Sconti sui libri e propaganda

8 marzo 2011

Ora pare che io ce l’abbia con Il Post. Un po’ sì, in realtà, tanto che lo leggo sempre meno: la supponenza di chi vi scrive mi riesce poco sopportabile. Non che sia un vizio solo loro, per carità, anzi, è il più diffuso e il più banale tra i vizi dei giornalisti italiani: sposare un’ideologia e applicarla ai fatti, senza troppo preoccuparsi che la propria tesi aderisca o meno alla realtà. L’informazione è solo un danno collaterale, tanto si suppone che il lettore non sia in grado di farsi una propria opinione, ma possa solo accettare con entusiasmo l’idea più in voga del momento. (Un po’ ciò che fece per esempio anche Alberto Orioli sulla riforma Gelmini dell’università.)

Stavolta si parla di imposizione di un tetto di sconto sui libri (d.d.l. 2281, Nuova disciplina del prezzo dei libri): l’intervento viene definito nel primo articolo in questione “proibizionista”, “smaccatamente statalista e regolamentatorio” e accusato di avvantaggiare “tutti meno che i consumatori”. Riassumendo insomma pare che si tratti di “una barriera corporativa di editori e librai tradizionali nei confronti dell’apertura del mercato alla concorrenza moderna delle librerie online, con i benefici per i consumatori che sempre arrivano dai regimi liberi e di maggiore concorrenza”. Così i paladini della concorrenza.

Come se non bastasse, a (si suppone, dato che l’articolo non è firmato) Luca Sofri si aggiunge Francesco Costa, rincarando la dose: “provvedimento statalista, dirigista, fascista/comunista”.

Eppure informarsi sulla questione era tutto sommato semplice: bastava, per esempio, fare un giro sul blog dei Mulini a Vento (un folto gruppo di piccoli e medi editori e librai italiani), che rimanda anche alla legge francese, la più avanzata (o dirigista/fascista/comunista/mortadellista/fancazzista, come etichettar si voglia) sulla questione del prezzo del libro (e relativi sconti). Una legge del 1981. Infatti da loro una simil-Mondadori (nel senso di un mega-editore che ha fagocitato il resto) non esiste.

Un’informazione: quando parlate di “cartello corporativo” e simili sparate propagandistiche pseudo-liberiste, date un’occhiata alle case editrici che aderiscono ai Mulini a Vento. Avete presente che cosa sono Stampa Alternativa, Edizioni dell’Asino, Terre di Mezzo? Così, solo per citarne tre. Informatevi. E poi attivate il tarlo del dubbio, se da qualche parte l’avete lasciato vivere.

L’approvazione di questa legge innanzitutto non è una vittoria per nessuno, o almeno è una vittoria/sconfitta (secondo il punto di vista) misera, al contrario peraltro di quanto dicono i Mulini a Vento – visto che lo sconto risulta minore ma le campagne promozionali possono essere fatte sempre (mese di dicembre a parte), cambiando semplicemente nome alla promozione. Ma questo ovviamente chi scriveva i due articoli di cui sopra lo sapeva. Giusto?

Se poi il campanello d’allarme nonostante tutto non è ancora suonato, un’altra domanda: sappiamo tutti che a capo del governo c’è Berlusconi. Berlusconi, dai, il tizio basso che ha pure il Gruppo Mondadori! Ed esiste qualcuno sano di mente in Italia che è disposto a credere che il soggetto in questione non solo permetterebbe, ma addirittura farebbe approvare in Senato, una legge che sancisce la creazione di un cartello che non solo non comprende, ma sfavorisce il suo colosso editoriale? Sfavorisce, certo, perché per chiunque abbia messo piede in libreria almeno una volta in stagioni diverse dell’anno è facile ricordare chi può permettersi gli sconti più alti e quante volte nell’arco di 365 giorni.

Ok, niente campanello, proviamo diversamente.

Dagli articoli pare che editori piccoli, medi e grandi siano esattamente la stessa cosa. Certo, più o meno quanto un gatto può somigliare a un dinosauro, a un essere monocellulare, una quercia, una palla da basket, un preservativo, nell’ordine che preferite. Ma fanno tutti libri, no? Chiariamo: un libro è (anche) un prodotto, non sono tra quelli che pensano che sia una specie di Santo Graal. Perché altrimenti invece della redattrice farei la sacerdotessa (fico, ma tipo Le nebbie di Avalon? pagano di più?). MA lavorando sia per una casa editrice grande (grandissima) che per una piccola (minuscola), posso assicurare che si tratta di prodotti completamente diversi, per progettazione, produzione, distribuzione, tutto. Non un po’, non in parte, completamente. Produrre libri in una grande casa editrice è come stare in catena di montaggio, si sfornano volumi come fossero crostatine del Mulino Bianco: per far capire i numeri, da ottobre ad ora mi sono passati per le mani 33 libri, trentatré!, e in redazione non sono certo da sola. Non è una metafora o un’esagerazione, è la realtà. Non imporre una normativa sullo sconto sui libri significa lasciare l’editoria in mano a chi fa libri come fossero merendine. Significa ragionare per principi essendo miopi nella sostanza. (Non per niente chi ha votato contro sono stati i Radicali – i quali avranno pure parte della mia stima, ma spesso, in nome del liberalismo per il liberalismo e del liberismo per il liberismo, riescono a fare scelte quantomeno discutibili.)

Ma forse lasciare che si formi una concentrazione monopolistica/oligopolistica (Mondadori e, molto distanti, Rcs, Gruppo Mauri-Spagnol, Feltrinelli) è il nuovo mantra liberale. Ma sì, in fondo ci bastano un solo Saviano a scrivere di camorra, un solo Travaglio a parlare di giustizia e via dicendo. Il trionfo del pensiero unico, così siamo tutti più controllabili. A me sembra la stessa presa di posizione perbenista e radical chic che ci ha portato a non voler fare una legge sul conflitto di interessi perché sennò sembrava un provvedimento contra personam e dunque degno di uno stato fascista. Sembra che non abbiamo minimamente imparato da allora fino a che punto l’ideologia possa rendere miopi.

(En passant, con il termine “liberali” non si indicava una volta quei signori che volevano le stesse condizioni di accesso al mercato per tutti gli attori economici? Perché, se così è, si è tralasciato di dire che queste condizioni adesso non ci sono.)

Passando alle ricadute reali, e sempre per informazione, questa legge, se avesse un peso effettivo, è bene sottolinearlo, lo avrebbe solo in ultima istanza sulla vendita al dettaglio nelle librerie indipendenti, come sembra aver inteso Costa, dato che la prima conseguenza sarebbe invece a monte sulla produzione editoriale: non essendoci la possibilità di effettuare sconti troppo alti, infatti, l’intera economia di scala del settore cambierebbe volto, causando effetti a catena. Tra questi, per esempio, un rallentamento nella produzione compulsiva di titoli da parte delle grandi case editrici, le quali avrebbero meno spazi dove piazzarli (vedi librerie attualmente “affogate” di volumi dei maggiori gruppi editoriali) e ridotte possibilità di smerciarli. Magari con una ricaduta positiva anche sulla qualità di questi volumi – se non risulta politicamente scorretto parlare di questo. Ciò che potrebbe sembrare in prima battuta una contrazione  del mercato diventerebbe una sua redistribuzione più equa, con buona pace della concorrenza. Non quella strombazzata, intendo, quella vera.

E una scelta molto più ampia, anche nella libertà di parola, a vantaggio di chi va, se non del lettore? O l’unica cosa che conta nell’acquisto è il prezzo? Certo che il libro è anche una merce, ma non si può far finta che sia solo questo. Se c’è qualcosa che davvero io trovo un po’ fascista è la magnificazione della selezione naturale in sé: se non sopravvivi cazzi tuoi. Beh, penso che se non sopravvive la pluralità di voci i cazzi siano di tutti, nessuno escluso, altro che evocazioni di associazioni di consumatori, tirate in ballo a sproposito un po’ per tutto perché va di moda.

Non si confondano dunque mercato e giustizia, selezione naturale e libertà di parola, altrimenti tutto appare immensamente facile. Semplice e chiaro, quasi fosse uno slogan, e non c’è nemmeno bisogno di comprendere i fatti.

Un suggerimento: se proprio si vuole parlare di qualcosa sulla quale gli editori lucrano, si vada a dare un’occhiata ai contratti per diritto di pubblicazione di opere in digitale. Come mai, per esempio, una novità in e-book costa al lettore quasi quanto un libro cartaceo?

Tornando agli articoli in questione, dunque, i casi mi sembrano due: 1. si discute di un vizio di fondo del giornalismo italiano (leggi “supponenza”), di cui si è detto in apertura; oppure 2. c’è un po’ di malafede nello scrivere e pubblicare articoli in cui in realtà non si crede affatto, ma che hanno il “merito” (tra virgolette per i mezzi che si usano allo scopo) di far aumentare traffico e commenti. Un motivo commerciale, insomma. Niente di male, figuriamoci, basta non giocare poi a far finta che si tratti di politica: ché magari qualcuno ci crede e poi il danno non è indifferente.

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2 Responses to “Sconti sui libri e propaganda”

  1. ddr1978 Says:

    Il punto di questo post è molto importante: il libro può essere considerato solamente una merce?
    A questa domanda bisogna rispondere. Se la risposta è no, allora le critiche alla legge sono del tutto fuoriluogo, improntate ad un ottica commerciale, fideistica e pseudoliberista che tratta tutti i beni come consumo allo stesso modo. La moda della sinistra dei cosiddetti innovatori (in realtà molto radical chic) è fare quello che ha già fatto blair 15 anni fa in Inghilterra: cioè puntare sul mercatismo ed esaltarlo. Ma che novità! Peccato che il dibattito odierno in Inghilterra e in tutto il mondo anglosassone sia sul fallimento di quel mantra. Il problema di questi predicatori del cosiddetto nuovo è che di quando in quando incontrano qualcuno che ha studiato davvero e che non riescono a incantare con la loro prosopopea altisonante. Che nasconde l’incapacità di fare proposte nuove. Una critica tipo quelle fatte a questa legge in Inghilterra oggi susciterebbe semplice ilarità. Perchè la scoperta degli ultimi anni è esattamente che la sinistra che gonfiava i titoli in borsa per far ripartire l’economia virtuale è finita col provocare la crisi dell’economia reale. Il tentativo di emulare un modello perdente è fallito. Se davvero interessa un dibattito attuale nel panorama inglese delle opere creative (personalmente sono un appassionato di musica), vi segnalo delle riflessioni social-economico politiche di ben altro spessore rispetto alle critiche alla legge citate nel post di questo blog, che potete trovare a questo indirizzo: http://www.dgmlive.com/diaries.htm?member=3
    Si tratta delle opinioni di un grande musicista, Robert Fripp (che senz’altro i nostri grandi sinistrorsi non sanno essere il fondatore di una delle più grandi e longeve band della storia della musica, i King Crimson), che da artista si chiede cosa ne è rimasto del rispetto per la dignità di chi crea un’opera, di chi cerca di fare arte e non solo commercio, di chi reclama il diritto di pubblicare cose anche se non così di consumo comune. Che ne è del rispetto di una forma di comunicazione non uniforme. Lui ha dovuto rompere con le major discografiche, che facevano e fanno offertone su dischi e raccolte senza curarsi dell’integrità di un’opera, mettendo, ad esempio, l’ultima canzone di un concept album in testa a una raccolta e distruggendone il senso (magari a buon prezzo), e si è fatto una sua casa discografica. Per questo motivo al momento deve pagare dei debiti dovuti alla mancanza di pagamento di royalties da parte dei munifici supermercati del suono. Un interessante parallelo con il mondo dell’editoria qui descritto. Ai critici pseudoneoliberisti: attenzione, un giorno venderanno al supermercato anche la vostra pseudocultura e il vostro pseudomantra fideistico a tutela del consumatore. E, in questo caso, faranno bene.

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