Sento il bisogno di rispondere a “Sara”, l’ex studentessa di Giovanna Cosenza che le ha scritto una lettera pubblicata poi sul blog della professoressa.

Perdonami, Sara, perché sarò cattiva e provocatoria. Perdonami, perché capisco bene ciò che dici, ma non lo condivido. Sono, però, sicura che riceverai diverse manifestazioni di sostegno da chi si trova nella tua stessa situazione, quindi accetta una voce contraria e, se riesci, prendila per ciò che vorrebbe essere: uno schiaffo a chi ha perso i sensi. A volte funziona, a volte, purtroppo, fa solo male.

Non ho mai sopportato chi si lamenta della propria situazione e non fa nulla per cambiarla. E non lo dico per questioni ideologiche o perché così sembro più figa. Probabilmente sono l’educazione e la storia personale, unite al bisogno talvolta anche un po’ crudele di vedersi per ciò che si è, e ciò che si è non è quasi mai piacevole da guardare in dettaglio: spesso è meglio addossare le proprie mancanze ad altri e continuare per la strada che si conosce. Ho fatto anche questo, è umano.

Ho lavorato in editoria, ambito per cui ho studiato e che ho amato molto malgrado le batoste che mi ha riservato: è stato bellissimo vedere il mio nome da traduttrice su testi che ho adorato, nonostante la paga che definire da fame è un complimento, come è stato splendido avere in mano le “mie” riviste, piene delle immagini e degli articoli che io stessa avevo scelto, a fronte di litigi, prese di posizione e perfino mobbing da parte di chi al massimo aveva una licenza media. E tutto ciò perché volevo tenere alta un’idea di “qualità” che, in fondo, là dentro solo io avevo. Proprio come te. Mi sono licenziata, ho deciso che non valeva la pena barattare la mia vita per l’ombra di una vita, mi sono trasferita all’estero, ho ricominciato da capo a 32 anni.

Vogliamo quindi continuare a chiederci di chi è la colpa? Prego, basta che dopo si faccia il passo successivo. Invece no, la mia esperienza è che quel passo lì non si fa quasi mai, si continua a guardarsi allo specchio senza guardare mai in faccia i colleghi, anzi, spesso passando sul loro cadavere, magari nell’istante stesso in cui ci si lamenta della propria vita agra. E sai che c’è? Che se io ho lasciato l’editoria non lo imputo solo a me stessa, alla mia mancanza di bravura o tenacia, né solo agli editori, alle condizioni vergognose che impongono ai loro lavoratori. Lo imputo anche ai colleghi, alla loro completa assenza di solidarietà, alla loro paura perenne e insuperabile, alla loro ipocrisia. Ipocrisia, sì, perché la verità è che per continuare a fare quel lavoro a quelle condizioni devi avere i genitori che ti coprono le spalle, e te le coprono per bene, altrimenti a un certo punto devi cambiare vita.

Accetti a 30 anni un part-time in cui ti pagano 400 euro al mese, con 4 anni di esperienza e una laurea, per andare a sostituire un assunto a 1500 euro al mese? Sì, la colpa è la tua. Ed è colpa tua anche perché impedisci a me di farlo, quel lavoro, soltanto perché io le tue stesse condizioni non le accetterei mai. Perché non posso permettermele, e non solo per una questione economica, che comunque esiste, ma anche di dignità personale. Allora chi “vince” non è mai il più bravo, anche se te lo fanno credere perché hanno bisogno di te, è chi abbassa la testa più a lungo.

Se ho cambiato vita è, ovviamente, perché credo che questo non sia vincere, ma far vincere loro, e questo sulla mia pelle non lo permetto.

Essere “speciali” non è (credere di) scalare le vette del successo, è mantenere la schiena dritta. Fate un piacere a voi stessi e alla società: incazzatevi invece di sentirvi falliti. Fate rete, incontratevi, parlatevi, collaborate. Magari non solo per raccontarvi che la vostra vita fa schifo. Sappiate dire “avrei preferenza di no”.

Perdonami, ma quale mai può essere il peggio che tanto temi, Sara?

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