere la situazione, ne passa. Lo spero, ma non ci credo fino in fondo, magari anche per scaramanzia – come non ci credono fino in fondo tutti quei greci che non sono andati a votare, però.

Sono sempre più convinta, tuttavia, che l’unico modo rimasto per vivere e non sopravvivere (che, poi, non è neanche detto che uno sopravviva, a queste condizioni) è intraprendere quella strada fino in fondo, senza paura e tentennamenti. Che non vuol dire non trattare, ma trattare partendo dalla cognizione del proprio valore e dal saper distinguere la giustizia dall’ingiustizia, mantenendo la dignità. In fondo, credo che la sinistra sia proprio questo: identificazione, lotta per, recupero di dignità. Ma, nel momento in cui quell’ostacolo è superato, bisogna affrontare il successivo, continuare a lottare, abbattere anche quello e poi cambiare, innanzitutto, se stessi.

[…] Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

P.P. Pasolini, Pagine corsare, I ricordi, [Intervento al congresso del Partito radicale], 1975

Mi convinco sempre più del fatto che l’unica sinistra possibile, ormai, sia una sinistra radicale. Il resto, semplicemente, non ha nulla a che fare con la sinistra.

Sento il bisogno di rispondere a “Sara”, l’ex studentessa di Giovanna Cosenza che le ha scritto una lettera pubblicata poi sul blog della professoressa.

Perdonami, Sara, perché sarò cattiva e provocatoria. Perdonami, perché capisco bene ciò che dici, ma non lo condivido. Sono, però, sicura che riceverai diverse manifestazioni di sostegno da chi si trova nella tua stessa situazione, quindi accetta una voce contraria e, se riesci, prendila per ciò che vorrebbe essere: uno schiaffo a chi ha perso i sensi. A volte funziona, a volte, purtroppo, fa solo male.

Non ho mai sopportato chi si lamenta della propria situazione e non fa nulla per cambiarla. E non lo dico per questioni ideologiche o perché così sembro più figa. Probabilmente sono l’educazione e la storia personale, unite al bisogno talvolta anche un po’ crudele di vedersi per ciò che si è, e ciò che si è non è quasi mai piacevole da guardare in dettaglio: spesso è meglio addossare le proprie mancanze ad altri e continuare per la strada che si conosce. Ho fatto anche questo, è umano.

Ho lavorato in editoria, ambito per cui ho studiato e che ho amato molto malgrado le batoste che mi ha riservato: è stato bellissimo vedere il mio nome da traduttrice su testi che ho adorato, nonostante la paga che definire da fame è un complimento, come è stato splendido avere in mano le “mie” riviste, piene delle immagini e degli articoli che io stessa avevo scelto, a fronte di litigi, prese di posizione e perfino mobbing da parte di chi al massimo aveva una licenza media. E tutto ciò perché volevo tenere alta un’idea di “qualità” che, in fondo, là dentro solo io avevo. Proprio come te. Mi sono licenziata, ho deciso che non valeva la pena barattare la mia vita per l’ombra di una vita, mi sono trasferita all’estero, ho ricominciato da capo a 32 anni.

Vogliamo quindi continuare a chiederci di chi è la colpa? Prego, basta che dopo si faccia il passo successivo. Invece no, la mia esperienza è che quel passo lì non si fa quasi mai, si continua a guardarsi allo specchio senza guardare mai in faccia i colleghi, anzi, spesso passando sul loro cadavere, magari nell’istante stesso in cui ci si lamenta della propria vita agra. E sai che c’è? Che se io ho lasciato l’editoria non lo imputo solo a me stessa, alla mia mancanza di bravura o tenacia, né solo agli editori, alle condizioni vergognose che impongono ai loro lavoratori. Lo imputo anche ai colleghi, alla loro completa assenza di solidarietà, alla loro paura perenne e insuperabile, alla loro ipocrisia. Ipocrisia, sì, perché la verità è che per continuare a fare quel lavoro a quelle condizioni devi avere i genitori che ti coprono le spalle, e te le coprono per bene, altrimenti a un certo punto devi cambiare vita.

Accetti a 30 anni un part-time in cui ti pagano 400 euro al mese, con 4 anni di esperienza e una laurea, per andare a sostituire un assunto a 1500 euro al mese? Sì, la colpa è la tua. Ed è colpa tua anche perché impedisci a me di farlo, quel lavoro, soltanto perché io le tue stesse condizioni non le accetterei mai. Perché non posso permettermele, e non solo per una questione economica, che comunque esiste, ma anche di dignità personale. Allora chi “vince” non è mai il più bravo, anche se te lo fanno credere perché hanno bisogno di te, è chi abbassa la testa più a lungo.

Se ho cambiato vita è, ovviamente, perché credo che questo non sia vincere, ma far vincere loro, e questo sulla mia pelle non lo permetto.

Essere “speciali” non è (credere di) scalare le vette del successo, è mantenere la schiena dritta. Fate un piacere a voi stessi e alla società: incazzatevi invece di sentirvi falliti. Fate rete, incontratevi, parlatevi, collaborate. Magari non solo per raccontarvi che la vostra vita fa schifo. Sappiate dire “avrei preferenza di no”.

Perdonami, ma quale mai può essere il peggio che tanto temi, Sara?

Ma citare le fonti?

13 aprile 2013

In questi ultimi tre-quattro giorni ho ricevuto sul blog parecchie visite da Facebook per il post Travaglio, Casaleggio, Chiarelettere, il Fatto: a proposito di trasparenza, quindi vorrei ringraziare chi, senza neanche conoscermi, lo ha scovato su un motore di ricerca e segnalato sul suo diario: non ci guadagno nulla, ma grazie lo stesso per averlo trovato interessante, sono piccole, belle soddisfazioni.

Screenshot del 13/04/2013

Screenshot del 13/04/2013

Segnalo, invece, chi si è appropriato del contenuto del medesimo post, facendolo passare per proprio, quindi scopiazzandone (male) pezzi senza citare la fonte: cari amministratori del profilo Facebook Il Grillino Medio, chi fa del suo biglietto da visita il plagio (perché una licenza Creative Commons BY-ND non vi dà la licenza di fare queste operazioni, vi consiglio di leggerla), con quale credibilità pensa di poter criticare chi accetta acriticamente i dettami dei guru Grillo e Casaleggio? E voi l’avete una testa, o vi basta fare cattiva propaganda agli altri e poi continuare voi stessi a razzolare male?

Le fonti, grazie, citate le fonti.

Ringrazio innanzitutto un’amica che mi ha segnalato su Facebook alcune fonti e ha così suscitato la mia curiosità sulla questione.

Non dirò niente di nuovo, non sono una giornalista d’inchiesta e questo è solo un minuscolo blog privato, si tratta semplicemente di mettere insieme informazioni pubblicamente accessibili su internet.

Tutti sanno che Marco Travaglio, vicedirettore de Il Fatto quotidiano, si è schierato, direttamente e indirettamente, con il Movimento 5 Stelle, tant’è vero che è l’idolo dei grillini – i miei amici che hanno votato per loro non fanno che postare video di Travaglio. Magari non ha mai detto apertamente “io voto per Grillo” (ah, no, scusate, l’ha detto), ma è ovvio che se attacchi tutti, ma proprio tutti, tranne il M5S (che di lati oscuri ne ha tanti, a cominciare dalla sbandierata “democrazia digitale“) non stai facendo informazione libera, come a lui piace ribadire a ogni piè sospinto, stai facendo una scelta politica, oltre che informativa. Come faceva tempo addietro con l’Idv, prima che Di Pietro diventasse indifendibile.

Per carità, posso non stimarlo – e la pietra tombale sulla mia stima l’ha messa lui stesso, quando ha scritto “cari cerebrolesi, nessuno vi obbliga a leggermi“, riferendosi a chi lo criticava, come se “cerebroleso” fosse un’offesa; tanto valeva scrivere direttamente “mongoloide” -, ma sono scelte. Del resto, io non credo che sia praticamente perseguibile l’adagio secondo il quale i giornalisti dovrebbero essere completamente indipendenti da relazioni politiche: l’importante è che queste relazioni siano trasparenti, in modo che chi legge si possa fare una sua opinione sapendo che sta comunque leggendo un’informazione parziale. Proprio per questo continuo ad aprire anche il Fatto, perché di giornali (online) ne leggo una media di 5-6 al giorno.

Detto questo, non mi piace affatto la spocchia e l’ipocrisia con cui Travaglio sbandiera la sua indipendenza. Travaglio lavora per il Fatto quotidiano, che ha degli azionisti e dei proprietari, proprio come la Repubblica. Purtroppo sul sito della testata ho trovato solo il comunicato dell’Editoriale il Fatto s.p.a., ma niente dati sulle quote, quindi devo affidarmi a Wikipedia, sperando che le informazioni siano corrette. Riporto di seguito uno screenshot.

Screenshot del 24/03/2013

Screenshot del 24/03/2013

In base, quindi, alla pagina di Wikipedia, il 16,26% delle azioni del Fatto è detenuto da Chiarelettere, casa editrice del Gruppo Gems nata nel 2007 che, oltre a pubblicare Travaglio, Gomez, Grillo e Casaleggio, riportava, in data 23/5/2012 (il video linkato è molto interessante, nonostante le ipotesi complottiste massoniche), nei credits la Casaleggio Associati, che ora ha opportunamente rimosso. Il blog d’informazione Cado in piedi, sempre di Chiarelettere, alla pagina “Chi siamo”, indica, invece, ancora nei credits la Casaleggio Associati.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Il Fatto quotidiano, dal canto suo, assegna i credits a Marco Canestrari, il quale, vai a vedere, è stato dipendente della Casaleggio Associati dal 2007 al 2010, continuando poi a collaborare con l’azienda da libero professionista fino a ottobre 2011, nonché organizzatore del secondo V-Day e della raccolta firme per i quesiti referendari. Quindi non solo era interno al movimento di Grillo, ma ne era tra i promotori. Canestrari, 30 anni, ha lavorato anche per i siti di Di Pietro e dell’Italia dei valori.

Screenshot del 24/3/2013

Screenshot del 24/3/2013

Anche Daniele Martinelli, attuale consulente alla comunicazione del gruppo M5S alla Camera, oltre a essere stato candidato alle regionali del 2010 con l’Idv e aver collaborato con loro e con i Radicali, ha lavorato sia per Casaleggio, che per il Fatto, non so in quale ordine.

Senza contare Jacopo Fo, altro collaboratore del Fatto.

Cinzia Monteverdi, attuale amministratore delegato e azionista al 16,26% del Fatto, è anche presidente di Zerostudio’s, che produce Servizio pubblico, l’unico programma che ha sempre dato ampio spazio ai monologhi, rigorosamente registrati e senza contraddittorio, di Beppe Grillo.

E poi c’è quel 4,88% di azioni di Travaglio, che ha dichiarato pubblicamente di aver votato per il M5S, oltre che per Di Pietro (che, come già si diceva, prima che diventasse pubblicamente indifendibile, il giornalista non aveva mai attaccato). Contando Travaglio e Chiarelettere, fa circa il 21% di favorevoli a Grillo e Casaleggio, insomma (ipotizzando che gli altri azionisti siano estranei a questa logica): per una società che prevede l’impossibilità di avere un azionista di controllo per statuto, non è male.

Ovviamente il Fatto nega qualsiasi accusa di parzialità, ma certo la famosa intervista molto compiacente (un po’ alla Vespa, diciamolo) di Travaglio a Grillo, due pagine, non era un’ottima dimostrazione di questa tesi (qui la versione digitale). E infatti, andando avanti, ne abbiamo seguito l’evoluzione.

Tutto questo è legittimo, intendiamoci, ma non è legittimo attaccare continuamente gli altri giornali perché appoggiano quella o l’altra forza politica quando a casa propria si fa lo stesso. Si chiede l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali, che per società quotate in borsa ci può anche stare (per tutti, secondo me, no), ma poi renderemo trasparenti i finanziamenti privati? Perché il Fatto dice di sostenersi solo grazie al contributo dei lettori e alla pubblicità – che poi ti credo che i blogger che vi contribuiscono non vengono pagati… -, ma personalmente sarei molto curiosa di sapere se riceve anche qualche appoggio dalla Casaleggio Associati o da società ad essa collegate. Non necessariamente in soldi, ma, che ne so, in strategie di promozione e comunicazione, per esempio. Intanto, come si è visto, le mere relazioni umane tra il Fatto e la Casaleggio Associati ci sono, eccome.

Ecco, un giornalista d’inchiesta non potrebbe occuparsene, al fine di fugare ogni dubbio?

Riporto di seguito un comunicato stampa della Rete dei Redattori Precari che condivido pienamente.

Gentile ministro Fornero,

Abbiamo letto sul Corriere della sera del 14 marzo 2013 una sua dichiarazione nella quale si diceva “moderatamente soddisfatta” per il contrasto che la sua riforma avrebbe messo in atto verso “l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”, nello specifico i contratti a progetto.Le scrive la Rete dei Redattori Precari, un gruppo autorganizzato di lavoratori dell’editoria che, qualche anno fa, ha sentito l’esigenza di unire forze e idee per uscire dalla condizione di isolamento e frustrazione in cui la condizione di precarietà inevitabilmente conduce.

Se il ricorso ai contratti a progetto è sceso del 30% mentre l’incidenza dei contratti a termine sulle nuove assunzioni è salita di soli 2,7 punti percentuali (dati Corriere della sera del 14/3/2013), è evidente che una parte molto consistente di lavoratori non è stata riassorbita dalle aziende, che hanno approfittato della mancata regolamentazione delle partite Iva per esternalizzare ulteriormente e massicciamente il personale, obbligando buona parte di chi lavorava con contratto a progetto ad aprire, appunto, la partita Iva. Un ricatto, insomma.

Le sue dichiarazioni sommano al danno provocato dalla sua riforma la beffa del sentirsi dire, in sostanza, che siamo sulla buona strada per “contrastare l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”. Ebbene, la informiamo che stiamo andando nella direzione opposta.

Corriere della sera, 14/3/2013 Le lasciamo qualche dato sulla situazione in editoria fino a qualche mese fa. In Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (dati Slc-Cgil), molti dei quali lavorano lì da più di 5 anni, ricoprendo a volte ruoli di coordinamento, con presenza fissa in redazione, pur con l’assurda copertura di un generico co.co.pro. In Rcs Libri (Rizzoli, Bur, Bompiani) le cose non funzionano certo meglio: i precari sono oltre 50, quasi la metà dei colleghi regolarmente assunti, anche qui hanno spesso postazioni fisse e ruoli di coordinamento. Passiamo a Zanichelli: perfino il contratto a progetto è diventato un miraggio, e i lavoratori sono pagati con diritto d’autore (quello che, come saprà, il legislatore prevede per le opere dell’ingegno) a forfait, per prestazioni che nulla hanno a che fare con il lavoro autorale, come, per esempio, la ricerca iconografica o la correzione di bozze. Potremmo fare infiniti esempi di queste pratiche, e non solo tra i grandi gruppi editoriali, perché le piccole e medie case editrici adottano le stesse pratiche, spesso in modo perfino più selvaggio, con la scusa della crisi.

Questa era la situazione fino a pochi mesi fa. Adesso, anche a causa della riforma Fornero, è peggiorata.

La legge ha portato a un nuovo giro di vite, che costringe i precari sempre più nell’angolo. Ci sono tanti contratti non rinnovati e magari riproposti sotto forma di prestazione occasionale. C’è, per esempio, in Mondadori, il ricorso all’interinale per alcune aree, oltre che “l’invito” ad aprire la partita Iva. C’è l’obbligo di lavorare da casa per metà settimana, la creazione di uno spazio apposito per i precari, in cui questi lavoratori possano recarsi quando le esigenze produttive lo richiedano… C’è, dunque, l’ennesimo tentativo di eludere la legge.

Perché di questo si tratta: di un sistema diffuso e inveterato di elusione. Le case editrici si guardano bene le spalle, sanno come proteggersi da eventuali ricorsi del lavoratore, mascherando dietro contratti fraudolenti la realtà dei rapporti di lavoro.

La sua legge, caro ministro, non serve a nulla, come a nulla sono servite quelle che l’hanno preceduta nel cercare di arginare (ma erano davvero finalizzate a questo?) i danni del peccato originale: il pacchetto Treu. Non serve perché al limite può aiutare il lavoratore solo nel caso in cui questi decida di fare causa all’editore, e solo nel caso in cui l’editore sia stato così ingenuo da non prendere le opportune precauzioni e scappatoie in qualche modo “suggerite” dalla legge stessa. Quindi non solo non serve, ma risulta perfino dannosa.

Le chiediamo, ministro, se intende fingere che tutto questo non stia accadendo, distogliere lo sguardo dalle violazioni palesi della normativa (forse non della lettera, ma certamente dello spirito della legge) che hanno finora avuto luogo nelle principali case editrici italiane (come in tanti altri settori) – non in un piccolo laboratorio artigianale in uno scantinato – e continuare a rallegrarsi per aver di fatto reso possibile il miracolo che tutte le imprese inadempienti agli obblighi di legge sognavano: un condono di massa e, contestualmente, la messa a norma tramite la maggiore precarizzazione del lavoro.

Ministro, prima di lasciare la carica potrebbe spiegarci come venire fuori da questo pasticcio che lei, consapevolmente o meno, ha creato?

Non crede sia il caso di stabilire, piuttosto, un sistema di controllo capillare, che prescinda dalla denuncia del singolo lavoratore, e che sia in grado di rilevare i comportamenti illeciti come quelli che le abbiamo citato?

Con la speranza di ricevere una sua risposta,

Rete dei Redattori Precari

Losers

7 marzo 2013

Mi chiedo se, quando la nostra generazione sarà bella che passata, qualche storico o sociologo si occuperà di noi, se qualcuno parlerà di come milioni di persone hanno vissuto senza che venisse data loro alcuna possibilità, se non quella di sopravvivere – e a volte neanche quella. Perché a me sembra di lottare giornalmente nel fango contro enormi avversari invisibili che nemmeno si sporcano le mani.

Oggi ho parlato per l’ennesima volta con il “capo”, chiedendogli in sostanza di sfruttarmi, sì, di sfruttare le mie capacità per farmi fare qualcosa di diverso dal rispondere al telefono. Lui – licenza di scuola superiore tecnica, conoscenza di una lingua, la sua lingua madre, maschilista fino all’osso – mi parlava, spiegandomi con disegnini che un allievo di scuola elementare avrebbe saputo rendere più intellegibili, dicendomi che mi stima tanto, ma che devo pazientare un paio d’anni per poter cambiare ruolo. Un paio d’anni là dentro mi uccideranno, poi non avrò bisogno di cambiare un bel niente.

Il mio compagno, disoccupato da diversi mesi, sempre perché “l’Estero” è il paradiso terrestre, oggi è riuscito finalmente a parlare di contratto e paga per un lavoro che gli era stato offerto tre mesi fa nell’organizzazione di una prestigiosa conferenza internazionale che richiedeva la di lui competenza acquisita con un dottorato: esce fuori che gli offrono a 35 anni un contratto di stage per occuparsi della segreteria, con pagamento una tantum a lavoro praticamente fatto, 2000 euro in totale, forse meno, ma glielo sapranno dire alla fine. La durata di questo stage non è definita: tra un mese si comincia e non si sa quando si finisce.

Forse la cosa più tremenda è che non ho nemmeno più la forza di incazzarmi. Abbiamo fatto tutto ciò che era umanamente possibile fare, ma tanto non basta mai. C’è un tappo che ti impedisce di uscire, di andare avanti, di farti una vita “normale”, perfino di prendere aria.

Comincio anche a pentirmi di aver votato alle scorse elezioni: non credo ci sia qualcuno in grado di risolvere la situazione, è tutto chiuso, e questo non cambierà con un cambiamento di maggioranza, seppur di sinistra.

Non so che cosa pensare e, soprattutto, non so che cosa fare, se vi è qualcosa da fare.

Mi sono finora astenuta dal commentare il risultato delle elezioni politiche in Italia perché sono settimane che faccio indigestione di articoli e analisi e giorni che litigo con gli amici ex “di sinistra” che hanno votato il M5S. Ecco, elettore grillino fanatico, dico a te: su questo blog puoi essere arrivato solo per caso, quindi, ti prego, smetti di leggere, così tu eviterai di incazzarti con una la cui opinione non conta una mazza e io non dovrò perdere tempo a risponderti facendomi venire l’ulcera. Anzi, sappi che i commenti sono soggetti alla mia approvazione: il blog è mio e me lo gestisco io. Almeno io non ho la pretesa di parlare a nome di nessuno.

In sostanza sono d’accordo con l’analisi dei Wu Ming, che “tifano rivolta” nel Movimento 5 Stelle. Sebbene, a differenza loro, io un bel po’ di responsabilità la darei anche agli elettori – un po’ come Leonardo Tondelli, nonostante sarei davvero interessata a capire il perché di un voto – che sembrano dimenticare i punti programmatici più controversi (referendum propositivo senza quorum, abolizione dei finanziamenti pubblici a partiti e giornali, democrazia diretta, solo per dirne alcuni), per non citare poi i toni, a favore di riforme sulle quali qualsiasi “base” (di sinistra) convergerebbe (investimenti nella scuola e nell’università pubbliche, reddito minimo, riduzione degli stipendi dei parlamentari, leggi anticorruzione, sul conflitto di interessi, elettorale). Il problema è che poi non è che ti fanno scegliere se attuare alcuni punti invece di altri, perché tu il voto gliel’hai già dato. Evidentemente pensavano che Grillo su alcune cose scherzasse: ops, faceva sul serio!

Non sto dicendo che da questa situazione non potrebbe uscirne qualcosa di positivo: magari la sinistra si riappropriasse – e portasse avanti seriamente – battaglie che ignora da anni! E se questo deve essere fatto al prezzo di mandare finalmente in pensione la classe dirigente di PD e Sel (ma sopravviverebbe all’uscita di scena di Vendola?) e chiarirsi le idee sul proprio ruolo in politica e in società, sarei la prima a metterci la firma.

Il punto è che non riesco a credere che quel 25% di elettorato abbia fatto attivamente qualcosa negli anni perché non si arrivasse a questo punto. Certo, alcuni di loro saranno sicuramente reduci da movimenti di vario tipo e da battaglie civili, ma tutti gli altri, la maggioranza, il restante 24%? E il motivo per cui non ci credo è che i miei amici che hanno votato il M5S sono tutte persone che si lamentano da anni della situazione ma hanno rarissimamente messo il naso fuori da casa per partecipare a qualcosa, da una raccolta firme a un campo di volontariato, una manifestazione, fino ad arrivare a tenere un semplice blog in cui potevano fare controinformazione. No, la maggioranza di voi non ha fatto nulla, se non farsi condurre dalla rabbia di chi si è sostituito al vostro pensiero e dal falso mito dell’attivismo digitale, come se discutere su un blog fosse uguale anche solo a servire ai tavoli delle feste dell’Unità (sì, faccio questo paragone proprio perché lo odiate tanto), allora perché accusate “la sinistra” di non avervi rappresentato? Questo non per sollevare dalle proprie responsabilità un’intera classe politica miope adagiata sugli allori (quali allori, poi?), ma voi c’eravate a cercare di togliere loro la sedia da sotto al culo? O vi siete svegliati tutti a febbraio 2013, perché tanto sono tutti uguali ed è più facile accettare la pappa pronta da chi dice che fa tutto schifo, promettendovi in cambio mari e monti che sapete benissimo essere falsi? In che cosa esattamente queste promesse sono diverse da quelle fatte da Berlusconi? (A meno che non stiate davvero aspettando di avere la maggioranza in Parlamento e Senato per realizzare tutto il programma, in quel caso mi associo a chi dice che avete, in sostanza, propositi totalitari.)

Sono stata iscritta al Partito Democratico per circa un anno e mezzo, e basta cliccare sul relativo tag di questo blog per capire quanto fossi critica. Il problema è che l’unica voce critica là dentro ero io, non so se perché si trattava di un circolo romagnolo fuori tempo o se è, invece, una tendenza generale. Me ne sono andata perché ero sola, ma almeno io ci sono stata per parlarne. Da allora, profondamente schifata, ho giurato a me stessa che mai più nella vita avrei votato per loro se non avessero prima cacciato i vari impresentabili: D’Alema in primis, il grande genio politico che per ambizione personale ha affossato la sinistra dal momento in cui ci ha messo piede, poi Veltroni, Bindi, Letta e tutti gli altri a seguire. Mi facevano e mi fanno tuttora venire la pelle d’oca ogni volta che aprono bocca.

Ma gli stronzi ci sono ovunque, soprattutto ai vertici, come la vita insegna, e il vero problema era semmai il pensiero unico, il fatto che non si volesse ascoltare il dissenso, anzi, che si emarginasse il dissenso, il politicamente corretto che doveva attenersi agli angusti limiti dei dettami della dirigenza, il verticismo, la cooptazione per garantirsi la fedeltà. In questo, è vero, il PD è tuttora un partito comunista, anzi, stalinista. Ma in che cosa esattamente il M5S rompe questo schema? La democrazia digitale? Mah, nonostante le potenzialità del mezzo, non mi pare che alle “parlamentarie” abbia partecipato tutta questa massa critica (di certo non il 25% degli elettori), né viene dato gran credito a chi chiede di dare una fiducia, anche esterna, a un governo per realizzare almeno una parte di quelle proposte. Tutto o niente è il modo di ragionare dei bambini, o almeno di chi si impunta pensando che il mondo ruoti attorno a sé. O è la democrazia stessa che è diventata un problema secondario? Magari in nome di alcuni obiettivi da raggiungere – che, almeno per me, per quanto importanti, non hanno il suo stesso peso – siete disposti a cedere la vostra capacità critica, la possibilità di ragionare con la vostra testa? Perché se non è pensiero unico questo, che cosa lo è?

Non ho idea di come andrà la storia: nella migliore ipotesi possibile, si attueranno delle riforme con il sostegno esterno di senatori del M5S, nella peggiore si avrà un altro governo “tecnico” che porterà avanti le politiche recessive di quello Monti.

Ex compagni che avete votato il M5S, volete spiegarmi (civilmente e gentilmente) il perché? E vi siete resi conto della natura di questo soggetto politico o, tutto sommato, non la considerate una questione importante?

[No troll grillini, grazie.]

Riprendo la grave questione della trattativa Mondadori, della proposta dei precari e del ruolo di Ichino, perché è stato pubblicato un comunicato stampa dei suddetti precari di risposta alla dichiarazione del giuslavorista al Corriere.

Ebbene, la situazione è esattamente quella che si poteva estrapolare dalle parole di Ichino: i 50 mondadoriani denunciano l’illegale condizione di precarietà contrattuale in cui versano i lavoratori dell’azienda da anni e il fatto che, approfittando della Riforma Fornero, questa abbia deciso di “precarizzare ulteriormente i lavoratori delle redazioni, imponendo loro di aprire la partita Iva o di prestare il proprio lavoro attraverso l’intermediazione di un’agenzia interinale”. Per cercare di sanare questa situazione, i 50 mandano alla dirigenza una lettera con una bozza di proposta, per stilare la quale si rivolgono a Pietro Ichino, ovvero, nelle loro parole, “per proporre all’azienda una soluzione alternativa all’esternalizzazione selvaggia, che preveda la trasformazione delle collaborazioni autonome in rapporti di lavoro subordinato, anche rinunciando ad alcune delle prerogative di questi rapporti, e rispettando la necessità di evitare aumenti di costo e di rigidità per l’azienda“.

In questa luce, le questioni sono tre:

1. La rappresentanza. I firmatari sono 50, nell’intero Gruppo Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (fonte: comunicato stampa di Slc Cgil). Chi non ha firmato ha fatto la fine della zavorra? Sono stati informati della trattativa e hanno rifiutato di firmare? O erano troppo “esterni” per essere presi in considerazione? Sì, perché coloro che stanno proponendo tale inquadramento sono le stesse persone che fino a ieri lavoravano internamente all’azienda, svolgendo mansioni in tutto e per tutto simili a quelle di un dipendente, ma con contratto a progetto. Quindi 50 persone che avrebbero avuto il pieno diritto di fare causa all’azienda per utilizzo illegale di contratto a progetto: attenzione, non è un giudizio, è un fatto, va preso per ciò che è.

2. La scelta di rivolgersi a Ichino. I 50 precari in questione si sono rivolti a Ichino consapevoli del fatto che costui sia il paladino della flexsecurity, tanto da aver dichiarato nel loro comunicato di aver messo sul tavolo delle trattative la loro rinuncia ad alcune prerogative. Quindi l’ingenuità da parte loro è fuori questione. O non tutti ne erano consapevoli e per disperazione si sarebbero rivolti a chiunque? E l’ignoranza è giustificata? Ex colleghi, siete persone con master e dottorati, non potete farvi guidare solo da buona fede, disperazione e colleghi arrivisti che, magari manipolandovi (tutto da capire, infatti, chi abbia proposto proprio Ichino come “consulente”), vi porterebbero ovunque. No, l’ignoranza in questo caso non si giustifica, mi spiace.

3. L’opportunità di preferire un contratto monco a una partita Iva. Ed è sicuramente il punto più delicato. Premetto che non ho mai lavorato con partita Iva, al massimo con contratti di prestazione occasionale (ancora più inconsistenti, volendo). Il problema è duplice, di ordine personale e collettivo. Ho avuto un tempo determinato per due anni e mezzo con una casa editrice che ogni giorno mi faceva scontare il mio contratto (in barba al Ccnl Grafici Editoriali, al quale esso si ascriveva) come fosse una grazia emanata direttamente dall’empireo. Risultato: molta salute persa (e non è un modo di dire), tanto da pensare seriamente di intentare una causa per mobbing. Alla fine, nonostante il mio contratto si sarebbe trasformato quasi certamente in un indeterminato, con tutte le tutele del caso, ho scelto di licenziarmi e chiudere con l’editoria – non perché lo volessi, ma perché in editoria se non ti ritrovi (per fatica, dove si intende un sacco di lavoro gratuito, o sorte) nei giri giusti non lavori, a voglia a mandare curricula. Vale la pena lavorare, e vivere, così? Schiavizzati, privati di prospettive e di speranze, soggetti al capriccio del padrone di turno, che generalmente non viene scelto per merito ma perché più “aziendalista” degli altri, più pronto a fottervi senza farsi scrupoli? Come i colleghi che vi hanno guidato su questa strada, i vostri capetti di domani, statene certi. Mi direte: ma almeno così si hanno delle minime tutele. No, non è vero, si ha un costante ricatto che è impossibile ignorare, visto che in azienda dovrete andarci ogni giorno. Ne vale la pena?

Questione collettiva. E qui permettetemi di essere guidata da un’idea, cosa ben diversa dall’ideologia. Sull’onda della rabbia, e cogliendo lo spunto di un amico, ho paragonato Segrate a Pomigliano: alcuni si sono risentiti del paragone, ma a me continua a sembrare perfettamente calzante. Non si possono cancellare sessant’anni di diritti raggiunti tramite azioni collettive, sindacali, per un interesse personale, o più propriamente, per leccare da terra le briciole cadute dal tavolo della dirigenza pensando che sia nel proprio interesse farlo. E se non capite da soli come stanno le cose, è il caso che qualcuno vi metta di fronte alle vostre responsabilità, visto che poi le conseguenze non saranno solo vostre.

Citando un’amica: “Neanche a me piace l’idea di una guerra tra precari. Ma in questo caso si tratta davvero di un’altra partita: qualsiasi critica al modello Ichino sarà del tutto impotente perché Mondadori potrà sempre tirare fuori l’asso nella manica del ‘sono stati i precari a chiederlo’. Ecco perché è fondamentale che siano altri precari a protestare, magari insieme ai lavoratori dipendenti illuminati, se esistono. Ed è importante che siano i precari Mondadori a iniziare la protesta.”

Precari Mondadori che non sono d’accordo con una simile trattativa, se ci siete, battete un colpo. E fatelo al più presto, prima che tale modello venga applicato a tutti. Perché non è difficile immaginare che Mondadori non si farà sfuggire l’occasione di rispondere, sempre se non l’ha già fatto, trattando al ribasso da una posizione di forza in cui alcuni precari stessi l’hanno messa.

E state attenti, perché c’è già chi inizia ad appropriarsi del vostro silenzio, facendolo passare al mondo per consenso.

Non molti, a parte gli addetti ai lavori, sanno che cosa sta succedendo in questi giorni in Mondadori. Quello che so lo conosco da racconti di (ormai ex) colleghi editoriali e dalle notizie diffuse dalla Rete dei Redattori Precari, oltre che dai quotidiani.

In questi giorni si sono levate molte voci scandalizzate in difesa di Giulia Ichino, senior editor Mondadori, dopo l’intervento di Chiara Di Domenico a un incontro del Pd, “Le parole dell’Italia giusta: lavoro”, durante il quale ha accusato la suddetta di aver ottenuto il posto in quanto “figlia di”. Si può discutere, e se n’è discusso più che a sufficienza, dell’opportunità o meno di fare il suo nome, viste le strumentalizzazioni pre-elettorali a cui si va inevitabilmente incontro, ma la sostanza del suo discorso è vera. Basta ascoltarlo.

Eppure mai così tante voci si sono levate a difendere i precari, costretti da anni, nel silenzio generale, ad accettare condizioni ignobili, pur di cercare di mantenere un lavoro in editoria, aggrappandosi con le unghie e coi denti a un mestiere per il quale si erano formati in anni di studio e di gavetta. Come chiede giustamente Vincenzo Iurillo in un post sul Fatto (il quale, vorrei ricordare, non paga i collaboratori dei blog, in quanto dà loro “visibilità”), dov’erano finora Lucia Annunziata, Luca Sofri, Gianni Riotta, Fabrizio Rondolino? E aggiungo, Giuseppe Genna, che in un suo post indignato su Facebook, diceva che il Pd ha perso il suo voto perché Bersani ha osato abbracciare Chiara e non dissociarsene – insomma, una delle poche cose di sinistra che ha fatto il leader del Pd negli ultimi anni. Che tristezza. La difesa del branco.

E segnalo a questo proposito la bellissima lettera di Chiara, che già dal titolo è un programma: ci vuole molta classe nella lotta.

Per non parlare dei colleghi di Mondadori – ex, ci tengo a sottolinearlo. E colleghi non perché io abbia mai lavorato in Mondadori, ma solo in quanto lavoratori dell’editoria. La solidarietà, da quelle parti, va solo alla senior editor, che peraltro si difende anche in modo piuttosto impacciato, dicendo di essere stata “solo fortunata“. Dimenticandosi che, fortunata o meno, in qualità di senior editor un po’ di voce in capitolo ce l’ha quando si tratta di chiedere un contratto per le persone che lavorano per lei. L’Uomo Ragno sapeva che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, forse a lei non l’hanno detto.

Ad ogni modo, che lei sia raccomandata o meno in un paese di raccomandati non fa molta differenza. Io stessa sono stata accusata di essere raccomandata solo perché ho seguito il Master in Editoria di Eco, che peraltro ho pagato per metà di tasca mia (l’altra metà era coperta da borsa di studio, come per tutti i posti di quel Master), eppure ho lasciato l’editoria, figuriamoci. Non è questo il punto, come spiega bene una mia collega della Rete – lei, sì, sono fiera di chiamarla collega. Lasciamo il linciaggio agli squadristi, quelli veri.

Il punto è che i precari Mondadori avevano contratti in scadenza in questi giorni e, a quanto pare, stavano conducendo una trattativa riservata con l’azienda – o, almeno, 51 di loro; gli altri saranno lasciati al loro destino? Mah. Come lo so? Perché qualcuno ha provveduto a passare la notizia al Corriere. Vediamo: un giorno la figlia di Ichino viene attaccata e Bersani appoggia pubblicamente la persona che conduce l’attacco (che poi, avesse detto chissà che…), il giorno dopo filtra la notizia di una trattativa contrattuale riservata in cui il Santo Ichino viene presentato come il salvatore della Patria. E nell’articolo c’è pure un virgolettato di Ichino. Due più due a casa mia fa quattro, e la “rivelazione” mi sa tanto di vendetta trasversale, o avvertimento, come meglio dir si voglia.

Ad ogni modo, nel suddetto articolo Ichino fa riferimento al “modello già sperimentato dalla contrattazione collettiva nel settore del marketing operativo”, da prendere come esempio. Che cos’è? Questo: un contratto “con modifiche che consentano l’instaurazione di nuovi rapporti di lavoro o la trasformazione dei rapporti attuali dalla forma della collaborazione autonoma a quella del lavoro subordinato con aumenti di costo opportunamente graduati nel tempo e rimodulando a tale scopo le materie dei minimi retributivi, le mansioni e gli inquadramenti, l’orario di lavoro, la flessibilità del lavoro, gli artt. 4 e 24 della Legge 223/91“. Una deroga al contratto collettivo a tempo indeterminato, in sostanza, che poi è l’inquadramento contrattuale a cui praticamente quasi tutti i precari editoriali avrebbero diritto, considerando gli anni di contratti a progetto o di partita Iva fasulla passati a lavorare per la stessa azienda. Infatti, la Cgil questo accordo (marketing operativo) non lo ha firmato.

Cgil che, comunque, pare abbia consigliato ai lavoratori con contratto in scadenza di aprire la partita Iva per garantirsi “una continuità di reddito”. Grazie al cavolo! Non che questo mi stupisca, visto l’incontro di un paio di anni fa con due responsabili Cgil dei grafici editoriali.

Molto ci sarebbe da discutere, invece, sull’intelligenza dei 51 precari mondadoriani firmatari della lettera alla dirigenza che si sono affidati alle amorevoli mani di Pietro Ichino, il quale non ha esitato granché a “tradirli” sul montiano Corriere non appena ne ha avuto bisogno. C’è da aspettarsi che ora saranno costretti ad accettare qualsiasi contratto al ribasso verrà loro proposto, in attesa di essere messi alla porta, o di avere condizioni contrattuali ancora peggiori, come i colleghi che hanno lasciato fuori dalla trattativa – tanti, si suppone, considerando che, in base ai dati diffusi dalla Rete dei Redattori Precari un paio di mesi fa, Mondadori fa uso di contratti atipici per il 55% dei suoi lavoratori. A questo punto ci sarebbe solo da aggiungere che ognuno ha ciò che si merita. Se non fosse per il fatto che questo precedente non varrà certo solo per i collaboratori Mondadori in questione, ma per tutti i lavoratori editoriali, di tutte le case editrici. Pomigliano docet.

Ma si sa, chi la pensa come me è solo uno sfigato che, per troppa intransigenza, ha accantonato il sogno di lavorare nel magico mondo dell’editoria.

Cari ex colleghi, ve lo lascio con tutto il cuore, questo magico mondo, continuate pure a distruggerlo con le vostri stesse mani finché, a forza di trattative riservate e deroghe ai contratti nazionali, pensando sempre di essere i più furbi perché più flessibili, non vi sarete accorti di esservi divorati a vicenda. Auguri, che sopravviva il più scaltro. Che non sarete voi, statene certi.

In chiusura, una domanda di carattere personale, ma non solo: a che cosa serve lavorare con i libri quando questi non vi danno nemmeno la capacità critica di vedere un po’ più in là del vostro naso? E che libri può produrre una persona priva di senso critico?

L’esternalizzazione delle risorse umane da parte delle istituzioni europee – al di là della poco condivisibile etica del lavoro che ne è alla base – ha causato un effetto inatteso: l’inserimento massiccio di “esterni” (forse sarebbe più appropriato il termine “paria”) che beneficiano di condizioni di lavoro molto (MOLTO) peggiori di quelle riservate ai funzionari europei sta velocemente creando la consapevolezza diffusa dello scollamento con la realtà di questi luoghi di produzione di politiche. E quando si parla di “inserimento massiccio” si intende che sono stati esternalizzati i servizi informativi (help desk, call center, etc.) e la sicurezza, solo per fare due esempi macroscopici: frotte di persone che lavorano negli stessi edifici riservati ai funzionari e percepiscono un terzo, se non meno, del loro stipendio, non usufruiscono dei loro benefit, non hanno alcuna possibilità di fare carriera all’interno delle istituzioni né di rivendicare da esse diritti. Forza lavoro che costa meno, chi se ne frega del resto. One night stand, baby, now fuck off.
Stamattina parlavo con una funzionaria di circa sessant’anni che diceva di avere una figlia della mia età e mi chiedeva perché non avessi figli. Da connazionale le ho risposto ironicamente – presupponendo che conoscesse la situazione in Italia – che alla mia età non si usa, sono troppo giovane. Lei mi ha guardata in modo strano, quindi ho aggiunto: “Eh, sa, con le condizioni lavorative che ci sono in Italia – solo contratti precari, nessun ammortizzatore sociale – non è molto facile fare figli, soprattutto se le famiglie sono lontane.” E la sua risposta è stata: “Eh, lo so che è un po’ una moda, però io non sono d’accordo a mettere il lavoro sempre prima di tutto.” Io: “Mah, e se uno rimane senza lavoro come fa con i figli? Non è che in Italia ci sia uno stato sociale…” Lei: “Sarà che vengo da una città dove si vive molto bene…” Eh, sì, sarà pure che i tuoi contatti con la realtà risalgono al paleolitico e chissà dove hai piazzato a lavorare quella raccomandata di tua figlia. Stronza. E dire che questa è gente che è entrata a lavorare nelle istituzioni quando per vincere un concorso europeo bastava praticamente poco più che saper leggere e scrivere – adesso è più o meno come beccare un terno al lotto, altro che titoli e competenze. Eppure quanto si sentono superiori ai paria con master e dottorati che lustrano i pavimenti dei loro uffici.