Traduzione, bugie e videotape

9 maggio 2012

Non posso definirmi una traduttrice, sarebbe ingiusto nei confronti di chi questo mestiere lo fa a tempo pieno e con tutti i sacrifici del caso, dei quali ho enorme rispetto: conosco più o meno le paghe – a fronte anche della preparazione e della passione di questa gente – e non so davvero come si riesca a sopravvivere se non si è Ena Marchi, Ilide Carmignani o altri nomi del medesimo calibro.

Io traduco nel tempo che mi resta dal mio primo lavoro – il classico call center, per fortuna almeno a tempo indeterminato – e spesso anche durante il mio primo lavoro, nei momenti di pausa tra un flusso di chiamate e l’altro, resettando in continuazione il cervello su quattro lingue diverse – e tenendo il tutto rigorosamente nascosto al capo, che accetta che si navighi su Facebook o che si legga Paris Match, ma non che si tenga allenato il cervello. Non ho studiato traduzione, se non durante il Master e dopo, da appassionata, e non ho nemmeno una vera laurea umanistica (faccio parte degli universalmente vituperati scienziati della comunicazione). Eppure ho la “fortuna” di avere all’attivo la traduzione di quattro volumi e un quinto in lavorazione – è giusto che il termine rimanga tra virgolette perché è frutto di dieci lunghi anni di conoscenza con l’editore (sempre lo stesso, fosse mai che da altre case editrici ti chiamino se non vieni presentato dagli interni) e di guadagni, a fronte del lavoro svolto, da far tremare le vene e i polsi. Mai fatto concorrenza sleale, però: a volte ho l’impressione che se quelle traduzioni non gliele facessi io, nemmeno si preoccuperebbe di darle ad altri.

Non racconto questa storia per giocare al caso umano, ma solo perché a volte mi sembra che “là fuori” nessuno sappia, nemmeno in parte, che cosa vuol dire tradurre, rivedere una traduzione, “fare il lavoro culturale”. E mi chiedo sempre più spesso se tutto ciò ne valga la pena.

Oggi mi sono imbattuta in un commento di un utente Anobii su un libro che ho tradotto. Riporto le sue testuali parole: “Non so bene se è piattolo [maschile di piattola, n.d.r….?] per la traduzione; la traduttrice afferma di aver voluto modernizzare qualcosa che ha trovato desueto; ciò mi fa imbestialire. Naturalmente (per propria natura) ogni storia si modernizza nell’immaginazione del lettore. Grazie cara traduttrice, non avevamo proprio bisogno della tua piatta modernità.” Ammetto che non fosse il libro più bello che io abbia mai tradotto (e l’ho amato comunque!), e anche che sia stato ingenuo da parte mia scrivere nella postfazione (o quel che era) che avevo cercato di fare un lavoro di modernizzazione del linguaggio: conosco bene quel testo e sapevo che sarebbe stato di nicchia, non volevo anche condannarlo a scontare il passaggio del tempo, quando potevo farlo apparire per quel che era, un piccolo capolavoro di stile narrativo, una preziosa e sottile lezione di scrittura. Semplicemente dovevo farlo senza dirlo, sono stata intellettualmente e filologicamente troppo onesta. Piatta, però, non credo di esserlo mai stata, io che soppeso e rileggo ogni virgola per cercare di infilarmi giù nell’inchiostro dell’Autore e vedere le parole che prendono forma con i suoi occhi.

Non è la critica in sé che mi deprime – esiste gente al mondo che riesce a odiare perfino Il piccolo principe o Winnie the Pooh -, è la stupidità e la superficialità con le quali viene fatta: come può una persona giudicare se una traduzione è piatta o meno senza conoscere l’originale (e avendo solo vent’anni, quindi nemmeno con la giustificazione dell’esperienza da revisore di traduzioni)? Non stiamo parlando di Queneau o di Vian, non si trattava certo di un autore che ha fatto della sperimentazione linguistica il suo punto di forza – ma mi pare evidente che chi ha criticato non ha idea neanche di questo. Ecco, la sufficienza con cui la responsabilità del fatto che un testo non sia piaciuto viene attribuita al traduttore mi spaventa. E mi spaventa perché MAI viene fatto il contrario – ed è giusto che sia così! Ma allora il traduttore che cos’è? Se deve essere trasparente e discreto, cercando di rimanere nell’ombra per far emergere l’autore (o almeno questo è il mio punto di vista), deve necessariamente modellare il linguaggio perché questo risulti più armonico a quelle che il traduttore ritiene essere le intenzioni comunicative dell’autore. Tant’è vero che spesso ottimi traduttori sono state persone che la lingua di partenza non la conoscevano perfettamente, ma avevano perfettamente capito l’opera.

La traduzione è il risultato di un insieme di scelte traduttive, di interpretazioni: si può contestare che il traduttore abbia interpretato male, o in maniera superficiale, il pensiero di un autore, ma come si fa ad accusarlo di “piattezza” se non intendendo con questo sciatteria? (E francamente non credo sia il mio caso.)

Capisco le frotte di gente che si ammassano alle porte delle case editrici (in fondo il mito ambivalente del lavoro editoriale, amato e odiato, esiste ancora) e capisco anche che l’educazione di impronta puramente quantitativa che viene oggi impartita porti a credere di essere più bravi per via dell’etica dell’accumulo – per gli amici nerdism (libri o pupazzi di Star Trek poco importa, la logica è quella delle crocette sul muro); ciò che non capisco è la completa ignoranza che circonda questo mestiere, a maggior ragione se questa ignoranza è perpetrata dai cosiddetti lettori forti. Si scherza sugli anziani che osservano i lavori stradali dando indicazioni agli operai eppure rimane opinione comune che quello del traduttore (o del redattore), in fondo, sia un mestiere parassitario che potrebbe fare chiunque, tanto che in rete abbondano le traduzioni di volontari che passano così il proprio tempo.

Ah, la logica dominante di screditamento del lavoro culturale…

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4 Responses to “Traduzione, bugie e videotape”

  1. ddr1978 Says:

    Il caso raccontato nel blog è tremendo e ahimè diffuso. Esso è un derivato della superficialità imperante. A 20 anni si sparano sentenze su lavori su cui si è speso sudore senza il minimo rispetto. Succede, come giustamente si fa notare nel post, soprattutto per quel che riguarda il lavoro intellettuale. Chissà se questi critici nati si rendono conto di essere degli utili idioti di qualcuno che ha stabilito cosa è giusto e sbagliato, cosa è alla moda e cosa no, cosa è luogo comune e cosa politicamente scorretto. Il conformismo riesce ad ammazzare anche menti di venti anni e questo mette paura. Mi capita di leggere di critiche similmente superficiali anche in un ambito artistico che mi è particolarmente caro: quello musicale. Giovanotti senza cultura che danno addosso a persone che hanno speso la vita per l’arte, non per il commercio o per l’elogio dell’idiozia. Ma è il mantra: la critca per la critica. Che distrugge il senso critico vero e crea gli ebeti che il sistema tanto ama e incensa, spacciando sciocchezze offensive per libertà presunte.

  2. Jaulleixe Says:

    Essere interpretativi e trasparenti è difficile, anche se fatto con amore da persone che come te, si può dire, studiano (cioè: cercano modi per impegnare il cervello) e lavorano (nel senso meno nobile, come parrebbe intendere o pretendere il tuo capo). Nel mondo ideale forse studio e lavoro dovrebbero integrarsi e diventare la stessa cosa, ma questa è un’altra storia. La storia di cui si parla adesso invece è quella di un ventenne deluso da un autore che se la prende con con il traduttore. Bah, certi “colpi di genio” possono capitare a ogni età perchè la vera ignoranza – non quella data dal poco studio o dall’inesperienza – sembra geneticamente determinata e radicata. La cosa che secca di più allora non parrebbe essere l’aver incrociato un giovane perditempo, ma il fatto che il giovine in questione abbia imbrattato con le sue scempiaggini il muro di quella piazza virtuale che è internet… per fortuna il commento si… “commenta” da sé, e l’unica persona che potrà danneggiare sarà sé stesso.


  3. Non sai quante volte è capitato anche a me. Un consiglio: non leggere le recensioni di aNobii. Per ogni lettore sensibile e intelligente ce ne sono almeno dieci che sparano a zero senza sapere quello che dicono, soprattutto sui traduttori.

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