Riforma Fornero: oltre al danno, la beffa

19 marzo 2013

Riporto di seguito un comunicato stampa della Rete dei Redattori Precari che condivido pienamente.

Gentile ministro Fornero,

Abbiamo letto sul Corriere della sera del 14 marzo 2013 una sua dichiarazione nella quale si diceva “moderatamente soddisfatta” per il contrasto che la sua riforma avrebbe messo in atto verso “l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”, nello specifico i contratti a progetto.Le scrive la Rete dei Redattori Precari, un gruppo autorganizzato di lavoratori dell’editoria che, qualche anno fa, ha sentito l’esigenza di unire forze e idee per uscire dalla condizione di isolamento e frustrazione in cui la condizione di precarietà inevitabilmente conduce.

Se il ricorso ai contratti a progetto è sceso del 30% mentre l’incidenza dei contratti a termine sulle nuove assunzioni è salita di soli 2,7 punti percentuali (dati Corriere della sera del 14/3/2013), è evidente che una parte molto consistente di lavoratori non è stata riassorbita dalle aziende, che hanno approfittato della mancata regolamentazione delle partite Iva per esternalizzare ulteriormente e massicciamente il personale, obbligando buona parte di chi lavorava con contratto a progetto ad aprire, appunto, la partita Iva. Un ricatto, insomma.

Le sue dichiarazioni sommano al danno provocato dalla sua riforma la beffa del sentirsi dire, in sostanza, che siamo sulla buona strada per “contrastare l’uso disinvolto di un certo tipo di flessibilità”. Ebbene, la informiamo che stiamo andando nella direzione opposta.

Corriere della sera, 14/3/2013 Le lasciamo qualche dato sulla situazione in editoria fino a qualche mese fa. In Mondadori vi sono oltre 300 “atipici” (dati Slc-Cgil), molti dei quali lavorano lì da più di 5 anni, ricoprendo a volte ruoli di coordinamento, con presenza fissa in redazione, pur con l’assurda copertura di un generico co.co.pro. In Rcs Libri (Rizzoli, Bur, Bompiani) le cose non funzionano certo meglio: i precari sono oltre 50, quasi la metà dei colleghi regolarmente assunti, anche qui hanno spesso postazioni fisse e ruoli di coordinamento. Passiamo a Zanichelli: perfino il contratto a progetto è diventato un miraggio, e i lavoratori sono pagati con diritto d’autore (quello che, come saprà, il legislatore prevede per le opere dell’ingegno) a forfait, per prestazioni che nulla hanno a che fare con il lavoro autorale, come, per esempio, la ricerca iconografica o la correzione di bozze. Potremmo fare infiniti esempi di queste pratiche, e non solo tra i grandi gruppi editoriali, perché le piccole e medie case editrici adottano le stesse pratiche, spesso in modo perfino più selvaggio, con la scusa della crisi.

Questa era la situazione fino a pochi mesi fa. Adesso, anche a causa della riforma Fornero, è peggiorata.

La legge ha portato a un nuovo giro di vite, che costringe i precari sempre più nell’angolo. Ci sono tanti contratti non rinnovati e magari riproposti sotto forma di prestazione occasionale. C’è, per esempio, in Mondadori, il ricorso all’interinale per alcune aree, oltre che “l’invito” ad aprire la partita Iva. C’è l’obbligo di lavorare da casa per metà settimana, la creazione di uno spazio apposito per i precari, in cui questi lavoratori possano recarsi quando le esigenze produttive lo richiedano… C’è, dunque, l’ennesimo tentativo di eludere la legge.

Perché di questo si tratta: di un sistema diffuso e inveterato di elusione. Le case editrici si guardano bene le spalle, sanno come proteggersi da eventuali ricorsi del lavoratore, mascherando dietro contratti fraudolenti la realtà dei rapporti di lavoro.

La sua legge, caro ministro, non serve a nulla, come a nulla sono servite quelle che l’hanno preceduta nel cercare di arginare (ma erano davvero finalizzate a questo?) i danni del peccato originale: il pacchetto Treu. Non serve perché al limite può aiutare il lavoratore solo nel caso in cui questi decida di fare causa all’editore, e solo nel caso in cui l’editore sia stato così ingenuo da non prendere le opportune precauzioni e scappatoie in qualche modo “suggerite” dalla legge stessa. Quindi non solo non serve, ma risulta perfino dannosa.

Le chiediamo, ministro, se intende fingere che tutto questo non stia accadendo, distogliere lo sguardo dalle violazioni palesi della normativa (forse non della lettera, ma certamente dello spirito della legge) che hanno finora avuto luogo nelle principali case editrici italiane (come in tanti altri settori) – non in un piccolo laboratorio artigianale in uno scantinato – e continuare a rallegrarsi per aver di fatto reso possibile il miracolo che tutte le imprese inadempienti agli obblighi di legge sognavano: un condono di massa e, contestualmente, la messa a norma tramite la maggiore precarizzazione del lavoro.

Ministro, prima di lasciare la carica potrebbe spiegarci come venire fuori da questo pasticcio che lei, consapevolmente o meno, ha creato?

Non crede sia il caso di stabilire, piuttosto, un sistema di controllo capillare, che prescinda dalla denuncia del singolo lavoratore, e che sia in grado di rilevare i comportamenti illeciti come quelli che le abbiamo citato?

Con la speranza di ricevere una sua risposta,

Rete dei Redattori Precari

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