Diario pre-migratorio

7 settembre 2011

Le domande più ricorrenti che mi vengono rivolte in questi giorni: “Allora? Come stai?”, “Contenta di partire?”, “Non ti dispiace andartene?”, “Pronta per la nuova vita?”.

Non lo so, la risposta, anche un po’ infastidita, è: non lo so. Al momento semplicemente credo di non riuscire ancora a realizzare che a giorni – finalmente – me ne vado, lontano da qui.

Ho l’impressione di aver passato gli ultimi due anni e mezzo in letargo, o in apnea, come se al mio posto avessero messo un automa in grado (più o meno) solo di sopportare l’incomprensibile, aspettare che si riaccendesse una luce e nel frattempo bramare intensamente l’arrivo del fine settimana, di ogni singolo giorno in cui non sarei dovuta andare al lavoro, non avrei dovuto incontrare la realtà. A guardarli adesso, questi anni, mi sembra che per la maggior parte del tempo fosse buio. Andarsene è come avviarsi con lentezza verso il disgelo, uscire da una casa piena di giocattoli rotti.

Non sono contenta di partire, sono felice, a dispetto di tutti coloro che vorrebbero intravedere dietro le mie (non) risposte un po’ di rimpianti. Ma sono sopravvissuta grazie alla rabbia e la rabbia mi ha scavato dentro un pozzo che ora inizia a svuotarsi. Silenzi e attese mi hanno confinata in me stessa lasciandomi poche vie di fuga, poca possibilità di immaginare la speranza, o addirittura la libertà.

I miei attimi di bellezza, di vita, erano nell’incontro con autori che ho amato, nella traduzione, la forma di lettura più intensa che io conosca. Il resto non ero io.

Di che cosa ho paura allora? Dell’esilio volontario da una comunanza di sguardi con gli altri esseri umani. Di essere diversa, una volta per tutte, apertamente. E di aver condannato alla diversità anche il mio compagno. So che cosa significa vivere esperienze troppo dissimili rispetto a chi ti circonda: essere cresciuta in un Paese sentendomene estranea, aver fatto della diversità un vanto e un punto fermo per stare dalla parte di un familiare disabile, la sensazione di essere sempre fuori luogo, mai parte di un gruppo, anzi, di doverlo perfino contestare a prescindere. Quante persone simili a me ho incontrato? Quante volte mi sono sentita sulla stessa lunghezza d’onda di qualcun altro? Pochissime. Perché allora dovrebbe spaventarmi il solo fatto di dirlo ad alta voce? È ironico avere la consapevolezza della distanza ed essere condannati invece a desiderare la prossimità, l’accettazione.

“Intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché sennò, anche se un giorno la porta sarà aperta, lui non vorrà uscire.” Ecco, i fiori non sono mai stata in grado di metterli, alla mia cella. Il prezzo che pago è vivere con le valigie sempre fatte, gli scatoloni mai svuotati, letteralmente, ma la libertà di potersene andare è per me ancora come l’aria.

 

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3 Responses to “Diario pre-migratorio”

  1. Jaulleixe Says:

    Anni fa leggendo per la prima volta il discorso dello schiavo si aprirono gli occhi. Rileggerlo in te, con cui già si avvertiva comunanza di sentire è fantastico. Che tutta l’energia positiva sprigionata da quella tua rabbia,che poi forse non era che un’ultima radicale forma di resistenza al “lasciarsi esistere” mieta i suoi frutti. E possa esser da esempio e stimolo per chi vuole fare come te e ancora non ci riesce o,peggio, sta per rinunciarvi perché pensa/teme di non potercela fare

  2. ddr1978 Says:

    La risposta a una società che si prende gioco di noi non puo’ che essere, come anni fa si diceva, una risata che li seppellirà. Complimenti e buon divertimento.

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