Il mio amico afghano

26 settembre 2011

Ho conosciuto Ali poco tempo fa a una cena, siamo amici nel senso meno comune del termine: parliamo poco, anche perché non abbiamo molto da dirci, ma ci aiutiamo volentieri a vicenda. Ha neanche 19 anni e uno sguardo da anziano. Non abbiamo niente in comune se non il fatto di sentirci stranieri – forse più lui di me – e piuttosto soli – forse più io di lui.

Ogni volta che ci incontriamo mi rendo conto di quanto ancora esistano e siano difficili da abbattere le differenze di ‘classe’, classe che si definisce non tanto ormai per disparità di reddito quanto di istruzione. Ho sempre parlato con gente di tutto il mondo senza sentirmi ‘aliena’, distante dal loro modo di essere, ma la verità è che erano tutte persone con una laurea, un master, un dottorato, andate a studiare all’estero per scelta, esattamente come me.

Quando mi trovo con lui e gli sento dire come se niente fosse, o quasi, che è stato in Grecia perché da Patrasso si è imbarcato sulla nave per Ancona aggrappato sotto un camion – sotto un camion! – e che in Italia l’hanno trovato più morto che vivo, mi rendo conto che in un mondo lontano dal mio c’è qualcuno che perde l’intera famiglia sotto le bombe, occidentali o talebane che siano, che scappa dal suo Paese ma ha la fortuna di essere accolto da una famiglia iraniana (da noi chi è che troverebbe un bambino per strada e se lo porterebbe a casa, crescendolo con i propri figli?), che riparte non ancora maggiorenne e dall’Iran arriva in Italia per miracolo, ogni giorno esce di casa alle sette del mattino e torna dal lavoro alle nove di sera e tutto sommato sta bene, o almeno non si lamenta – adesso sì, per la verità, ma probabilmente perché sa che scappo dall’Italia e quindi ammette che lo vorrebbe fare pure lui.

Che ne so io, con due genitori sessantottini laureati, di che cosa significhi doversi far combinare un matrimonio dai parenti lontani a 27 anni e andarsi a prendere la sposa, mai vista prima, in patria perché “qui le ragazze non ti parlano se sei immigrato e poi, dopo un po’, non ce la fai più ad aspettare”. Combattuti tra la brama di un matrimonio con un’italiana per la cittadinanza e la voglia di conoscere le ragazze, parlarci, andarci a bere un caffè, innamorarsi, anche. E poi magari cambiare, come fanno tutti. Tutti quelli che hanno potuto studiare perché qualcuno li manteneva. Che sanno parlare e non hanno viaggiato sotto un camion. Che non si dimostrano così apertamente e candidamente convinti che una donna non sappia guidare oppure che non ti invitano a una festa perché “c’erano troppi ubriachi, poi per te non va bene”, ma che invece ti fanno battute sullo stirare le loro camicie o che pensano che, anzi, meglio farle bere, le donne, e non certo perché credono nelle pari opportunità. O soltanto che sono italiani tra gli italiani, e hanno la sicurezza del sentirsi a casa.

Non sopporto che qualcuno mi dica che sono ciò che sono per una questione di ‘fortuna’ – è una cosa che, anzi, per varie ragioni mi fa imbestialire -, ma la mia inadeguatezza con Ali dimostra che in fondo è vero. È possibile “essere duri senza mai perdere la tenerezza”? “Restare umani”?

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