Fatemi capire, ma anche no

4 novembre 2010

C’è una questione molto semplice che proprio non capisco, e magari non la capisco soprattutto perché non la voglio capire, perché la odio, perché va contro ogni singolo pensiero che la mia mente produce, qualsiasi barlume di buon senso e razionalità secondo me, l’educazione che mi hanno dato, quella che mi sono conquistata a forza cercando sempre di scalare pareti verticali perché non ho viali alberati in pianura da percorrere, e adesso sì che me ne dispiace.

Voglio capire la logica di un capo che ti dice che svolgi il tuo lavoro troppo scrupolosamente. Perché? A chi non fa comodo una persona preparata che, prendendo solo 1.100 euro netti al mese e con un inquadramento contrattuale da analfabeta, cerca di fare il suo lavoro al meglio? Perché conviene che tutto sia livellato verso il basso – ma basso-basso –, perché hanno bisogno di lobotomizzarti o, in alternativa, di umiliarti quando vedono che non ci sono riusciti? Che cosa diavolo è questa pratica per cui io dovrei appartenere interamente al mio datore di lavoro, per cui “l’Azienda” si sente legittimata perfino a privarmi della personalità, del cervello, di una vita privata degna di dirsi tale – al netto del mobbing –, di una famiglia – visto che se mai dovessi rimanere incinta verrei licenziata, oppure spostata in magazzino perché mi licenzi da sola –, della semplice dignità di essere umano che può permettersi di esprimere civilmente un’opinione, anche esercitando la propria preparazione, fatta di anni di studio e di lavoro.

Stavolta pare che uniformare – peraltro secondo le norme della casa editrice, mica le mie – citazioni in nota e in bibliografia sia un reato. Pare che si dovrebbero usare i criteri che usa l’autore in nota (sempre se ce li ha, cosa rara), e quelli interni invece solo in bibliografia. Provate pure a obbedire alla vostra coscienza senza interpellare nessuno: vi si rivolteranno contro l’impaginatore, l’autore, la produzione e anche il lattaio e il barista, perché, come vi dirà il capo, “costa troppo fare tutto questo, è lavoro inutile”. Allora datemi uno straccio da passare nel cesso, così potrò essere ancora più utile.

Se hai visto il mondo cercano di cavarti gli occhi, sei hai letto un libro te lo vogliono estirpare dalla mente come erba cattiva, se non ti vedono acriticamente appiattito su ogni proposta fuoriesca dalla bocca del “Capo” diventi automaticamente il Nemico Pubblico Numero 1. Tacere, sguardo basso ed eseguire, questo vogliono, niente di diverso da quanto richiesto agli schiavi nei campi di cotone. Allora non prendeteci per il culo! La contrapposizione tra il Capitale e il Lavoro è superata? Ma di quale capitale e di quale lavoro stiamo parlando? È una questione di definizioni o è solo sfiga privata? Nel secondo caso me ne farò una ragione. Ma chi ha il culo caldo su una poltrona comoda senza averne i meriti (e basta a volte anche solo qualche anno in più per trovarsi in questa condizione) non mi venga a rimproverare per il fatto di essere indicibilmente incazzata. E non mi dite che ho un brutto carattere, lo so, cazzo!, come so che questa è la scusa migliore di chi non è in grado di compiere mezza scelta.

Non voglio diventare cinica, non l’ho mai voluto, spero di non arrivare mai a vedermi così. Ma è una resistenza continua, per questo, questo, questo, questo, questo e quest’altro motivo, e non so quanto può durare ancora.

Tornando a casa ascoltavo in radio Caterpillar, e nella puntata di oggi era ospite Inge Feltrinelli. Ha detto: “Avevamo l’illusione di poter cambiare il mondo con il nostro lavoro. Questo però è il passato”. Ho ancora un nodo in gola, non va proprio giù.

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One Response to “Fatemi capire, ma anche no”

  1. ddr1978 Says:

    La tua rabbia non è fuori luogo. Questo paese ha deciso di abdicare al merito, alla capacità, alle sue risorse in genere. Forse per un innato senso del masochismo. Un giorno, con il solito ritardo se ne accorgerà. Il rimedio? Un pò di onestà. Primo: se lavoriamo (o no) qui ed ora almeno diteci la verità: il capitale e il lavoro/non lavoro esistono, solo che il primo è tutelato e il secondo no. Secondo: la tua non è sfiga privata, la nostra generazione ha avuto il privilegio di avere l’aiuto della famiglia e la sfortuna di vedere intorno a sè il deserto dei tartari creato da chi aveva consumato tutto (spesso la famiglia stessa). Il circolo in questo senso è vizioso. Terzo: qual è il problema se un dipendente vuole più rispetto? O se una persona vuole un lavoro adeguato? Queste esigenze dovrebbero essere tutelate, ma da chi? Ahimè da noi stessi, altri non lo fanno.
    Se viviamo in questa situazione dobbiamo farci gli anticorpi e lottare giornalmente perchè un giorno ci daranno ragione…(anche se da dentro la tomba). In Italia è incredibilmente così, ma non solo da noi. Conosco una persona in Olanda che aveva un sacco di medaglie e medagliette sul lavoro e ha dovuto ritirarsi per burning out. Sai cosa è sbagliato? Il falso mito della produzione; la distruzione dei legami umani tra lavoratori che favorisce lorsignori; la spersonalizzazione. A questo si deve reagire in tutto il mondo in un solo modo: ricordando che le persone sono persone non risorse, non merce, non solo pezzi di una macchina. Questo dobbiamo ricordare, che è il vero succo di quello che diceva marx. La feltrinelli, come gaber, rimpiange i suoi sogni, noi abbiamo il vantaggio di partire senza illusioni, ma meglio di altri possiamo dire che certi pensieri, non ideologie, sono quanto mai attuali. E allora convengo con te: non prendeteci per il culo, perchè a un qualsiasi
    padrone o capo d’azienda come dir si voglia, fategli fare la vita da precario, scommetto 200 euro (e per me so tanti) che diventa comunista, molto più di me.

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