Umberto e la memoria di Jorge

19 giugno 2010

Da semiologa non praticante, non posso che dedicare uno spazio alle mie riflessioni pseudo semiotiche e ai tentativi, altrettanto pseudo, di lettura della realtà. E non posso che chiamarlo Umberto.

Sabato 29 maggio sono stata alla prima conferenza annuale del Centro di Studi sulla Memoria dell’Università di San Marino, tenuta, appunto, da Umberto Eco e intitolata Ricordare e dimenticare: le due funzioni della cultura. Un intervento simile a quello fatto in occasione del Salone del Libro di Torino 2010.

Le Lectures on Memory sono state inaugurate in questa sede perché è proprio la Biblioteca dell’Università di San Marino che nel 1991 ha acquisito, dietro pressione di Eco, il Fondo Young, una raccolta precedentemente appartenuta all’oftalmologo nordamericano Morris N. Young e a sua moglie Chesley  (non chiedetemi perché) che annovera “una vastissima collezione di opere e documenti sulla memoria e le mnemotecniche”, fatta di “alcuni manoscritti medievali e posteriori, 197 libri pubblicati prima del 1800, circa 2.000 monografie di data posteriore, 500 pezzi di grafica e memorabilia, corrispondenza con studiosi della memoria, circa 12.000 schede bibliografiche sull’argomento”. Per le università americane è abbastanza comune investire in patrimoni librari, poiché questi attraggono studiosi, e di conseguenza innalzano il prestigio dell’istituzione stessa.

Tornando alla memoria, l’informazione ha un duplice senso: tecnico, ovvero inteso come proprietà statistica della fonte (canale), e comune, come trasmissione di dati di qualche interesse collettivo (messaggio). La distinzione tra canali e messaggi conduce a due problematiche di fondo: nel primo caso, l’organizzazione dei canali, che non pertiene la discussione in oggetto, nel secondo il numero dei messaggi veicolati, che cresce in maniera esponenziale. Tanto che lo specialista di una disciplina non riesce nemmeno a seguire le innovazioni del proprio settore: avere a disposizione un numero tanto elevato di titoli, equivale a non averne nessuno.

Eco fa l’esempio della ricerca online di informazioni sul Graal: dei primi 70 siti, 68 sono ciarpame, allora come farà uno studente a decidere quale tra questi gli fornisce l’informazione corretta? Ci si trova davanti sia all’utopia della cultura come conservazione, che al problema della cultura come dimenticanza.

La cultura intesa come memoria storica è anche capacità di selezionare.

Moltissime tragedie citate da Aristotele nella Poetica sono andate perse: è perché non “meritavano” di essere ricordate o semplicemente per caso (i motivi accidentali dei quali si parlerà in seguito)?

L’anima, intesa come memoria, è fatta non solo di ciò che ricordiamo, ma anche, forse soprattutto, di quanto dimentichiamo. E del resto il nostro inconscio è in grado di funzionare anche perché “butta via”.

Il web, invece, è il Funes el memorioso di Borges.

Per parti del mondo non sviluppato internet è effettivamente motore di sviluppo, mentre può avere risvolti dittatoriali in un paese democratico. Si potrebbe semplificare dicendo che internet fa bene ai “ricchi” (coloro che hanno la capacità di interpretare) e male ai “poveri” (coloro che non ce l’hanno), come una sorta di anti-Robin Hood.

Guardando la questione dal punto di vista della conoscenza condivisa, in teoria si avrebbero 6 miliardi di differenti enciclopedie, ma, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non sarebbe affatto una situazione democratica. La funzione di un’enciclopedia, infatti, è anche quella di creare una piattaforma di linguaggio comune sulla quale è possibile contestare le teorie prevalenti – aggiungo io: che sia per questo che la contestazione non esiste più se non come mitologia di se stessa? Abbiamo perso una piattaforma comune di linguaggio, di interpretazione del mondo?

Perché vi sia terreno fertile per l’originalità, le nuove idee, deve esserci condivisione, spirito gregario, un’enciclopedia comune insomma.

Per esempio, esiste un sito, www.bahn.de (che scrivo anche per tenere a mente, data la mia scarsissima “ritenzione mnemonica”, altro che mnemotecniche…) che fornisce tutti i dati sulle connessioni ferroviarie europee (perfino quelle italiane non segnalate da Trenitalia, pare, e non è che ci voglia molto…), ma ovviamente per arrivare a Praga da Roma non sceglierò di passare da Lisbona. Potrei, però, scegliere di passare da Vienna, se ho un po’ di tempo a disposizione, ed è grazie a un’enciclopedia condivisa che lo decido. Ciò che è necessario in una scelta è dunque il criterio, che poi è anche la differenza stessa tra “informazione” in senso matematico e comune.

Purtroppo (per fortuna?) non esistono tecniche per dimenticare: la dimenticanza è sempre accidentale (o è un atto mancato, ma quella è un’altra storia). Le tragedie di cui parlava Aristotele potrebbero essersi perse per motivi accidentali, o censure, o corruzione, …

Nietzsche parlava dell’inutilità degli studi storici, del fatto che la felicità risiedesse nel poter dimenticare – e chissà che Borges, nel parlare del suo Funes, non lo stesse indirettamente citando. Nietzsche diceva infatti che un uomo che volesse vivere sempre e solo storicamente sarebbe come un uomo che viene ripetutamente privato del sonno. Da qui la sua convinzione della necessità dell’oblio.

L’enciclopedia media di una data cultura fornisce le informazioni utili sulla battaglia di Waterloo, ma non tutti i nomi di coloro che vi parteciparono, e questa è la nostra salvezza!

Gli enciclopedisti medievali aveva già chiaro questo concetto: Vincenzo di Beauvais, per esempio, era spaventato dal moltiplicarsi della conoscenza e decise per la sua enciclopedia di fare un florilegio (eppure produsse ben 80 libri di Speculum maius verso la metà del 1200!).

Per l’enciclopedia moderna, più che di dimenticanza, si parla di latenza, ovvero di rimando a enciclopedie specializzate. Il sapere, infatti, è sempre attualizzabile, è una forma di “cancellazione” che mantiene: il modello è quello di una libreria, dell’allestimento di un museo, etc.

A quale enciclopedia appartengono a questo punto gli scritti citati da Aristotele? L’essere stati citati li inserisce nell’enciclopedia massimale del mondo possibile in cui sono stati reperiti. L’enciclopedia massimale ha dunque struttura a fisarmonica, che potrebbe allargarsi al progredire del sapere.

Un testo è quindi anche uno strumento per dimenticare, rendere latente. Si pensi al caffè di Sindona: la parola “caffè” non mi fa pensare immediatamente al cianuro utilizzato per avvelenare Sindona, nonostante l’associazione tra i due termini nell’enciclopedia esista. Semplicemente in un discorso si sceglie di narcotizzare o, al contrario, magnificare alcune espressioni.

Si pensi anche al don Isidro di Borges e Bioy Casares: si arriva alla verità perché si ritiene pertinente un certo dato piuttosto che un altro. Metanarrativamente parlando, infatti, è la storia di un lettore che non deve ricordare: gli autori costruiscono, per sovrabbondanza di informazioni, la dimenticanza come strategia narrativa.

Le culture sopravvivono perché alleggeriscono le proprie enciclopedie, mettendo in latenza ciò che comunemente non serve.

Annunci

4 Responses to “Umberto e la memoria di Jorge”

  1. glory11 Says:

    Grazie del passaggio dal blog 😉
    Vedo che abbiamo qualche interesse e qualche persona in comune! 🙂
    A presto…

  2. glory11 Says:

    Studio Scienze della comunicazione a Bologna e Eco diciamo che è ONNIPRESENTE. Inoltre hai in linkografia Disambiguando che è il blog di una delle mie insegnati di semiotica 😉

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...