Il mio regno per una camicia

23 aprile 2011

Questo insignificante aneddoto è dedicato a chi vuole lavorare in editoria perché crede che entrando in casa editrice si ritroverà in un luogo magico dove i lavoratori, adepti dell’umanesimo integrale, disquisiscono di filosofia sorseggiando nettare per realizzare appieno le proprie potenzialità.

Nel nostro ufficio fa sempre molto caldo, anche a gennaio. (Forse perché il Male ha bisogno di un’incubatrice, ma questo è un altro discorso.) Siamo tutte donne, perché secondo la caporedattrice (Vecchia Cinica Malvagia Arpia) gli uomini non sono altrettanto bravi in questo lavoro. Secondo me è per non creare distrazioni, ma è solo l’opinione di una profana maligna.

Purtroppo si passa dal nostro ufficio per entrare in una delle sale riunione più gettonate dell’azienda; “purtroppo” perché, dato appunto il caldo, spesso la porta rimane aperta e arrivano alle nostre orecchie le idee geniali che vengono concepite e plasmate in quel luogo. È questo che mi ha resa così fiduciosa sui futuri sviluppi dell’editoria italiana.

Come spesso accade, un giorno passa il responsabile dell’ufficio librerie, stavolta lamentandosi insistentemente con noi per il caldo – ma è quel lamento del tipo “sono un sacco simpatico e mi rivolgo a un gruppo di donne che non possono che ammirarmi”. Al terzo passaggio e dunque alla terza lamentela, aggiunge ad alta voce, brillante: “Guardate che vi lascio la mia camicia da lavare”. Risatina compiaciuta delle mie colleghe. Stavolta (per fortuna) i miei filtri si sono inceppati e ho fatto una faccia inequivocabilmente schifata. Spero che l’abbia vista bene e si sia sentito la merda che è. Ed è già tanto che non abbia aggiunto “perché non te la cacci in gola?” (versione ripulita).

Forse è inutile specificare che il tizio avrà sì e no la terza media e che le mie colleghe sono tutte laureate. Una ha pure un dottorato in legge: può servire, in effetti, se poi devi ridurti il cervello in pappa. La collega in questione è pure andata, molto convinta, alla manifestazione “Se non ora, quando?”. Che poi non ci si stupisca se ho qualche problema a sentirmi solidale con le donne.

Ah, come sono fortunata a lavorare in editoria, che bell’ambiente!

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