Cielo, fischiano, chiamate la precrimine!

9 settembre 2010

Sono un po’ stanca di leggere tutta la fuffa politicamente corretta – e inevitabilmente inutile – che viene scritta in questi giorni sulle contestazioni prima a Schifani, poi a Bonanni, sempre nell’ambito della Festa del Pd di Torino.

Inizio con una constatazione facile e piuttosto banale, per la quale però mi prenderei un sacco di insulti (condizionale d’obbligo, che contempla una serie di fortunati eventi per cui gli iscritti al Pd si confrontassero dicendo ciò che pensano): gli ospiti si possono anche scegliere con un minimo di coraggio e sensibilità in più agli input della società civile. Se i responsabili attuali non sono in grado di farlo, perché non li sceglie chi pensa di avere qualcosa di nuovo da dire? E stiamo parlando della Festa nazionale del Pd, non di una sagra di paese: gli ospiti e i temi non sono importanti? Schifani è in forte odore di mafia, e Bonanni è l’ultima persona che, da “giovane” precaria, vorrei trovarmi davanti passeggiando in centro, figuriamoci a una festa del partito che voto. O almeno che si instauri un confronto, una discussione: solo un cretino potrebbe pensare che quello tra Letta e Bonanni possa essere un contraddittorio, e l’essere una giovane precaria non fa automaticamente di me una cretina. Sull’incontro tra Fassino e Schifani, poi, stendo un velo pietoso: chissà cosa avranno da dirci, entrambi. Invito chiunque stia leggendo questo post a dare un’occhiata, anche veloce, al pubblico presente a quell’incontro e a fare qualche doverosa considerazione sull’età media. Né Schifani né Bonanni, ma nemmeno Fassino e Letta, sono personaggi che rappresentano una novità, una visione del Paese, un progetto a lungo termine: sono solo prodotti incartapecoriti del loro (nostro, purtroppo) sistema.

Lascio che altri si affannino a condannare le proteste dei contestatori. Non perché sia d’accordo con i metodi di questi ultimi: piuttosto che sentire i soliti noti che parlano, io resto a casa a leggere un libro o, nel caso di Bonanni, vado e poi borbotto per tutto l’incontro con il malcapitato vicino di sedia, oppure mi segno i passaggi controversi (tipo: tutti), alzo la mano e gli rompo le balle, o ancora ci rimugino su incazzata tutta la notte, capisco come non voglio diventare e poi ne scrivo di conseguenza. Insomma, di metodi ce ne sono tanti e non trovo particolarmente efficace, oltre che elegante, fischiare, urlare e dimenarsi in preda al sacro fuoco. Provo una repulsione spontanea verso proteste che, più che significare, rumoreggiano, mi sembra sempre che nascondano una carenza di contenuti.

Certo, poi un conto è il rumore (vedi Fassino-Schifani), un conto sono i lanci di fumogeni (Letta-Bonanni), e se le due cose vengono assimilate è solo per la strumentale necessità di semplificazione da parte di chi vuole dimostrare le sue tesi, che non si curano affatto di sondare i fenomeni, ma solo di giudicarli, in una strenua ed eterna lotta in difesa dello status quo. E questo sì che è reazionario, baby!

Una delle cose più stupide che io abbia sentito in questi giorni ha a che fare proprio con questo, e suona esattamente così: ecco, vedete che se non si condannano i fischi poi si finisce a lanciare fumogeni? Concetto che più o meno implica la stessa complessità di pensiero sottesa alle seguenti deduzioni:

– se litigo di brutto con una persona e penso che vorrei vederla morta, prima o poi la ucciderò;

– se voglio scaricare un film perché credo che sia una boiata e non mi va di spenderci 10 euro al cinema, un giorno ruberò una macchina;

– se mi sono fatto una canna all’università, sono destinato inesorabilmente all’eroina in vena;

– (si accettano suggerimenti per proseguire questa lista demenziale).

Roba da precrimine. Attenzione solo che a qualcuno non sfugga come soluzione finale la lobotomia.

Tornando al discorso iniziale, ovvero a contestazioni che non sfociano nel penale, pare che Sandro Pertini usasse dire a suo tempo “liberi fischi in libero Stato” – ma forse l’aver ottenuto l’informazione da un intervento di Marco Travaglio fa di me una facinorosa. E pensare che mentre Napolitano si affrettava – pure lui, dio santo! – a condannare, un po’ più a nord dei nostri (mentalmente) ristretti confini, Blair si beccava il lancio di amichevoli scarpe e uova al simpatico grido di “assassino”. God Save the Queen!

Che cosa si poteva fare allora nel nostro piccolo? Per esempio invitare uno dei contestatori sul palco, a condizione che si facesse silenzio per potersi confrontare, e rispondere puntualmente alle sue domande (e accuse). E sì che sarebbe stata una bella lezione di democrazia, invece della ripetizione ossessivo-compulsiva di “antidemocratici, antidemocratici, antidemocratici…” Un maestrino burocrate in meno e un politico in più ci farebbero comodo da queste parti!

L’invito a parlare, invece, non viene mai in mente a nessuno (incapacità di formulare un pensiero? coda di paglia? consunzione da prolungata permanenza nella casta?), e quanto pensate che ci voglia perché qualcuno, esasperato, passi a metodi ben peggiori, avendo pure dalla sua la convinzione di aver fatto di tutto, prima, per farsi ascoltare?

Auguri.

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