Consideriamo il caso di un editore che, per ottimizzare il guadagno, decida (benché “decidere” sia un termine impegnativo nel nostro caso) che la produzione vada completamente standardizzata, e per farlo metta in atto delle precise strategie paleocapitalistiche. Prendiamo, quindi, l’esempio concreto dei libri, la produzione dei quali potrebbe verificarsi con gli utili accorgimenti indicati di seguito.

1. Nessun redattore segue la nascita e il compimento di un volume, ma ciascuno di essi può intervenire su qualsiasi cosa, perfino soltanto su una minuscola parte di testo, magari qualche capitolo soltanto. Nessuno sa minimamente, quindi, che cosa si ritrova per le mani.

2. Per fare l’editing non si legge, è tassativamente vietato, sennò si perde tempo. Si indica al tipografo (non al grafico, inutile passaggio eliminato), su originale cartaceo (la tecnologia distrae), come impaginare il volume (perché si usa di volta in volta una tipografia diversa, scelta in base al rapporto tra la maggiore velocità e il minor costo).

3. Si impara che del correttore (persona che spesso di mestiere fa tutt’altro, e si vede: alla correzione di bozze arriva generalmente per parentela) bisogna fidarsi (verbo generalmente e giustamente bandito dal lessico del redattore). Di conseguenza, in clima di amichevole “fiducia”, gli si delegano anche le scelte sostanziali – cosa che comporta, coerentemente alla legge di Murphy, tutte le decisioni sbagliate possibili che un correttore possa prendere.

4. Si limitano, e possibilmente si bandiscono, i rapporti con gli autori, che, per loro stessa natura (esterna), potrebbero instillare dubbi nella fragile e acritica mente del redattore industriale. Anzi, meglio evitare qualsiasi contatto umano, e per raggiungere lo scopo si fomenta la (già grave di suo) paranoia del redattore: gli si fa credere che i colleghi lo odino, che guadagnino più di lui, che vogliano fargli le scarpe. E di norma non ci si discosta troppo dalla realtà: come nei peggiori call center di Caracas, ciascuno è controllato dai suoi pari, e il numero delle volte in cui questi si reca in bagno viene diligentemente riportato al capo.

5. Nessuna formazione. La formazione porta alla consapevolezza del proprio ruolo e della propria professionalità: in sostanza dà meno possibilità al capo di tenerti per le palle. Così, invece, nessuno rivendica nulla, perché l’assenza del nome dal colophon, l’anonimato, garantisce, in fondo e nella maggior parte dei casi, la mancanza di responsabilità. Per questo, per esempio, le norme cambiano senza motivo da una pubblicazione all’altra, perfino all’interno della stessa collana, ma che dico, anche volume, senza che esista una risposta univoca, o quasi, su una dicitura formale: io non so e quindi neanche tu devi sapere, e ti tengo nel dubbio cambiando versione di volta in volta.

Tra le risposte più belle che ho avuto da un collega in questi giorni c’è questa: a un dubbio espresso su alcuni valori all’interno di una tabella, mi è stato detto che se la tabella l’ha fatta l’autore, andrà bene così. Un carpentiere mi avrebbe dato con molta probabilità una risposta più pertinente.

Dopo aver parlato così male dei grafici (industriali), è arrivato insomma il momento dei redattori (industriali).

Un altro aneddoto sulle cose che voi umani e i bastioni di Orione. Ho visto in un testo cinque livelli di note, cinque. Ovvero all’interno del “livello nota a piè di pagina”, vi erano altri quattro livelli di profondità, fino a scendere alla nota della nota della nota della nota. Senza alcun segno grafico a distinguere un livello dall’altro. Magnifico, degno di Borges.

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