Riprendo la grave questione della trattativa Mondadori, della proposta dei precari e del ruolo di Ichino, perché è stato pubblicato un comunicato stampa dei suddetti precari di risposta alla dichiarazione del giuslavorista al Corriere.

Ebbene, la situazione è esattamente quella che si poteva estrapolare dalle parole di Ichino: i 50 mondadoriani denunciano l’illegale condizione di precarietà contrattuale in cui versano i lavoratori dell’azienda da anni e il fatto che, approfittando della Riforma Fornero, questa abbia deciso di “precarizzare ulteriormente i lavoratori delle redazioni, imponendo loro di aprire la partita Iva o di prestare il proprio lavoro attraverso l’intermediazione di un’agenzia interinale”. Per cercare di sanare questa situazione, i 50 mandano alla dirigenza una lettera con una bozza di proposta, per stilare la quale si rivolgono a Pietro Ichino, ovvero, nelle loro parole, “per proporre all’azienda una soluzione alternativa all’esternalizzazione selvaggia, che preveda la trasformazione delle collaborazioni autonome in rapporti di lavoro subordinato, anche rinunciando ad alcune delle prerogative di questi rapporti, e rispettando la necessità di evitare aumenti di costo e di rigidità per l’azienda“.

In questa luce, le questioni sono tre:

1. La rappresentanza. I firmatari sono 50, nell’intero Gruppo Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (fonte: comunicato stampa di Slc Cgil). Chi non ha firmato ha fatto la fine della zavorra? Sono stati informati della trattativa e hanno rifiutato di firmare? O erano troppo “esterni” per essere presi in considerazione? Sì, perché coloro che stanno proponendo tale inquadramento sono le stesse persone che fino a ieri lavoravano internamente all’azienda, svolgendo mansioni in tutto e per tutto simili a quelle di un dipendente, ma con contratto a progetto. Quindi 50 persone che avrebbero avuto il pieno diritto di fare causa all’azienda per utilizzo illegale di contratto a progetto: attenzione, non è un giudizio, è un fatto, va preso per ciò che è.

2. La scelta di rivolgersi a Ichino. I 50 precari in questione si sono rivolti a Ichino consapevoli del fatto che costui sia il paladino della flexsecurity, tanto da aver dichiarato nel loro comunicato di aver messo sul tavolo delle trattative la loro rinuncia ad alcune prerogative. Quindi l’ingenuità da parte loro è fuori questione. O non tutti ne erano consapevoli e per disperazione si sarebbero rivolti a chiunque? E l’ignoranza è giustificata? Ex colleghi, siete persone con master e dottorati, non potete farvi guidare solo da buona fede, disperazione e colleghi arrivisti che, magari manipolandovi (tutto da capire, infatti, chi abbia proposto proprio Ichino come “consulente”), vi porterebbero ovunque. No, l’ignoranza in questo caso non si giustifica, mi spiace.

3. L’opportunità di preferire un contratto monco a una partita Iva. Ed è sicuramente il punto più delicato. Premetto che non ho mai lavorato con partita Iva, al massimo con contratti di prestazione occasionale (ancora più inconsistenti, volendo). Il problema è duplice, di ordine personale e collettivo. Ho avuto un tempo determinato per due anni e mezzo con una casa editrice che ogni giorno mi faceva scontare il mio contratto (in barba al Ccnl Grafici Editoriali, al quale esso si ascriveva) come fosse una grazia emanata direttamente dall’empireo. Risultato: molta salute persa (e non è un modo di dire), tanto da pensare seriamente di intentare una causa per mobbing. Alla fine, nonostante il mio contratto si sarebbe trasformato quasi certamente in un indeterminato, con tutte le tutele del caso, ho scelto di licenziarmi e chiudere con l’editoria – non perché lo volessi, ma perché in editoria se non ti ritrovi (per fatica, dove si intende un sacco di lavoro gratuito, o sorte) nei giri giusti non lavori, a voglia a mandare curricula. Vale la pena lavorare, e vivere, così? Schiavizzati, privati di prospettive e di speranze, soggetti al capriccio del padrone di turno, che generalmente non viene scelto per merito ma perché più “aziendalista” degli altri, più pronto a fottervi senza farsi scrupoli? Come i colleghi che vi hanno guidato su questa strada, i vostri capetti di domani, statene certi. Mi direte: ma almeno così si hanno delle minime tutele. No, non è vero, si ha un costante ricatto che è impossibile ignorare, visto che in azienda dovrete andarci ogni giorno. Ne vale la pena?

Questione collettiva. E qui permettetemi di essere guidata da un’idea, cosa ben diversa dall’ideologia. Sull’onda della rabbia, e cogliendo lo spunto di un amico, ho paragonato Segrate a Pomigliano: alcuni si sono risentiti del paragone, ma a me continua a sembrare perfettamente calzante. Non si possono cancellare sessant’anni di diritti raggiunti tramite azioni collettive, sindacali, per un interesse personale, o più propriamente, per leccare da terra le briciole cadute dal tavolo della dirigenza pensando che sia nel proprio interesse farlo. E se non capite da soli come stanno le cose, è il caso che qualcuno vi metta di fronte alle vostre responsabilità, visto che poi le conseguenze non saranno solo vostre.

Citando un’amica: “Neanche a me piace l’idea di una guerra tra precari. Ma in questo caso si tratta davvero di un’altra partita: qualsiasi critica al modello Ichino sarà del tutto impotente perché Mondadori potrà sempre tirare fuori l’asso nella manica del ‘sono stati i precari a chiederlo’. Ecco perché è fondamentale che siano altri precari a protestare, magari insieme ai lavoratori dipendenti illuminati, se esistono. Ed è importante che siano i precari Mondadori a iniziare la protesta.”

Precari Mondadori che non sono d’accordo con una simile trattativa, se ci siete, battete un colpo. E fatelo al più presto, prima che tale modello venga applicato a tutti. Perché non è difficile immaginare che Mondadori non si farà sfuggire l’occasione di rispondere, sempre se non l’ha già fatto, trattando al ribasso da una posizione di forza in cui alcuni precari stessi l’hanno messa.

E state attenti, perché c’è già chi inizia ad appropriarsi del vostro silenzio, facendolo passare al mondo per consenso.

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Non molti, a parte gli addetti ai lavori, sanno che cosa sta succedendo in questi giorni in Mondadori. Quello che so lo conosco da racconti di (ormai ex) colleghi editoriali e dalle notizie diffuse dalla Rete dei Redattori Precari, oltre che dai quotidiani.

In questi giorni si sono levate molte voci scandalizzate in difesa di Giulia Ichino, senior editor Mondadori, dopo l’intervento di Chiara Di Domenico a un incontro del Pd, “Le parole dell’Italia giusta: lavoro”, durante il quale ha accusato la suddetta di aver ottenuto il posto in quanto “figlia di”. Si può discutere, e se n’è discusso più che a sufficienza, dell’opportunità o meno di fare il suo nome, viste le strumentalizzazioni pre-elettorali a cui si va inevitabilmente incontro, ma la sostanza del suo discorso è vera. Basta ascoltarlo.

Eppure mai così tante voci si sono levate a difendere i precari, costretti da anni, nel silenzio generale, ad accettare condizioni ignobili, pur di cercare di mantenere un lavoro in editoria, aggrappandosi con le unghie e coi denti a un mestiere per il quale si erano formati in anni di studio e di gavetta. Come chiede giustamente Vincenzo Iurillo in un post sul Fatto (il quale, vorrei ricordare, non paga i collaboratori dei blog, in quanto dà loro “visibilità”), dov’erano finora Lucia Annunziata, Luca Sofri, Gianni Riotta, Fabrizio Rondolino? E aggiungo, Giuseppe Genna, che in un suo post indignato su Facebook, diceva che il Pd ha perso il suo voto perché Bersani ha osato abbracciare Chiara e non dissociarsene – insomma, una delle poche cose di sinistra che ha fatto il leader del Pd negli ultimi anni. Che tristezza. La difesa del branco.

E segnalo a questo proposito la bellissima lettera di Chiara, che già dal titolo è un programma: ci vuole molta classe nella lotta.

Per non parlare dei colleghi di Mondadori – ex, ci tengo a sottolinearlo. E colleghi non perché io abbia mai lavorato in Mondadori, ma solo in quanto lavoratori dell’editoria. La solidarietà, da quelle parti, va solo alla senior editor, che peraltro si difende anche in modo piuttosto impacciato, dicendo di essere stata “solo fortunata“. Dimenticandosi che, fortunata o meno, in qualità di senior editor un po’ di voce in capitolo ce l’ha quando si tratta di chiedere un contratto per le persone che lavorano per lei. L’Uomo Ragno sapeva che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, forse a lei non l’hanno detto.

Ad ogni modo, che lei sia raccomandata o meno in un paese di raccomandati non fa molta differenza. Io stessa sono stata accusata di essere raccomandata solo perché ho seguito il Master in Editoria di Eco, che peraltro ho pagato per metà di tasca mia (l’altra metà era coperta da borsa di studio, come per tutti i posti di quel Master), eppure ho lasciato l’editoria, figuriamoci. Non è questo il punto, come spiega bene una mia collega della Rete – lei, sì, sono fiera di chiamarla collega. Lasciamo il linciaggio agli squadristi, quelli veri.

Il punto è che i precari Mondadori avevano contratti in scadenza in questi giorni e, a quanto pare, stavano conducendo una trattativa riservata con l’azienda – o, almeno, 51 di loro; gli altri saranno lasciati al loro destino? Mah. Come lo so? Perché qualcuno ha provveduto a passare la notizia al Corriere. Vediamo: un giorno la figlia di Ichino viene attaccata e Bersani appoggia pubblicamente la persona che conduce l’attacco (che poi, avesse detto chissà che…), il giorno dopo filtra la notizia di una trattativa contrattuale riservata in cui il Santo Ichino viene presentato come il salvatore della Patria. E nell’articolo c’è pure un virgolettato di Ichino. Due più due a casa mia fa quattro, e la “rivelazione” mi sa tanto di vendetta trasversale, o avvertimento, come meglio dir si voglia.

Ad ogni modo, nel suddetto articolo Ichino fa riferimento al “modello già sperimentato dalla contrattazione collettiva nel settore del marketing operativo”, da prendere come esempio. Che cos’è? Questo: un contratto “con modifiche che consentano l’instaurazione di nuovi rapporti di lavoro o la trasformazione dei rapporti attuali dalla forma della collaborazione autonoma a quella del lavoro subordinato con aumenti di costo opportunamente graduati nel tempo e rimodulando a tale scopo le materie dei minimi retributivi, le mansioni e gli inquadramenti, l’orario di lavoro, la flessibilità del lavoro, gli artt. 4 e 24 della Legge 223/91“. Una deroga al contratto collettivo a tempo indeterminato, in sostanza, che poi è l’inquadramento contrattuale a cui praticamente quasi tutti i precari editoriali avrebbero diritto, considerando gli anni di contratti a progetto o di partita Iva fasulla passati a lavorare per la stessa azienda. Infatti, la Cgil questo accordo (marketing operativo) non lo ha firmato.

Cgil che, comunque, pare abbia consigliato ai lavoratori con contratto in scadenza di aprire la partita Iva per garantirsi “una continuità di reddito”. Grazie al cavolo! Non che questo mi stupisca, visto l’incontro di un paio di anni fa con due responsabili Cgil dei grafici editoriali.

Molto ci sarebbe da discutere, invece, sull’intelligenza dei 51 precari mondadoriani firmatari della lettera alla dirigenza che si sono affidati alle amorevoli mani di Pietro Ichino, il quale non ha esitato granché a “tradirli” sul montiano Corriere non appena ne ha avuto bisogno. C’è da aspettarsi che ora saranno costretti ad accettare qualsiasi contratto al ribasso verrà loro proposto, in attesa di essere messi alla porta, o di avere condizioni contrattuali ancora peggiori, come i colleghi che hanno lasciato fuori dalla trattativa – tanti, si suppone, considerando che, in base ai dati diffusi dalla Rete dei Redattori Precari un paio di mesi fa, Mondadori fa uso di contratti atipici per il 55% dei suoi lavoratori. A questo punto ci sarebbe solo da aggiungere che ognuno ha ciò che si merita. Se non fosse per il fatto che questo precedente non varrà certo solo per i collaboratori Mondadori in questione, ma per tutti i lavoratori editoriali, di tutte le case editrici. Pomigliano docet.

Ma si sa, chi la pensa come me è solo uno sfigato che, per troppa intransigenza, ha accantonato il sogno di lavorare nel magico mondo dell’editoria.

Cari ex colleghi, ve lo lascio con tutto il cuore, questo magico mondo, continuate pure a distruggerlo con le vostri stesse mani finché, a forza di trattative riservate e deroghe ai contratti nazionali, pensando sempre di essere i più furbi perché più flessibili, non vi sarete accorti di esservi divorati a vicenda. Auguri, che sopravviva il più scaltro. Che non sarete voi, statene certi.

In chiusura, una domanda di carattere personale, ma non solo: a che cosa serve lavorare con i libri quando questi non vi danno nemmeno la capacità critica di vedere un po’ più in là del vostro naso? E che libri può produrre una persona priva di senso critico?

Non lavoro nell’outbound, ho un contratto a tempo indeterminato e sto in un call center esternalizzato all’interno di un’istituzione europea: più di lusso di così! So che molti “colleghi” italiani – ma che cosa vuol dire essere colleghi quando si parla di call center? Nulla, che poi è la forza di chi ti sfrutta – darebbero un braccio per questo lavoro. Dipende, però, da ciò che uno si aspetta dalla vita: Great Expectations, Grandi Fregature.

La verità è che quello di call center è forse il lavoro d’ufficio peggiore che possa capitare, sempre: ti devasta i neuroni, ti distrugge l’autostima e onestamente ‘sti cazzi della sicurezza economica.

Non è vero, l’ho scelto io di non continuare a fare la traduttrice sfruttata e occasionale, di non dover fare ore e ore di lavoro supplementare cercando gli autori da tradurre, proponendoli all’editore (che li scarta in 9 casi su 10, quindi ti sei pure fatto il culo a vuoto), di rivedere le bozze della mia traduzione, il tutto gratis. L’ho scelto io, perché non potevo permettermi di farmi mantenere a 33 anni dai genitori.

Questa è una scelta?

Oh, se ho cercato altro! Ormai è un anno che cerco altro, qui a Bruxelles. Pensate che ci sia lavoro, qui?

Certo, posso usufruire di uno stato sociale che è tra i migliori d’Europa. Ma quando mi sono iscritta all’Università, e poi al Master, non mi è mai venuto in mente lo stato sociale a consolarmi degli sforzi. Choosy.

Allora domani torno alla mia scrivania, al mio telefono, schiava tra i funzionari privilegiati, che quando si accorgono che sei una “risorsa esterna” smettono di salutarti. Vero, non esagero, sei trasparente. Il bello è che per loro sei anche quello che sottrae il lavoro, come se la scelta delle istituzioni di appaltare ad aziende esterne scevre da ogni vincolo morale l’avessi fatta tu. Come se a te non piacerebbe guadagnare quei quasi 4000 euro al mese più privilegi di cui gode l’ultimo funzionario entrato in servizio (AST1: per intendersi, livello segretari).

E così continuerò a rispondere al telefono a gente che non aspetta altro che dimostrarti quanto è importante, che parte dall’idea che tu sia un imbecille che si è ritrovato lì perché l’unico altro lavoro che avrebbe potuto fare sarebbe stato quello di sguattero, al massimo, mentre loro sono dei dell’Olimpo. Oh, sì, i peggiori, i più arroganti, i più schifosamente classisti e maleducati, nonché assolutamente incapaci di elaborare una minima informazione, sono proprio i funzionari: complimenti ancora all’EPSO per i criteri di scelta adottati nei concorsi!

Manderò domande per altri lavori anche domani, come ogni giorno, sperando di vincere non dico al Superenalotto ma almeno a un piccolo gratta e vinci: un lavoro dignitoso, con uno stipendio dignitoso, in un luogo dignitoso, dove non è necessario farsi calpestare ogni giorno dalle ultime merde della terra.

Perché è questo il lavoro oggi, no? Un gratta e vinci, ritenta e sarai più fortunato.

Avvertenza: se quanto segue sembrerà sconclusionato, nichilista o vetero-idealista è perché sto scrivendo un post sulla realtà del lavoro ascoltando The Dark Side of the Moon: è chiaro che sono nata nell’epoca sbagliata, fatevene una ragione.

Ho avuto la pessima idea di leggere (mai detto che sono masochista?) quello pseudo-articolo su Monster chiamato “Avoid these killer Cover Letter [sì, quelle due maiuscole, n.d.r.] mistakes”. Di là mi si è aperta una finestra, anzi, un tombino, sul mondo di consigli sugli errori da evitare nella cover letter; ne cito solo due random, scusandomi in anticipo con gli autori perché sono CERTA che ci sia di molto peggio in giro: uno è un post su Italians in fuga (che a volte qualcosa di interessante, en revanche, la pubblica), “3 motivi perché [sarebbe ‘per cui’, n.d.r.] i recruiter non vi rispondono”, l’altro è la fonte del primo, ovvero un articolo su Business Insider, “5 Reasons Why You Never Hear Back After Applying For A Job”.

Ecco, partendo da queste ultime 5 ragioni, do le mie 5 ragioni speculari per cui potete tranquillamente e senza alcun senso di colpa scrivere minchiate nella cover letter senza che questo cambi assolutamente nulla del risultato del processo di selezione.

1. Non siete qualificati per quel posto di lavoro

Allora che cazzo ve ne frega? Un selezionatore è pagato per selezionare, che significa scartare gente che non è stata segnalata da qualcuno: fategli sudare i suoi soldi, che trovi il motivo per cui non sareste qualificati. Potrebbe essere qualsiasi cosa: non siete perfettamente quadrilingui in un ambiente dove poi si parla solo l’inglese, non sapete usare AutoCad quando il lavoro da svolgere è di semplice segreteria, non siete proficient in Excel quando dovete scrivere contenuti per siti web, qualsiasi cosa, ho detto! Tanto le aziende pubblicano sempre annunci ai quali gli unici qualificati a rispondere sono il dio Mercurio e la dea Atena e gli unici selezionati sono poi puntualmente i cazzoni che vanno in Place Luxembourg “a fare network” (sì, parlo di Bruxelles, non dell’Italia). Allora rompete le balle, anche solo intasando loro la casella di posta di application inutili.

2. Non avete ottimizzato il vostro CV e la vostra lettera di presentazione

Ammetto che forse sottolineare in carattere 22 neretto maiuscolo le parole chiave e metterle in ordine secondo le richieste dell’annuncio faciliterebbe il compito alle scimm… ops… ai selezionatori, ma, da punto 1, perché farlo? A questo livello di scazzo, un giorno o l’altro manderò una cover letter con tanti “asshole” tra parole a caso, voglio vedere se se ne accorgono: tanto il lavoro, come da punto 1, non lo avrei comunque, almeno potrei fare i complimenti per il livello di istruzione (la skill ‘lettura’) agli schiavi preposti che hanno il buon cuore di dare un’occhiata veloce, se non altro per pruderie,  alla lettera di presentazione.

3. Il vostro CV non è correttamente formattato

Dopo anni di formattazione, credo di avere abbastanza esperienza per poter ricorrere all’espediente carrolliano (che Carroll mi perdoni) di impaginare il testo a formare l’immagine di un dito medio.

4. Il vostro CV è nettamente diverso dal vostro profilo online (vedi LinkedIn, Monster, etc.)

Pensate che il potenziale datore di lavoro si vada a guardare il vostro profilo online? In effetti, forse per guardare la vostra foto, sì, infatti ho pensato più volte di cambiare la mia formale fototessera su LinkedIn e Monster con quella di una smandrappata in costume: ho come l’impressione che avrei più visite. Ad ogni modo il mio CV (nelle sue 850 versioni) e i miei profili pubblici su siti di annunci lavoro sono sostanzialmente uguali e non è cambiata una mazza, quindi al massimo vi consiglio di cambiare la vostra foto con quella degli ultimi modelli (uomo/donna) che hanno posato per qualche campagna di intimo. I babuin… ops… le risorse umane potrebbero essere tentate di concedervi una chance. A quel punto avete l’asso: datela/o.

5. L’azienda ha ricevuto 500 CV per quel posto e il vostro era il 499°

Non mettetevi la sveglia all’alba per controllare gli ultimi annunci (tanto all’alba anche lo zelante selezionatore dorme, as usual, del resto), non pagate per un profilo Pro su LinkedIn (quella stronzata che mette la vostra candidatura “on top”: è come fare il biglietto Ryanair e poi pagare per il priority boarding), non fate stalking di follow-up. Non guardate gli annunci, alzatevi all’ora dell’aperitivo e poi chiamate l’amico che lavora in un’azienda che ha contatti con quella che vi interessa. Dopo penserete, se l’amico vi ha lasciato un minimo spiraglio, a come redigere CV e cover letter, ora andate a ubriacarvi con la birra del night shop a Place Lux e auguri.

È guerra, tra us and them.

Overqualified

18 giugno 2012

Questo post non è un post, è una sfida! Sfido te, che stai leggendo, a trovare una parola più stupida, vuota e discriminatoria di “overqualified”. Tiè, il guanto è lanciato!

Si tratta della definizione più utilizzata dagli esperti di risorse umane, i “selezionatori” – termine che già in sé evoca qualcosa di nazista, visto che, in sostanza, questi esseri si configurano come “portatori di normalizzazione” all’interno di un’azienda -, per liquidare velocemente una persona che secondo loro ha studiato troppo e/o ha troppe esperienze di lavoro per il posto offerto. E sottolineo “secondo loro” perché di non più di un’opinione si tratta: troppo qualificato rispetto a che cosa? Al livello medio dei dipendenti? O dei selezionatori? Al tipo di lavoro da svolgere? Ma se anche sfrutti per quel poco una persona che ne sa di più, non ti conviene lo stesso? Rispetto alla paga? Alla percentuale di cervello da utilizzare nello svolgimento delle proprie mansioni? E in che modo questa viene quantificata? Così?

La paga: no, non è quella la causa. Perché se uno si propone per uno stage pur avendo un dottorato senza chiedere più degli altri, saranno pure cazzi suoi, no? E giuro che succede: mio marito, dottorato in Scienze politiche, che scrive a una ONG che si occupa di diritti umani (bell’ironia…) per fare uno stage e gli rispondono che è “overqualified”. Ma Cristo santo, t’ha chiesto di più? No. Allora uno con un dottorato in Scienze politiche allo stesso prezzo di un neolaureato non ti può far comodo in un’organizzazione che si occupa di diritti umani? E perché un’organizzazione che si occupa di diritti umani considera, giustamente, discriminatorio selezionare in base al colore della pelle e all’orientamento sessuale ma non, ingiustamente, in base al titolo di studio troppo alto? Pensate sia un caso? No, è la regola. E parlo di Bruxelles, mica della profonda provincia del mondo, l’Italia, come amano dipingerci all’estero – e come spesso noi, io per prima, sbagliamo a credere.

I consigli su come strutturare il curriculum e la lettera di presentazione su internet e non solo si sprecano. Ma prendo spunto da uno scambio con i miei amici Jaulleixe (che scrivono un bellissimo ecodiario che consiglio a tutti di leggere) per dire che, per quanto uno cerchi di essere flessibile, e adattare, personalizzare, accorciare, fornire dettagli, abbellire, riguardare, correggere o modificare radicalmente, a seconda della situazione, la verità ultima è che si è sempre fuori posto, per la sola ragione di non apparire omologati. Fosse mai che la mente di chi devo assumere dovesse produrre… dio ce ne scampi! … un pensiero!

A mio marito un amico belga è arrivato a dire – ed è un amico… – di non scrivere sul curriculum che ha un dottorato e che ha girato il mondo per i suoi studi. Ma questa non è una richiesta di flessibilità, è voler spezzare la schiena a una persona per piazzarla fissa a 90 gradi! Questo è chiedere di rinunciare alla propria dignità, alla propria storia, alla propria identità. Non siamo molto lontani da Tempi Moderni, la differenza è che oggi la standardizzazione della manodopera non riguarda più solo chi lavora in catena di montaggio, anzi.

Eh, cari Jaulleixe, se solo avessi un baracca in campagna, un pezzetto di terreno da coltivare e qualcuno che mi insegna come farlo, eccome se non mi darei domani stesso all’agricoltura! Solo per non avere più a che fare giornalmente con l’illogica, cieca ottusità che, nostro malgrado, governa il mondo.

Che gli esami AD e AST per l’accesso alle carriere nelle istituzioni europee fossero molto difficili lo sappiamo tutti. Difficili. Truccati è un’altra storia. Ed è di di questa storia che qui si racconta.

Dopo la selezione per correttori di bozze italiani, l’EPSO (l’Ufficio europeo di selezione del personale) dà nuovamente prova dell’enorme scollamento tra la maschera del politicamente corretto e la realtà delle logiche verticistiche e immeritocratiche che affliggono le istituzioni europee. Del resto non ci si può attendere che una classe dirigente mediocre, se non dannosa, scelga di competere con chi un briciolo di intelligenza ce l’ha, o sarebbe come ammettere una scheggia impazzita in una cristalleria.

Passo la prima fase di selezione di un concorso per redattori in lingua italiana – un test imbecille che non valuta un bel niente, ma serve solo a tagliare le gambe al maggior numero di persone possibile – e, dopo ben un anno di attesa, ricevo i risultati dello screening del curriculum da parte dei cosiddetti “esperti”: per non essere ammessa mi mancano nove punti, nove. Poi vado a vedere nel dettaglio e osservo che hanno “smangiucchiato” punteggio un po’ qui un po’ lì, a caso, diciamocelo, e non hanno nemmeno avuto la furbizia di farlo dove potevano – mi hanno sottratto punti sulle lingue e i titoli. Un po’ come leggere i risultati dei concorsi per ricercatore in Italia, quando (sempre) sai che il risultato è già deciso. Solo che qui siamo nel cuore (marcio) d’Europa, da dove ci dicono che i corrotti siamo noi, e non hanno nemmeno la decenza di stilare una classifica con le (presunte) qualifiche detenute da ciascuno.

Venerdì ne parlavo con un funzionario che lavora nel mio stesso ufficio – ricordo che io sono solo la dipendente di una compagnia privata che lavora per la Commissione – il quale, forse perché molto prossimo alla pensione, mi ha detto senza peli sulla lingua che gli esami AD e AST non si passano, perché si intende che uno prima deve aver fatto anni di gavetta nelle istituzioni come agente contrattuale (i cosiddetti CAST). Ho provato a dirgli “ah, sa, io sto ancora aspettando i risultati di un CAST per traduttori italiani…” ma lui mi ha risposto: “No, no, ma nemmeno quelli si passano, troppo qualificati, devi fare domanda di CAST per funzioni più basse, tipo l’usciere”. E io che ho passato trent’anni a studiare.

Del resto una mia amica, arrivata miracolosamente in selezione finale di un concorso AD, mi ha detto che gli unici outsider in quel caso erano lei e altre tre-quattro persone – ovviamente nessuno di loro è stato preso -, mentre gli altri erano tutti già impiegati a tempo in agenzie e istituzioni varie. Ma allora perché fare un concorso pubblico? Ecco, quando l’ipocrisia uccide.

Fare ricorso? L’ho fatto, come l’altra volta, del resto. E come l’altra volta non servirà a nulla: se gli organi che devono vigilare sono gli stessi di quelli che selezionano a che cosa serve?

E dire che fino a non molto tempo fa nell’Europa ci credevo pure.

Liaison officer (?), operatrice di call center, traduttrice letteraria, correttrice di bozze, redattrice, traduttrice tecnica, responsabile della strategia marketing su un social medium, copywriter, ricercatrice di mercato, redattrice multimediale, ricercatrice iconografica, ufficio stampa, critica letteraria e cinematografica, insegnante di linguaggio pubblicitario, analista di mercato, insegnante di un software audio per un gruppo di ragazzi disabili, assistente universitaria, stagista al Parlamento europeo, assistente di un ricercatore qualitativo, e non so se ne ho dimenticato qualcuno. È la lista dei lavori, tra e fuori virgolette, che ho fatto nella mia vita. L’ho riscritta ieri sera, nel compilare per l’ennesima volta un profilo online su un sito di ricerca di lavoro. Perché ogni giorno c’è qualcuno pronto a dispensare buoni consigli: non ho nemmeno dovuto candidarmi, hanno visto il mio cv su Monster e mi hanno chiamato; sai, le offerte di LinkedIn sono sempre più attendibili; ma hai già inserito le tue qualifiche su Actiris?; devi scrivere un curriculum breve; meglio se il tuo curriculum è dettagliato; sei passato dal centro per l’impiego?; ma conosci il fiammingo? è fondamentale; devi migliorare il tuo francese; ma che ti importa, qui tutte le aziende lavorano in inglese; e il gaelico lo sai? Quando poi le uniche cose che contano sono le conoscenze (all’estero “network”, che, non essendo una parola di derivazione italiana, suona a orecchie estere meno mafiosa) e la consapevolezza che comunque sei nato nel periodo storico più sbagliato possibile.

Troppo qualificato, troppo incostante (!), poca esperienza in fuffa e scartoffie, troppa in lavori di alto profilo. E poi, belli miei, siete vecchi! Che cosa volete fare a 33 e 34 anni? Qui la gente fa i figli a 28 e voi ancora cercate un lavoro. Il network? Serve solo se hai qualcosa da dare in cambio, che sia il premio in denaro che offre l’azienda per aver presentato il nuovo assunto oppure qualche pagamento in natura – o almeno è quello che devi far credere. Soldi e sesso, è così Bruxelles. O magari è il mondo che è così. O magari, invece, sono i miei occhi, sempre più disincantati. Che sia anche questo la “vecchiaia”? Fingere davanti ai propri figli che la gente non fa schifo come sembra, sperando che si accorgano del trucco al più tardi possibile. E nel frattempo guadagnare giusto i soldi per sopravvivere, con l’angoscia di non poter aiutare chi ti ha aiutato per anni – e ora ne avrebbe bisogno – e di non riuscire mai a raggiungere un grado minimo di “sicurezza” prima che sia troppo tardi perché una distanza d’età incolmabile arrivi a separarti da figli che ancora non hai.

Where troubles melt like lemon drops away above the chimney tops that’s where you’ll find me.

Non posso definirmi una traduttrice, sarebbe ingiusto nei confronti di chi questo mestiere lo fa a tempo pieno e con tutti i sacrifici del caso, dei quali ho enorme rispetto: conosco più o meno le paghe – a fronte anche della preparazione e della passione di questa gente – e non so davvero come si riesca a sopravvivere se non si è Ena Marchi, Ilide Carmignani o altri nomi del medesimo calibro.

Io traduco nel tempo che mi resta dal mio primo lavoro – il classico call center, per fortuna almeno a tempo indeterminato – e spesso anche durante il mio primo lavoro, nei momenti di pausa tra un flusso di chiamate e l’altro, resettando in continuazione il cervello su quattro lingue diverse – e tenendo il tutto rigorosamente nascosto al capo, che accetta che si navighi su Facebook o che si legga Paris Match, ma non che si tenga allenato il cervello. Non ho studiato traduzione, se non durante il Master e dopo, da appassionata, e non ho nemmeno una vera laurea umanistica (faccio parte degli universalmente vituperati scienziati della comunicazione). Eppure ho la “fortuna” di avere all’attivo la traduzione di quattro volumi e un quinto in lavorazione – è giusto che il termine rimanga tra virgolette perché è frutto di dieci lunghi anni di conoscenza con l’editore (sempre lo stesso, fosse mai che da altre case editrici ti chiamino se non vieni presentato dagli interni) e di guadagni, a fronte del lavoro svolto, da far tremare le vene e i polsi. Mai fatto concorrenza sleale, però: a volte ho l’impressione che se quelle traduzioni non gliele facessi io, nemmeno si preoccuperebbe di darle ad altri.

Non racconto questa storia per giocare al caso umano, ma solo perché a volte mi sembra che “là fuori” nessuno sappia, nemmeno in parte, che cosa vuol dire tradurre, rivedere una traduzione, “fare il lavoro culturale”. E mi chiedo sempre più spesso se tutto ciò ne valga la pena.

Oggi mi sono imbattuta in un commento di un utente Anobii su un libro che ho tradotto. Riporto le sue testuali parole: “Non so bene se è piattolo [maschile di piattola, n.d.r….?] per la traduzione; la traduttrice afferma di aver voluto modernizzare qualcosa che ha trovato desueto; ciò mi fa imbestialire. Naturalmente (per propria natura) ogni storia si modernizza nell’immaginazione del lettore. Grazie cara traduttrice, non avevamo proprio bisogno della tua piatta modernità.” Ammetto che non fosse il libro più bello che io abbia mai tradotto (e l’ho amato comunque!), e anche che sia stato ingenuo da parte mia scrivere nella postfazione (o quel che era) che avevo cercato di fare un lavoro di modernizzazione del linguaggio: conosco bene quel testo e sapevo che sarebbe stato di nicchia, non volevo anche condannarlo a scontare il passaggio del tempo, quando potevo farlo apparire per quel che era, un piccolo capolavoro di stile narrativo, una preziosa e sottile lezione di scrittura. Semplicemente dovevo farlo senza dirlo, sono stata intellettualmente e filologicamente troppo onesta. Piatta, però, non credo di esserlo mai stata, io che soppeso e rileggo ogni virgola per cercare di infilarmi giù nell’inchiostro dell’Autore e vedere le parole che prendono forma con i suoi occhi.

Non è la critica in sé che mi deprime – esiste gente al mondo che riesce a odiare perfino Il piccolo principe o Winnie the Pooh -, è la stupidità e la superficialità con le quali viene fatta: come può una persona giudicare se una traduzione è piatta o meno senza conoscere l’originale (e avendo solo vent’anni, quindi nemmeno con la giustificazione dell’esperienza da revisore di traduzioni)? Non stiamo parlando di Queneau o di Vian, non si trattava certo di un autore che ha fatto della sperimentazione linguistica il suo punto di forza – ma mi pare evidente che chi ha criticato non ha idea neanche di questo. Ecco, la sufficienza con cui la responsabilità del fatto che un testo non sia piaciuto viene attribuita al traduttore mi spaventa. E mi spaventa perché MAI viene fatto il contrario – ed è giusto che sia così! Ma allora il traduttore che cos’è? Se deve essere trasparente e discreto, cercando di rimanere nell’ombra per far emergere l’autore (o almeno questo è il mio punto di vista), deve necessariamente modellare il linguaggio perché questo risulti più armonico a quelle che il traduttore ritiene essere le intenzioni comunicative dell’autore. Tant’è vero che spesso ottimi traduttori sono state persone che la lingua di partenza non la conoscevano perfettamente, ma avevano perfettamente capito l’opera.

La traduzione è il risultato di un insieme di scelte traduttive, di interpretazioni: si può contestare che il traduttore abbia interpretato male, o in maniera superficiale, il pensiero di un autore, ma come si fa ad accusarlo di “piattezza” se non intendendo con questo sciatteria? (E francamente non credo sia il mio caso.)

Capisco le frotte di gente che si ammassano alle porte delle case editrici (in fondo il mito ambivalente del lavoro editoriale, amato e odiato, esiste ancora) e capisco anche che l’educazione di impronta puramente quantitativa che viene oggi impartita porti a credere di essere più bravi per via dell’etica dell’accumulo – per gli amici nerdism (libri o pupazzi di Star Trek poco importa, la logica è quella delle crocette sul muro); ciò che non capisco è la completa ignoranza che circonda questo mestiere, a maggior ragione se questa ignoranza è perpetrata dai cosiddetti lettori forti. Si scherza sugli anziani che osservano i lavori stradali dando indicazioni agli operai eppure rimane opinione comune che quello del traduttore (o del redattore), in fondo, sia un mestiere parassitario che potrebbe fare chiunque, tanto che in rete abbondano le traduzioni di volontari che passano così il proprio tempo.

Ah, la logica dominante di screditamento del lavoro culturale…

L’esternalizzazione delle risorse umane da parte delle istituzioni europee – al di là della poco condivisibile etica del lavoro che ne è alla base – ha causato un effetto inatteso: l’inserimento massiccio di “esterni” (forse sarebbe più appropriato il termine “paria”) che beneficiano di condizioni di lavoro molto (MOLTO) peggiori di quelle riservate ai funzionari europei sta velocemente creando la consapevolezza diffusa dello scollamento con la realtà di questi luoghi di produzione di politiche. E quando si parla di “inserimento massiccio” si intende che sono stati esternalizzati i servizi informativi (help desk, call center, etc.) e la sicurezza, solo per fare due esempi macroscopici: frotte di persone che lavorano negli stessi edifici riservati ai funzionari e percepiscono un terzo, se non meno, del loro stipendio, non usufruiscono dei loro benefit, non hanno alcuna possibilità di fare carriera all’interno delle istituzioni né di rivendicare da esse diritti. Forza lavoro che costa meno, chi se ne frega del resto. One night stand, baby, now fuck off.
Stamattina parlavo con una funzionaria di circa sessant’anni che diceva di avere una figlia della mia età e mi chiedeva perché non avessi figli. Da connazionale le ho risposto ironicamente – presupponendo che conoscesse la situazione in Italia – che alla mia età non si usa, sono troppo giovane. Lei mi ha guardata in modo strano, quindi ho aggiunto: “Eh, sa, con le condizioni lavorative che ci sono in Italia – solo contratti precari, nessun ammortizzatore sociale – non è molto facile fare figli, soprattutto se le famiglie sono lontane.” E la sua risposta è stata: “Eh, lo so che è un po’ una moda, però io non sono d’accordo a mettere il lavoro sempre prima di tutto.” Io: “Mah, e se uno rimane senza lavoro come fa con i figli? Non è che in Italia ci sia uno stato sociale…” Lei: “Sarà che vengo da una città dove si vive molto bene…” Eh, sì, sarà pure che i tuoi contatti con la realtà risalgono al paleolitico e chissà dove hai piazzato a lavorare quella raccomandata di tua figlia. Stronza. E dire che questa è gente che è entrata a lavorare nelle istituzioni quando per vincere un concorso europeo bastava praticamente poco più che saper leggere e scrivere – adesso è più o meno come beccare un terno al lotto, altro che titoli e competenze. Eppure quanto si sentono superiori ai paria con master e dottorati che lustrano i pavimenti dei loro uffici.

La riflessione di questo post può essere sintetizzata in quattro domande: la responsabilità del fatto che la governance faccia così schifo (mi limito all’Europa perché quella conosco) è da attribuire alla selezione della classe dirigente? E se sì, esiste una selezione migliore? E se ancora sì, perché non la si mette in atto: è una precisa volontà politica o richiederebbe una competenza maggiore da parte di chi delega ai “selezionatori” la facoltà di selezionare? E, alla fine dei conti, che cosa sono le “risorse umane” se non la gestione standardizzata di un esercito standardizzato di selezionati in virtù della loro standardizzazione?

Il tutto nasce da un dialogo con mio marito sulle modalità di selezione nei concorsi europei e sulla classifica annuale delle università stilata dal Times Higher Education. Chi vince un concorso europeo magari non diventerà membro del Parlamento, ma può pur sempre arrivare a dirigere un’intera unità o una direzione generale della Commissione, rispondendo direttamente al commissario di riferimento; quindi in sostanza ha una funzione di indirizzo politico, sebbene non generale ma particolare. La preselezione a cui questa persona deve sottoporsi è standardizzata (varia solo nel caso degli avvocati, credo): tre esercizi di ragionamento verbale, numerico e astratto, più eventualmente un “situational judgement test” e/o altri esercizi di velocità di ragionamento. Quindi che uno vada a fare il redattore o l’economista deve sottoporsi allo stesso test preselettivo. Cosa che, paradossalmente, favorisce sempre e comunque l’economista anche se si tratta di passare un test per redattori… Nessuna domanda di cultura generale o, almeno, di conoscenza delle istituzioni europee e del loro funzionamento: mi dicono che una volta c’erano ed era peggio, ma ne dubito e non vedo come uno che ha un impiego così importante non sia tenuto a sapere nemmeno che cosa sia l’Europa. Complimenti al team di espertoni del European Personnel Selection Office, dunque.

Inoltre, nonostante possa sembrare una posizione snob, non capisco perché non venga valutato anche il tipo di istituto di formazione che ha fornito l’educazione universitaria! Perché conta un test numerico e non, per esempio, l’istituto di conseguimento del titolo per vincere un concorso per redattori? Per due ordini di motivi, credo: fare dei test standardizzati è una procedura semplice, poco dispendiosa e che ha perfino una patina di “scientificità”, mentre per fare selezioni “serie” sarebbe necessario almeno uno specialista della materia per ogni figura ricercata (sennò, per esempio, come faccio a sapere quali sono i titoli di studio che, al di là del “titolo”, appunto, sono più validi rispetto ad altri in un dato campo?). Inoltre, alzare il livello, facendo entrare nel sistema qualche individuo non omologato, forse provocherebbe reazioni a catena poco controllabili: verrebbe fuori, per esempio, che 34.000 dipendenti, con stipendi peraltro altissimi (ma di cui loro si lamentano…), più schiere di esterni e interinali che lavorano solo per la Commissione, sono un vero abominio, considerati anche i risultati che raggiungono. E a quel punto, forse, nascerebbe una spinta esterna (l’opinione pubblica di Habermas, se questa ancora esiste) verso la razionalizzazione, che converrebbe magari ai singoli cittadini, ma non certo a chi ha interesse che le cose si mantengano come sono.

E così questa è la selezione della “classe dirigente” europea: se già ora non siamo in buone mani, considerando i parametri di accesso non credo che la situazione possa migliorare, anzi.

Per quanto riguarda le università, le classifiche e i parametri di valutazione, non sarò certo io a dire che quelli del Times Higher Education “non capiscono proprio nulla”, come riassume il Prof. Aparo la posizione di chi è contrario (posizione da cui comunque non sarei toccata, non essendo nell’accademia), però mi pare inutile scivolare nell’esterofilia e nella piaggeria solo perché si scrive del supplemento più importante al mondo di higher education. In Italia ci sono dei centri di eccellenza – pochi, purtroppo: per esempio, chi sarà a portare su quell’Università di Bologna, prima tra le italiane, se non Scienze internazionali e diplomatiche e la Scuola per interpreti e traduttori, entrambe a Forlì? Eppure entrambe rischiano di chiudere per mancanza di fondi, rimanendo anonime anche perché in queste classifiche si considerano sempre gli atenei, mai le facoltà, con tutto ciò che ne consegue.

I criteri di chi redige queste classifiche sono puramente quantitativi e pressoché insindacabili, come apparirebbe evidente a qualunque laureato in materie umanistiche che si interessi un minimo alla questione. In sostanza, il fattore che rende vincenti è sempre la standardizzazione, una sorta di “misurabilità matematica”. Ciò che maggiormente balza all’occhio, tra questi criteri, è la mancanza di valutazione della qualità dell’apprendimento nel tempo, che non consiste nel dare un voto al corso di un professore (che magari piace per motivi che con la materia c’entrano poco o nulla), ma nel considerare, per esempio, l’assorbimento di alcuni concetti fondamentali per la disciplina, possibilmente in senso diacronico. Si potrebbe semplificare in modo estremo parlando di apprendimento di un programma/percorso formativo: il crollo verticale del prestigio di una Facoltà come Scienze della comunicazione, per esempio, è facilmente rilevabile considerando solo il fatto che dieci anni fa non era possibile trovare un laureato che non avesse una conoscenza seppur minima della semiotica, della storia del cinema o di McLuhan; oggi mi pare la regola. Non per colpa degli studenti, intendiamoci, è solo per dire che un criterio del genere dovrebbe trovare ampio spazio nella valutazione di un corso di laurea, altro che quantità di ricerca prodotta! Altrimenti La Sapienza rischia di passare al primo posto… Ma che ricerca produce, e questa ricerca fa avanzare la conoscenza della materia o è solo mangime per i polli in batteria dell’ingranaggio accademico? Inoltre questi benedetti criteri andrebbero sottoposti a verifica e migliorati qualitativamente ogni anno, almeno per cercare di rendere quanto più vicina alla realtà possibile la fotografia che si mostra: in fondo si tratta di un’indagine di stampo sociale, mica di astrazione matematica!

Non so se è questa incapacità generalizzata di utilizzare criteri qualitativi nella valutazione che produce questa scoraggiante standardizzazione – lo si può chiamare anche istupidimento? -, con tutti gli enormi danni socioeconomici che ne conseguono, o se a un certo punto, complice l’aumento della popolazione e l’incapacità (quella, da qualche parte, c’è sempre) a governare il cambiamento, sia subentrata una spinta ben precisa al livellamento verso il basso, al “reclutamento”, è il caso di dirlo, di persone che avessero un’impronta di un certo tipo, “economico”, per la precisione, forse anche con meno propensione al ragionamento astratto, perché si facessero meno domande.

So, però, che si tratta di una tendenza inquietante, destinata a ridurre in polvere ogni forma di dissenso e “diversità”. La matematica è nata come disciplina filosofica e ora si candida a schiacciasassi del mondo?