Somewhere Over the Rainbow

7 luglio 2010

Non si smette mai di credere al Luogo Migliore, se non alla Terra Promessa, nonostante l’Ocse dica che in Italia un giovane su quattro sia senza lavoro (e che la metà dei tre sia fatta di precari) e nonostante i tre metri di pelo sullo stomaco che ciascuno dovrebbe aver coltivato grazie a qualche annetto di esperienza, per quanto intermittente, sul mercato del lavoro.

Per questo motivo periodicamente ha luogo il rito solitario e catartico dell’invio del proprio curriculum alle aziende, in questo caso a direttori editoriali e responsabili di redazione. Dicasi “rito” in quanto serve solo a rassicurare se stessi di aver fatto il possibile, perché poi rimane ben presente alla coscienza il fatto che si lavora solo per conoscenze e passaparola. Poi, di sfuggita, un altro motivo potrebbe essere l’avvicinarsi della scadenza del contratto in corso.

Stavolta la procedura è più facile: avete già le lettere personalizzate (sì, in base a quelle teorie demenziali secondo cui si hanno più chance di essere presi in considerazione tarando la propria lettera sulla fisionomia dell’azienda: credetemi, a meno che non vogliate fare uno stage gratuito, inviare loro la vostra lista della spesa sarebbe uguale), e ce le avete perché qualche mese fa avete già mandato tutto, distruggendo intere foreste per stampare svariate copie del vostro curriculum sperando che si facciano più scrupoli a cestinare qualche etto di carta rispetto agli impalpabili pixel (illusi!); avete i nomi delle persone alle quali indirizzarle, frutto di lunghe ricerche su internet (i nomi dei responsabili sono molto spesso accuratamente celati); avete lo scazzo sufficiente per non farvi problemi a scrivere ormai a qualsiasi indirizzo e-mail generico troviate sulla vostra strada.

Ecco, da qui a trenta invii è un attimo, un perfetto giro di vite. Mettiamo che la media di risposta sia la solita: 10% al massimo. Due, molto cortesi, dicono che stanno per chiudere perché la situazione è drammatica, tanto che ti senti umanamente obbligato a rispondere per confortarli in puro stile “forza, siamo tutti sulla stessa barca, passerà”. Il terzo scopri che è morto, e pure tre anni fa.

There’s a land that I heard of once in a lullaby.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...