Un concorso pubblico non ha prezzo

25 ottobre 2010

Dato che non ci facciamo mancare nulla, un paio di settimane fa sono andata a fare un concorso pubblico per un posto nell’ufficio comunicazione istituzionale di un ente pubblico.

Biglietto andata e ritorno per Roma, circa 120 euro. Meno male che almeno non avevo bisogno dell’albergo. (E comunque sempre grazie, Trenitalia.)

Inizio previsto: ore 15,00. Sì, abbiamo iniziato a entrare alle 15,00. Ora di inizio reale: 17,18, da orologio del presidente di commissione, arrivato trafelato con circa un’ora e mezza di ritardo. Ok, c’era un altro turno prima, ma era necessario che il presidente fosse lo stesso? Vabbè. Non contento del ritardo, gli danno fastidio i bisbigli mentre lui illustra le solite istruzioni ovvie, e azzarda in tono rude: “Per favore, concentratevi!” Fortuna che scatta l’applauso generale da trentenni iperspecializzati e soprattutto iperscazzati.

Il test preselettivo è uguale per tutti: cercano economisti, selezionatori del personale, esperti in comunicazione, giuristi e altri. Tutti insieme appassionatamente, un test uguale per tutti. Come era prevedibile, dato che la “cultura generale” è un concetto un po’ labile, su 50 domande più di 25 sono di diritto (soprattutto commerciale: perché?), circa 7-8 di diritto europeo, qualcuna di statistica, un po’ di informatica, e 2-3 di letteratura.

Non sono stata ammessa all’orale, ma la cosa non mi ha certo distrutta dato che il mio lavoro mi piace, mentre di quello che sarei andata a fare lì, nonostante lo stipendio fisso e i benefit, non mi sarebbe importato granché. Ciò non toglie, però, che mi rimangano un po’ di dubbi.

Per esempio, perché uno che lavora nella comunicazione istituzionale dovrebbe avere qualche nozione di diritto commerciale? E perché a concorrere per un posto simile dovrebbero essere ammessi anche laureati in Giurisprudenza, Scienze politiche e Lettere? Non esiste una laurea in Scienze della comunicazione per fare questo mestiere? A questo punto perché non far concorrere me per un posto nell’ufficio legale, per dire? Mi pare evidente che chi confeziona questi bandi non ne sappia una mazza, nella migliore delle ipotesi. Morale: a superare il test preselettivo per un lavoro nell’ambito della comunicazione partono con enorme vantaggio i laureati in Legge, seguono quelli in Scienze politiche. Misteri della fede. Oserei dire: se sta bene a chi se li piglia! Poi però non scopriamo l’acqua calda quando Goffredo Fofi apre la polemica sul Dams, il fratello maggiore di Scienze della comunicazione. A volte mi chiedo se, in barba a qualsiasi regola concorrenziale, non dovessimo aprirci un albo pure noi.

Altro dubbio: per essere chiamati a partecipare al concorso, bisognava essere in possesso di determinati requisiti, che non erano proprio alla portata di tutti, dato che si richiedevano pubblicazioni e svariate altre cose. Dato, però, che i partecipanti erano troppi, è stata fatta una prova scritta di preselezione. Peccato, però, che alla prova scritta avevano accesso tutti, anche coloro che non erano in possesso dei requisiti. Quindi? In sostanza, grazie a questo metodo di selezione demenziale, potrebbero aver superato lo scritto persone che non hanno minimamente i titoli per accedere al concorso; mettiamo il paradosso che nessuno di coloro che lo ha superato li possieda: secondo voi indicono una nuova selezione o prendono chi, non secondo me ma secondo il bando, non lo merita? Già.

L’ultima osservazione non è un dubbio ma una certezza: quasi due ore e mezza di ritardo, gente che doveva tornare a casa perfino in aereo, magari fino in Sicilia, o pagarsi una notte d’albergo per poi ricomprare un altro biglietto per il giorno dopo – sempre se il volo c’era -, biglietti di treno cambiati, sprecati, a volte anche senza possibilità di rimborso, per ottenere un minimo di sconto, e tutto per la remota speranza di un posto – e poi si permettono di dire “bamboccioni”. Fare almeno una volta nella vita l’esperienza di un concorso pubblico, però, non ha prezzo.

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