Sorella di chi?

13 febbraio 2011

Sono tornata dalla manifestazione “Se non ora, quando?” in anticipo rispetto ai tempi: la mia intolleranza mi impediva di ascoltare oltre donne che parlavano per mezz’ora ciascuna di banalità chiamandomi “sorella”. Mi sono sorbita perfino il coro delle mondine (sic!).

Specifico: non a Roma né a Milano, purtroppo, ma in una cittadina (passatemi la definizione) che conta come residenti meno di 120.000 abitanti. Più gli studenti universitari fuori sede, dato che ospita uno dei più importanti e prestigiosi poli universitari dislocati d’Italia. Di universitari in piazza pochi, pochissimi, e in totale eravamo forse un migliaio. Mi hanno detto che per questa città sono tanti – ma non ci ha degnati di attenzione nemmeno una volante, o un agente, nulla. Potevano essere in borghese, certo, ma figuriamoci, chi dovevano tenere a bada? Le signore in pelliccia con carlino di serie al guinzaglio? Quei quattro sfigati (o forse molto fortunati, lì per difendere il posto) che raccoglievano con un banchetto i 10 milioni di firme per il Pd?

Dal microfono (il palco o qualcosa che vi somigliasse non era stato allestito) ho sentito dire verso l’inizio che le donne che non c’erano era perché non avevano capito un bel niente. Che fine analisi di alta politica. Io non ci avrei mai messo piede a quella manifestazione se non fosse stato per l’appello degli ombrelli rossi, promosso dal Comitato per i diritti delle prostitute e da Femminismo a Sud. Presenti con l’ombrello rosso: io.

Carrellata delle donne che hanno parlato: età dai 45 anni in su, tutte del Pd, molte delle quali con colore e messa in piega fatti per l’occasione (più l’espressione spiritata di chi pensa di realizzare qualcosa di grande, ma per quella non c’è rimedio), molte delle quali ben piazzate in ruoli di potere a livello locale, molte delle quali appartenenti alla buona borghesia. Nessuna di loro che sapesse che cosa siano, in ordine sparso: precariato, solidarietà tra donne anche e soprattutto sul lavoro (sennò di che solidarietà parliamo, per sapere?), impossibilità di progettare un futuro di qualsiasi genere, forte nausea per le stronzate.

Sul sito di La Repubblica, in primo piano, l’urlo delle donne di Roma. Caspita, una roba da aver paura.

Mi sentirò parte di manifestazioni del genere solo quando vi presenzierà qualcuno pronto a rischiarci almeno qualcosa. In Egitto Mubarak è stato cacciato perché c’era gente che si è presa le botte e altra che è stata ammazzata per quello in cui credeva. E noi che cosa siamo disposti a fare? Nulla, perché abbiamo ancora l’illusione di avere il culo parato: i genitori che danno una mano, qualcuno forse una casa o una macchina di proprietà, un parente o un amico che contano. Ma sta crollando e non ce ne siamo ancora resi conto. Ecco, d’ora in poi ci sono solo per dare una mano a spingere, dopo si vedrà.

Per anni hanno detto che il conflitto generazionale non esiste più, superato, fuori moda, roba da Sessantotto: ma io con la gente presente oggi che cos’ho in comune? Il loro interesse è contrario al mio, così come le speranze, le aspettative, le prospettive, i punti di vista, tutto. Mi capita spesso di sentirmi fuori luogo, ma in questo caso mi è sembrato proprio di essere da un’altra parte, di vedere qualcosa di diverso rispetto a ciò che guardano gli altri.

Qualche giorno fa ho ascoltato l’intervista di Beppe Grillo ad Anno Zero (10/2/2011): a parte la sua malsana fissazione per gli architetti, la sua tendenza alla semplificazione e i suoi modi da santone, che cosa dice di non vero, di sbagliato, di stupido nella sostanza? “O fate una rivoluzione o ve ne andate da questo Paese, non avete scampo”. La rivoluzione gli italiani non l’hanno mai fatta, spero di essere almeno tra quelli che se ne vanno.

Una nota positiva oggi c’era: la presenza di tanti uomini. Mi sono sentita molto più sorella loro.

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2 Responses to “Sorella di chi?”

  1. ddr1978 Says:

    Mai come in questo caso mi trovo d’accordo con quanto espresso in questo post. Intelligente sincero, ma soprattutto libero. Come dovrebbe essere il pensiero di un cittadino degno di questo nome. L’obiettivo di ghettizzare tutto il ghettizzabile è riuscito a B. Sorella? E di chi? di borghesi, benpensanti, “democratiche”, impellicciate e retoriche? Ma certo che no. Magari delle donne tunisine ed egiziane che invece di pensare al loro suv muoiono per la rivoluzione. In un mese sono crollati due regimi che duravano da trenta anni e noi invece di capire che il vento della libertà può aiutare anche un popolo pigro e “democratico” come il nostro per lo meno a voltare pagina, ci preoccupiamo di dare voce a vecchie pensionate che nulla hanno a che spartire con lo stesso concetto di novità. Prima di tutto dovremmo sbarazzarci di loro, evitare di farci intrappolare dalle loro facezie da raccomandate a culo caldo. E poi solidarizzare con coloro che io continuo con orgoglio a chiamare compagni e compagne, quelli veri, quelli del nuovo proletariato: disoccupati e disoccupate, precari e precarie, immigrati e immigrate, artisti e artiste, scienziati e scienziate, “diversi” e “diverse”, ribelli tutti. Ribelli verso un sistema che è inquadrato bene nel trittico dio-patria-famiglia, a destra come a sinistra. Questa omologazione di pensiero mi fa semplicemente schifo. E allora meno male che almeno una donna sia libera di sentirsi fuori dal coro e di dire “oggi io non sono italiana, e non sono in questa piazza, sono al Cairo e a Tunisi con chi non ha niente”. Le compagne e i compagni, quelli veri. Altro che sorelle, se piace loro l’appellativo che vadano in convento, magari accompagnate dall’odiato Berlusca di cui saranno null’altro che tristi epigoni.

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